Attualità del pensiero di Gramsci a 130 anni dalla sua nascita/Actualidad del pensamiento Gramsciano a 130 años de su nacimiento

Raul Mordenti

Attualità del pensiero di Gramsci a 130 anni dalla sua nascita/Actualidad del pensamiento Gramsciano a 130 años de su nacimiento

Intervento al Seminario organizzato all’Istituto Simòn Bolìvar ISB e dall’Ambasciata della Repubblica Bolivariana in Italia il 22 gennaio 2021.

(NB: una versione orale con traduzione simultanea in spagnolo è disponibile all’indirizzo:

https://youtube.com/c/ISB_ve )

1. Care amiche e cari amici, care compagne e cari compagni,

permettemi di cominciare con un ringraziamento molto sincero per il grande onore che mi fanno l’ambasciata della Repubblica Bolivariana del Venezuela e l’Istituto Simon Bolìvar con questo invito a parlare del nostro Gramsci, a parlarne al di fuori dei confini d’Italia, e soprattutto a parlarne non accademicamente al passato ma al presente e al futuro, cioè a rappresentanti di un popolo eroico impegnato oggi, proprio in questi nostri tempi, nella costruzione del socialismo del XXI secolo.

Questo ringraziamento si mescola all’emozione se penso che il comandante eterno Hugo Chavez ha più volte definito “gramsciana” la rivoluzione bolivariana, parlando: di un «nuovo socialismo umanista, boliviariano, gramsciano e cristiano», e ha potuto far questo perché (come accennerò fra poco) egli conosceva bene i Quaderni del carcere di Gramsci, che aveva letti durante la sua prigionia.

Ricordo inoltre che il presidente Maduro nel giugno del 2013, poco dopo la sua elezione, venne a Roma a rendere omaggio alla tomba di Gramsci, dicendo in quella occasione: «Abbiamo fatto un giuramento gramsciano: per una rivoluzione socialista basata sulle idee di quest’uomo che morì resistendo al fascismo, senza mai piegarsi».

Quell’omaggio romano alle ceneri di Gramsci del presidente Maduro – che rivestiva evidentemente un grande significato per l’Italia intera – fu completamente censurato dalla stampa e dalle tv italiane: in Italia nessuno ha saputo di quel gesto! Voglio ricordare questa circostanza vergognosa per i mass media del mio Paese per ribadire che il bloqueo imperialista contro il Venezuela bolivariano (e contro Cuba) prende anche la forma – odiosa e decisiva – della disinformazione sistematica e della censura totale.

Che dire dunque per cercare di presentare Gramsci in 20 minuti?

Intanto, e soprattutto, l’invito a leggere direttamente le sue opere, soprattutto I Quaderni del carcere e le Lettere, di cui esistono ottime traduzioni in castigliano (ma ho fornito agli organizzatori dei link che permettono la lettura, naturalmente gratuita, delle opere di Gramsci in italiano).

Fornisco alcuni link a luoghi in cui si possono leggere opere di Gramsci e su Gramsci:

https://quadernidelcarcere.wordpress.com/su-gramsci/

Una rapidissima bio-bibliografia introduttiva e semplicissima (pensata a suo tempo proprio per una scuola-quadri) è anche nel mio sito personale:

http://raulmordenti.it/wp-content/uploads/2012/03/seminariogramsci.pdf

Così come un libro più politico e complesso, Gramsci e la rivoluzione necessaria (EE.RR. 2011), è leggibile gratuitamente presso questo indirizzo:

http://raulmordenti.it/wp-content/uploads/2012/03/Gramsci.pdf

Naturalmente è imprescindibile il sito della International Gramsci Society:

http://www.internationalgramscisociety.org/

e in particolare quello della “sezione italiana” della stessa IGS, ricchissimo di testi, seminari, filmati etc.:

http://www.igsitalia.org/

Per parte mia posso solo accennare alle tre fasi della vita politica di Gramsci:

(a) quella della rivista “L’Ordine Nuovo” legata al “biennio rosso” 1919-20 e all’occupazione delle fabbriche in Italia;

(b) quella del Gramsci politico in atto, dirigente del Partito italiano e dell’Internazionale, dal 1921 (proprio ieri, il 21 gennaio, abbiamo celebrato i cento anni della fondazione del PCd’Italia) al 1926, e

(c) infine quella del carcere, dall’arresto illegale (oltre tutto Gramsci era anche deputato e avrebbe dovuto godere dell’immunità parlamentare) l’8 novembre 1926 fino alla morte che lo colse il 27 aprile 1937, dopo anni drammatici trascorsi in condizioni fisiche sempre peggiori ma senza mai piegarsi al fascismo.

In quelle condizioni terribili Gramsci dette vita a un’opera fondamentale della cultura italiana e mondiale, i suoi Quaderni del carcere: sono in totale 29 a cui si devono aggiungere 4 quaderni di traduzioni, per 2.848 pagine manoscritte, pari a 4.000 dattiloscritte (non c’è male per un cervello a cui, come disse il giudice fascista bisognava «impedire per venti anni di pensare…»).

Esiste una fortissima coerenza, ideologica e politica, fra queste tre fasi, che non potremo certo analizzare compiutamente oggi (anche se mi conforta la presenza di un vero esperto di Gramsci, come il mio compagno e giovane collega Gianni Fresu).

2. Ciò premesso, cominciamo con qualche cenno biografico.

Antonio Gramsci, per i suoi parenti e compagni Nino, nasce ad Ales, in provincia di Oristano (Sardegna), il 22 gennaio 1891, esattamente 130 anni fa. È il quarto di sette figli di una famiglia di origine albanese. Il padre di Gramsci è un impiegato la madre una maestra (quindi si tratta di piccola borghesia), ma nell’infanzia di Nino accadde un fatto traumatico: il padre viene arrestato per un ammanco amministrativo e la famiglia precipita in una situazione di estrema miseria.

Risale all’infanzia anche la sua malattia, una terribile forma di tubercolosi ossea che determina la gibbosità. Fu un’infanzia molto difficile, da cui Gramsci porterà sempre con sé un’immagine forte e affettuosa della madre che da sola difende, organizza, resiste in quelle estreme difficoltà.

Nino Gramsci continua a studiare superando mille problemi di salute e di ordine economico.

Direi che queste esperienze degli anni difficilissimi della sua formazione abbiano maturato nell’animo di Gramsci un tratto permanente, destinato a divenire fondamentale non solo per la sua personalità, ma anche per il suo pensiero: è un tratto che definirei il suo risentito classismo ed il suo più profondo disprezzo per l’ipocrisia saccente e prassitaria, profondamente reazionaria, della piccola borghesia intellettuale italiana che si separa dalle masse.

Dopo la licenza liceale Gramsci si iscrive alla Facoltà di Lettere a Torino con una borsa di studio che era riservata agli alunni dell’ex-Regno di Sardegna (Piemonte, Liguria e Sardegna), e la stessa borsa di studio è vinta da Palmiro Togliatti, il futuro leader del PCI: risale ad allora la forte amicizia fra i due che durò tutta la vita e che è alla base del comunismo italiano.

In quegli stessi anni, avendo come tramite il fratello maggiore, Gramsci si iscrisse al Partito Socialista collaborando prima al “Grido del Popolo” e poi all’“Avanti!”, l’organo di quel Partito.

3. Dobbiamo aprire una parentesi, necessarissima, sulla formazione culturale di Gramsci: tale formazione è in quegli anni influenzata dal filosofo idealista Benedetto Croce. Questa provenienza dall’idealismo gli sarà rimproverata più tardi, ma Togliatti risponderà dicendo che l’idealismo era, in realtà, “la via maestra” per arrivare al marxismo, perché era la stessa via che, passando per Hegel, avevano percorso Marx ed Engels.

Certo è che Gramsci supererà l’idealismo giovanile a contatto con la lotta di classe e con la politica. Però questo aspetto del suo pensiero, deve essere letto in rapporto (e come reazione) all’egemonia negativa esercitata fra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 dal positivismo sul Partito Socialista Italiano.

La posizione filosofica di Gramsci sarà dunque il materialismo storico, sempre fortemente in contrasto con il positivismo. Il positivismo (e quello italiano in particolare) era ridotto ad un materialismo volgare e meccanicistico (in realtà una metafisica) che semplificava infantilmente anche i problemi più complessi: dalle teorie del Lombroso sull’influenza che la forma del cranio aveva sui comportamenti criminali fino alle tesi sul nesso fra l’altitudine dei paesi e la criminalità, o altre simili sciocchezze positiviste pseudoscientifiche non esenti dal razzismo.

