In morte di Armando Petrucci

Anche se purtroppo prevedibile da tempo a causa della lunga e feroce malattia, la notizia della morte di Petrucci ci ha colpito con la violenza di uno schiaffo (come tutte le morti delle persone che ci sono care).

I suoi allievi (davvero numerosissimi e affezionati) hanno già cominciato ad illustrare in questi giorni, e di certo lo faranno ancora per molti anni avvenire, la straordinaria importanza dei lavori di Petrucci e il contributo da lui dato al rinnovamento della sua disciplina, la paleografia[1]. Da profano della paleografia, io credo che più che di rinnovamento si debba parlare in questo caso di una vera rivoluzione (per usare una parola che gli fu molto cara).

Chi ha avuto la fortuna di vivere i seminari perugini (pensati e condotti da Petrucci con Attilio BartoliLangeli) su alfabetismo e cultura scritta[2]; oppure chi ha potuto leggere i suoi lavori paleografici, come quello celebre sul cinquecentesco libretto di conti di Maddalena “pizzicarola in Trastevere”[3]; o anche solo chi abbia visto la mostra su scrittura e popolo nella Roma barocca[4], da Petrucci genialmente disposta su diversi livelli a rappresentare in alto l’incombere della scrittura del potere, ad altezza d’uomo l’utilizzo dello scrivere nella quotidianità e poi – in basso, come in contrappunto – il resistere della scrittura della trasgressione e del criminale testimoniata dai corpi di reato (i cartelli infamanti, le lettere anonime, etc.); chiunque insomma abbia potuto incontrare il lavoro di ricerca di Petrucci (ed altri esempi meno sommari si potrebbero fare) ha imparato per sempre a guardare alla scrittura umana come a un fatto integralmente storico, capace di coinvolgere e lumeggiare la materialità e le regole dello scrivere non meno che le convenzioni sociali, i rapporti di potere e le istituzioni dello Stato che lo hanno regolato in ogni epoca, parlandoci in tal modo tanto delle persone, di singoli uomini e donne, che del loro tempo.

In questo senso Petrucci è stato un vero esempio di quello “storico integrale” invocato (invano) da Gramsci, quello per il quale appare “di valore inestimabile” (sono le parole forti di Gramsci) qualsiasi traccia, per quanto frammentaria e incompleta, dell’autonomia dei subalterni, uno storico capace insomma di fare la storia dei senza storia.

La storia è stata per Petrucci la parola-chiave: è superfluo dire che non c’era niente di idealistico, e neppure di storicistico, in questa centralità. Forse può aiutare a spiegare questo suo atteggiamento verso la storia un mio ricordo personale: quando vinsi il concorso per la mia disciplina e si trattava per me di scegliere quale materia professare all’interno del settore scientifico-disciplinare L-Fil-Let/14, Armando, che nutriva una forte ed esibita diffidenza per ciò che chiamava il “mal francese” della critica letteraria (cioè per l’indulgenza alla chiacchiera vuota, gergale e filosoficamente atteggiata), mi disse che tuttavia io potevo salvarmi, perché avrei potuto pur sempre insegnare la storia della critica.

Dunque richiede di essere spiegato anche il senso della parola “rivoluzione” riferita poc’anzi alla sua disciplina, la paleografia. La paleografia è stata da Petrucci amatissima, e per quei medesimi motivi che fondarono la duratura sottovalutazione crociana verso una disciplina considerata tutt’al più ausiliaria, strumentale e minore. