A trent’anni dall’89

(Intervento al Convegno Futura Umanità- Dipartimento di Filosofia della “Sapienza”, 7-2-20)

Concentrerò il mio intervento su un problema specifico, la narrazione che è stata fatta dell’89 da parte del pensiero unico dominante, un aspetto più importante di quanto potrebbe sembrare, perché la narrazione significa uso politico, gestione dell’immaginario e del senso comune delle masse, e i nostri avversari sono stati capaci di usare la loro narrazione dell’89 contro il movimento operaio, non solo contro i comunisti.

In questa loro operazione politica – occorre riconoscerlo – essi non hanno trovato ostacoli, e noi abbiamo perso una battaglia ideale importantissima senza neppure combatterla.

            Segnalo a questo proposito un fatto su cui credo che valga la pena riflettere: c’è una stranezza, anzi un unicum, nel rapporto degli ex-comunisti con il crollo del muro di Berlino, l’implosione dell’URSS e lo scioglimento del PCI.

In cosa consiste questa stranezza, anzi questo unicum nella storia politica del Paese? Nel fatto che gli ex-comunisti (o la loro maggior parte), quelli che ne erano gli eredi diretti, sono stati in prima fila nel vituperare quelle esperienze e/o nell’affermare di non aver avuto mai nulla a che fare con esse.

Se ci riflettiamo, già l’aver fatto coincidere con la fine dell’URSS lo scioglimento del PCI ha significato che i dirigenti del PCI hanno fatta propria e confermata un’antica tesi degli anticomunisti più reazionari, cioè che il PCI altro non fosse se non la proiezione dell’URSS nella vita politica italiana. Ed è potuto anche accadere che un ex segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana, un ex deputato del Partito Comunista Italiano, un ex Direttore de “L’Unità” organo del Partito Comunista Italiano, abbia dichiarato “Non sono mai stato comunista”. E la cosa peggiore è che, dicendo questo, costui ha detto la verità; d’altronde la saggezza dei popoli ci insegna: un metro di ghiaccio non si forma in una sola notte.   

Voglio insistere sul fatto che questo atteggiamento auto-denigratorio nei confronti della propria tradizione rappresenta un fatto assolutamente unico nella storia politica del Paese.

Fini, o la Meloni, non hanno detto di non essere mai stati missini, né è venuta da loro la denuncia delle nequizie di cui quel partito si è macchiato (e – si noti – parlo qui del MSI, non del fascismo), cioè lo squadrismo, gli attentati, il costante sostegno ai tentativi golpisti, il coinvolgimento nelle stragi, etc.; e infatti la fiamma del MSI è sempre stata ben visibile nel simbolo dei partiti che ne sono stati eredi.  Lo stesso si dica dell’eredità politica di Craxi, oggi non certo vituperata ma anzi rivendicata apertamente dai suoi autentici eredi, Berlusconi e Renzi,  mentre Andrea Marcucci, l’attuale presidente del gruppo del PD al Senato, ha dichiarato testualmente che Bettino Craxi “fa naturalmente parte del patrimonio valoriale del PD” (segnalo la gaffe impagabile di quel riferimento al “patrimonio valoriale” di Craxi). Idem accade per l’eredità della DC, mai rinnegata, e anzi sempre apertamente rivendicata, da Andreotti,  da Casini, e da Prodi.

No, il rinnegamento esplicito della propria tradizione politica appartiene solo agli ex-comunisti, è un loro record di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Faccio un solo esempio, ma altamente simbolico e di grande rilievo. Come sapete si è svolta negli anni scorsi una intensa campagna “rovescista” (il termine è dello storico Angelo D’Orsi) contro il nesso Gramsci-Togliatti, che ha mirato a colpire in tal modo il nesso Gramsci-PCI, cioè il vero e vitale fondamento della originale identità ideale dei comunisti italiani. Ebbene in quella campagna, fatta di menzogne su un Gramsci convertito in punto di morte alla socialdemocrazia o al liberalismo, su inesistenti quaderni fatti sparire dal perfido Togliatti, e perfino su un Togliatti traditore che cerca di tenere Gramsci in carcere, e così via inventando e calunniando, si sono distinti anche autorevoli esponenti dell’Istituto Gramsci, fondato da Palmiro Togliatti.

Disse Concetto Marchesi che all’imperatore Tiberio toccò in sorte di essere raccontato dallo storico Tacito, ma che Giuseppe Stalin, più sfortunato, ebbe come narratore Nikita Krusciov. Ebbene qui si tratta di qualcosa di molto peggio: è come se Marco Antonio in persona avesse vituperato con la sua orazione funebre Giulio Cesare ucciso.

Certo è che questo rinnegamento collettivo della tradizione politica comunista da parte degli ex-comunisti ha provocato come un impazzimento nel dibattito politico italiano e, ciò che più conta, un grande disorientamento fra le masse popolari che di quella tradizione si erano nutriti e che a quella tradizione guardavano. Ciò ha determinato un terribile vuoto di narrazione e di senso, un vero e proprio deserto politico-culturale. Tale deserto ha preso il posto di sezioni di partito e case del popolo, di associazioni e collettivi, di stampa comunista e scuole-quadri, di comitati di quartiere e consigli di fabbrica, di vitali scambi di racconto e di sapere fra le generazioni; di tutto ciò hanno fatto le spese soprattutto i giovani, che oggi non sanno nulla, assolutamente nulla, della storia nostra e del movimento operaio. E d’altronde perché mai essi dovrebbero conoscerla e studiarla, togliendo tempo ai loro smart-phone, se quella storia è fatta solo di orrori e di crimini, e – soprattutto – se essa è oggi finita per sempre?

In questo deserto possono ora razzolare indisturbati i coyotes e gli sciacalli.

Ci sono dunque quelle scelte irresponsabili di rinnegamento della nostra tradizione, c’è la intenzionale distruzione di ogni autonomia politico-culturale del movimento operaio dietro la possibilità offerta ai fascisti e a Salvini di penetrare anche presso le masse popolari.

Intanto gli ex-comunisti leggevano “Repubblica”, cioè si nutrivano quotidianamente del punto di vista, della concezione del mondo dell’avversario di classe, e ne dipendevano totalmente. Perché, se il comunismo è stato dichiarato morto, l’anticomunismo è rimasto invece ben vivo,  anzi ha potuto prosperare essendo ora del tutto incontratato. E ciò fino alla mozione-vergogna, votata dal Parlamento europeo e anche dal gruppo del PD, che equipara nazismo e comunismo, raccontando menzogne sull’origine della II guerra mondiale e su chi ci permise di vincerla, e tutto questo in obbedienza agli attuali governi razzisti e fascisti dell’est europeo.

Cercare di analizzare, e di decostruire, la egemonica narrazione anticomunista a proposito dell’89 è dunque per noi un compito urgente, che però non posso certo pensare di affrontare nei limiti di questo intervento. Mi limiterò ad accennare al trucco truffaldino che la fonda, un trucco che consiste in una triplice, indebita riduzione. La narrazione anticomunista a proposito dell’89 riduce  tutta la proposta ideale del comunismo all’esperienza dell’URSS, poi riduce tutto quel primo grande tentativo del proletariato di dare la scalata al cielo a Giuseppe Stalin, infine riduce tutta la direzione staliniana agli errori e agli orrori che la segnarono. Per cui, finito lo stalinismo, finita l’URSS si dà per finito anche il comunismo, anzi finita senz’altro la storia stessa. Sarebbe come se si desse per finito il Cristianesimo a causa della fine del potere temporale dei Papi (sono debitore al compagno D’Agata per questo suggestivo ma calzante paragone).

Si noti che questo modo di procedere, cioè l’identificazione di una proposta ideale con un’esperienza statuale e i suoi limiti, non è affatto applicata da altre situazioni. Ad esempio, l’URSS di Lenin e di Stalin, che durò qualche decennio (con in mezzo l’aggressione imperialista alla neonata URSS dal ’17 al ’26 e poi quella cosetta che fu la guerra contro il nazifascismo dal ’40 al ’45) è utilizzata per falsificare il comunismo e cancellarlo, ma la Russia di Eltsin e Putin, che dura ormai da trent’anni, non basta per falsificare il liberal-capitalismo e cancellarlo.

Si evidenzia qui la profonda disonestà intellettuale della narrazione anticomunista di cui parliamo: l’ideologia del liberal-capitalismo non viene affatto identificata con le politiche degli Stati che ad essa si ispirano, né viene ridotta alle vicende (e alle colpe) di quegli Stati.

Eppure si tratta di una catena ininterrotta di crimini ed orrori, che si può far partire da quel crimine fondativo della modernità che fu lo sterminio degli indigeni americani e poi conobbe la schiavitù e gli infiniti crimini del colonialismo, e provocò una serie ininterrotta di guerre e di aggressioni, e poi – dopo il ’45 – Hiroshima, l’Algeria e il Vietnam, il razzismo e il maccartismo negli USA, la strage dei comunisti in Indonesia, l’apartheid, il Cile di Pinochet, l’Argentina dei desaparecidos, etc. Per limitarsi agli orrori tuttora in corso (si noti bene: tutti successivi all’89 e alla fine dell’URSS), pensiamo alle guerre di distruzione della Jugoslavia, alle guerre contro l’Irak, l’Afganistan, la Palestina, l’Iran, etc., agli attuali tentativi di strangolare con l’enbargo o con colpi di Stato i processi di liberazione nell’America indio-afro-latina. Quest’elenco di crimini ed orrori del liberal-capitalismo è naturalmente assai parziale e incompleto, ma ciò che mi preme far notare è che questi crimini ed orrori non sono utilizzati per dedurne l’intrinseca erroneità dell’ideologia liberal-capitalista e sancirne la condanna. Questo metodo, questa condanna dell’ideologia in base al comportamento degli Stati, viene utilizzato solo per l’URSS e il comunismo.

Il comunismo c’era ben prima dell’Ottobre sovietico, ed esso c’è e ci sarà anche dopo l’implosione dell’URSS. Di più: noi sappiamo che storicamente le rivoluzioni sono state tutte diverse fra loro, anche se cercano di trarre lezioni dalle precedenti, noi sappiamo che la Comune di Parigi non somigliò affatto alla rivoluzione francese né al ’48, che l’Ottobre non somigliò alla Comune, che la rivoluzione cinese non somigliò a quella sovietica, e meno che mai le somigliarono il ’68, o la rivoluzione cubana o quella bolivariana e i diversi tentativi di “socialismo del XX secolo” in latino-america che sono in corso mentre parliamo (e che sono aggrediti, mentre parliamo, dall’imperialismo, senza che noi ce ne occupiamo minimamente).

Ancor più diversa dalle precedenti sarà – come ci ha insegnato Gramsci – la nostra necessaria rivoluzione, dato che essa si svolgerà in Occidente, cioè in una situazione in cui l’accumulazione primitiva è già  data e il tessuto della società civile è sviluppato e densissimo.

Dunque noi dovremmo prendere molto sul serio il problema della narrazione dell’89 e del post-’89, imparando dai nostri avversari di classe che investono su questo terreno della narrazione molta cura e molti soldi.

Ma per poter far questo, per combattere e vincere la battaglia decisiva per l’egemonia che finora abbiamo perso senza neppure combattere, occorre che la smettiamo di comportarci come il personaggio di un celebre sketch di Totò. Ricordate? C’è un tizio che ride mentre viene malmenato da un altro che menandolo gli dice: “Prendi questa, Pasquale!”, “Béccati quest’altra, Pasquale!”. Ma perché la vittima del pestaggio ride mentre le piglia? Risponde: “Tanto io mica sono Pasquale!”. Così ci comportiamo spesso anche noi, dicendo di non essere Pasquale, di fronte al pestaggio che gli anticomunisti fanno sulla nostra storia. Viene calunniato e oltraggiato Togliatti? Che m’importa, io mica sono Pasquale, io non ero del PCI. Viene vituperato il decennio rosso ’68-’77 descritto come la culla del terrorismo? Che m’importa, io mica sono Pasquale, io ero iscritto al PCI. Vengono ricoperte di fango l’esperienza dell’URSS e la stessa guerra antifascista? Che m’importa, io mica sono Pasquale, io ero trotzkista. E così via: nessuno di noi è Pasquale, ma gli schiaffi sono sulla nostra faccia, e fanno male.

Io credo che dobbiamo smetterla di essere settari con i nostri morti.

La storia del movimento comunista, come quella della liberazione dei popoli, ci appartiene tutta, per intero, con le sue ragioni e i suoi errori, con le sue vittorie e le sue sconfitte, esattamente come la storia del liberal-capitalismo appartiene per intero ai nostri avversari. Poi questa nostra storia si tratta di studiarla, di studiarla a fondo e seriamente, per capire gli errori, farne tesoro ed evitare le sconfitte. Perché quella storia è tutt’altro che finita e durerà, almeno fintanto che ci sarà il capitalismo e, come scrive Fortini, “comunismo è in cammino”.

Per questo, come ha detto stamattina nella sua introduzione il compagno Tortorella, “Dobbiamo alzare con orgoglio la testa”, perché le abbiamo prese ma le abbiamo anche date, ne prenderemo e ne daremo ancora, giacché veniamo da lontano e andiamo lontano.

 

Roma, 7 febbraio 2020                                                                         Raul Mordenti


One comment

  1. Laura Nanni ha detto:

    Una relazione molto chiara e molto utile a comprendere perchè oggi ci sia questo senso di spaesamento e di difficoltà nel riallacciare i nessi di significato che possano essere chiave di lettura dell’attualità. Dovrebbe essere maggiormente diffusa.

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