Ma soprattutto sono evidenti, agli occhi di Gramsci, i limiti del positivismo dal punto di vista politico: il positivismo è l’ideologia del riformismo (e, al tempo stesso, del massimalismo) cioè della passività e dell’impotenza del Partito Socialista Italiano. Poiché interpreta anche i fatti della storia e della società umana secondo i canoni della natura e secondo un evoluzionismo banale ed ottimistico, l’ideologia positivista crede che la crisi del capitalismo sia “inevitabile” e spontanea, nell’ordine “naturale” (appunto) delle cose; ma allora per il movimento operaio si tratta solo di attendere quella crisi che, prima o poi, avverrà, esattamente come l’alba seguirà alla notte; tutt’al più si potrà cercare di accelerare la crisi del capitalismo (che essi identificano senz’altro con l’avvento del socialismo) favorendone lo sviluppo attraverso la pressione sindacale (è la variante riformista), oppure invece si cercherà di accompagnare l’inevitabile crisi del capitalismo con la predicazione parolaia e “scarlatta” delle idealità socialiste (è la variante massimalista ed estremista).

Ecco in che senso il positivismo può essere considerato l’ideologia della passività politica che accomunava le diverse tendenze del PSI.

Gramsci rompe con questa cultura, esce da questa passività proprio grazie ad una sua personalissima lettura del leninismo, da lui inteso come la teoria-pratica dell’intervento soggettivo delle masse organizzate nella crisi del capitalismo per trasformarla in rivoluzione.

Nel dicembre 1917, quando arrivano notizie della rivoluzione d’Ottobre, Gramsci scrive un articolo molto importante intitolato La rivoluzione contro il “Capitale”, ma intendendo per “Capitale” il gran libro di Marx. In che senso la rivoluzione d’Ottobre è la rivoluzione contro Il Capitale di Marx?

Perché secondo gli schemi del marxismo dogmatico la rivoluzione sarebbe dovuta avvenire nei paesi dove il capitalismo era più sviluppato, come in Germania o in Inghilterra, non certo in Russia, dove si sarebbe dovuto prima attendere lo sviluppo del capitalismo e solo dopo pensare alla rivoluzione (è questa un’obiezione, come voi sapete bene, che ha riguardato tutte le rivoluzioni del cosiddetto Sud del mondo):

«I fatti – scrive Gramsci – hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni … », e la rivoluzione ha avuto luogo in un paese con un capitalismo poco sviluppato. Ma questo significa essere fedeli al vero pensiero di Marx:

«E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici bruti, ma l’uomo, ma le società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, s’intendono fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti (…) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici, e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà…»

A me sembra bellissima questa concezione della storia, come di una cosa che gli uomini e le donne fanno tutti insieme, organizzandosi fra loro, accostandosi fra loro. E mi sembra molto significativo che proprio questo concetto (che abbiamo visto in un Gramsci giovane, nel 1917) ricorra, quasi con le stesse parole, in una delle ultimissime lettere dal carcere di Gramsci (malatissimo e quasi morente, nel 1937), una delle lettere più belle e più note, al figlio Delio, in cui scrive:

«Carissimo Delio, mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa.»

Ci sono, come vedete, quasi le stesse parole, certo è lo stesso concetto: questa idea che la storia non sia un fatto determinato dai “fatti economici bruti” (così Gramsci li chiama), ma sia la conseguenza dell’intervento attivo, soggettivo degli uomini e delle donne organizzati in società che, appunto, modificano la storia e creano la storia.

4. Negli anni che seguono la fine della prima guerra mondiale, anche in Italia si verifica una crisi del capitalismo a cui corrisponde il cosiddetto “Biennio rosso” 1919-20, e in particolare l’occupazione delle fabbriche, che nels ettembre 1920 aveva coinvolto 400.000 operai. È il Gramsci della rivista l’“Ordine Nuovo”, che matura un’esperienza che resterà fondamentale per la sua politica e per il suo pensiero, specialmente perché comprende la necessità del Partito ma prima ancora l’importanza di un rapporto dialettico fra spontaneità delle masse e ciò che definisce “direzione consapevole”. Anzi Gramsci afferma che proprio questa è la “questione teorica fondamentale”:

«Si presenta una questione teorica fondamentale, a questo proposito: la teoria moderna (il marxismo) può essere in opposizione con i movimenti “spontanei” delle masse?».

E la risposta è nettissima: no! non può esserci opposizione fra il Partito e il movimento delle masse:

deve essere sempre possibile passare dalla spontaneità delle masse all’elemento di coscienza del Partito e dall’elemento di coscienza del Partito passare ad incontrare lo stato d’animo delle masse.

Ma soprattutto, nel fuoco di quella esperienza, in rapporto diretto e strettissimo con gli operai torinesi (Gramsci è definito “un capo che sapeva ascoltare”, anzi – secondo Togliatti – era l’unico dirigente comunista capace di questo), Gramsci elabora una nuova, rivoluzionaria idea di intellettuale. “Tutti gli uomini sono intellettuali!”, scrive, anche se solo alcuni svolgono il mestiere dell’intellettuale: è questa la strepitosa innovazione introdotta da Gramsci, che aspetta ancora di essere compresa e approfondita come meriterebbe. Tutti sono intellettuali perché il sapere proviene dal lavoro, dal lavoro produttivo, che dunque non è mai l’attività di “gorilla ammaestrati” come vorrebbe il capitale ma contiene sempre in sé elementi di intelligenza che si tratta di cogliere e valorizzare.

«In qualsiasi lavoro fisico, anche il più meccanico e degradato, esiste un minimo di qualifica tecnica, cioè un minimo di attività intellettuale creatrice.»

E ricordando i giorni dell’occupazione delle fabbriche (in cui la produzione continuò, senza i capitalisti) Gramsci sottolieneerà come erano sorte allora incredibili iniziative, anche artistiche e culturali, parte degli operai, nel momento i cui essi si sentivano padroni del proprio destino.

Spetta dunque al proletariato rivoluzionario un duplce compito: valorizzare e produrre dei propri “intellettuali organici” e, al tempo stesso, procedere alla conquista degli “intellettuali tradizionali”, strappandoli alla borghesia che li utilizza per il suo dominio. Un processo complesso, ma decisivo, che Gramsci analizza anche storicamente nei Quaderni, con una finezza e una profondità analitica che è certo impossibile ripercorrere qui.

5. Una nuova teoria degli intellettuali è dunque uno dei grandi temi elaborati nei Quaderni.

L’altro tema, fondamentale, è il concetto di egemonia per cui Gramsci è studiato e usato nel mondo, dagli Stati Uniti al Giappone, dai “sem terra” del Brasile alle filosofe femministe, etc. Gramsci ci spiega che ogni potere ha sempre due componenti, quella del dominio, cioè della coercizione e della violenza, e quella dell’egemonia, fatta del consenso, o almeno della passivizzazione delle masse. Dunque gli strumenti del potere non sono solo la polizia o la magistratura, sono anche l’informazione, la scuola, la religione, l’apparato ideologico, il controllo dell’immaginario, etc. tutto ciò che determina il senso comune delle masse. Hugo Chavez, citando proprio Gramsci, dice:

“ un terzo livello negli strati ideologici secondo Gramsci è quel che egli chiama il senso comune, che è il prodotto dell’immersione nella filosofia e nell’ideologia dominante, in diverse forme, attraverso le telenovele, i film, le canzoni, la propaganda, etc. […]”.

E non sembri strano che Chavez citi le telenovelas, perché anche Gramsci attira l’attenzione – ad esempio – sui romanzi d’appendice, sui feuillettons (le telenovelas del suo tempo), dunque non solo sulle grandi istituzioni come la scuola e la religione, ma anche sulle riviste, sui simboli, sulle narrazioni della storia nazionale, sulla nomenclatura delle strade, sulle statue, ma anche sul vocabolario, sull’uso della lingua e dei dialetti, e così via (l’elenco sarebbe interminabile): sono tutti luoghi e strumenti dell’egemonia borghese che i comunisti debbono capire e contrastare.

Ora, la rivoluzione richiede che sia combattuta e sconfitta, soppiantata, l’egemonia delle classi dominanti, e anzi la costruzione di un’egemonia alternativa, rivoluzionaria, è una condizione necessaria anche per la conquista del potere politico.

Voi capite bene che si fonda così un’idea di rivoluzione ben diversa dalla “conquista del palazzo d’inverno”, insomma ben diversa dal modello sovietico: una rivoluzione processuale (Gramsci la chiama “guerra di posizione”) fatta di democrazia proletaria e fondata sulla partecipazione attiva e cosciente delle masse popolari.

Sono questi i grandi temi sviluppati nei Quaderni del carcere, che non abbiamo certo il tempo di analizzare in questa sede. Mi limiterò, per dare un’idea del loro contenuto, a citare i titoli dell’edizione cosiddetta “tematica” (cioè raggruppata per argomenti) che il PCI di Togliatti pubblicò nel secondo dopoguerra (anche se ora i Quaderni sono da leggere nell’edizione critica in quattro volumi curata da filosofo comunista Valentino Gerratana per l’editore Einaudi nel 1975).

Questi i titoli dei sei volumi dell’edizione tematica dei Quaderni (che seguivano la pubblicazione delle Lettere): 1. “Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce” (1948); 2. “Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura” (1949); 3. “Il Risorgimento” (1949); 4. “Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno” (1949); 5. “Letteratura e vita nazionale” (1950), 6. “Passato e presente” (1951), un volume più miscellaneo e vario, che comprendeva anche in appendice l’Indice dell’intera opera.

6. Qual è lo fondo storico di questo straordinario lavoro politico-intellettuale? Sono gli anni Venti e Trenta del Novecento segnati dalla vittoria dei fascismi, di cui Gramsci dà un’interpretazione originale e assai feconda: il fascismo rappresenta una “crisi storica”, una crisi di egemonia della borghesia la quale è ancora troppo forte per essere liquidata ma è troppo debole per esercitare il suo comando nelle forme – diciamo così – “normali” della democrazia, e deve dunque ricorrere alla coercizione e al dominio.

Per questo secondo Gramsci il vero, e l’unico, modo, di battere il fascismo è risolvere in avanti la “crisi storica”, non dunque tornando al vecchio regime liberale (quello che ha prodotto dal suo seno il fascismo) ma andando avanti verso un potere nuovo, rivoluzionario.

Ci sono punti interessanti, e inquietanti, di analogia fra quella fase di crisi di egemonia e gli anni che stiamo vivendo? Sì, io credo che anche gli anni che viviamo, che seguono il trionfo e poi la crisi del neo-liberismo siano anni in cui – come si esprime Gramsci – “Il vecchio è morto e il nuovo non può nascere”. Ed è questa una citazione di Gramsci che fece in un comizio tenuto a Caracas il 2 giugno 2007 il comandane Chavez che ha avuto il bel titolo Vi batteremo di nuovo, signori della borghesia imperialista!

Mi permetto di citarlo in spagnolo, chiedendo scusa della mia pronuncia terribile:

“Por eso, es que voy a valerme del pensamiento, de algunas de las ideas de ese gran pensador revolucionario italiano, Antonio Gramsci, para hacer una reflexión sobre el momento que estamos viviendo. Una verdadera crisis histórica ocurre cuando hay algo que está muriendo pero no termìna de morir y al mismo tiempo hay algo que está naciendo pero tampoco termìna de nacer. En el tiempo y en espacio donde esto ocurre, ahí se presenta una auténtica crisis orgánica, crisis histórica, crisis total”. “Aquí en Venezuela no lo olvidemos, desde hace varios años estamos en una verdadera crisis orgánica, una verdadera crisis gramsciana, una crisis histórica. Lo que está muriendo se niega a morir y todavía no termìna de morir y lo que está naciendo tampoco ha terminado de nacer.”

(Hugo Chávez) Fonte: Cubadebate

Noi viviamo un’epoca in cui il vecchio, il capitalismo, è morto, e al nuovo, al socialismo, si cerca in ogni modo di impedire di nascere. Questa crisi storica (che porta i Trump, i Bolsonaro, aggressioni imperialiste e guerre) è assai pericolosa per l’umanità associata e per la stessa sopravvivenza del pianeta.

Lo studio del pensiero di Gramsci, della sua lezione etica e politica, credo che possa contribuire a risolvere questa crisi, a uscirne in avanti, verso il socialismo.

Roma, 21 gennaio 2021 Raul Mordenti

mordenti@uniroma2.it

www.raulmordenti.it

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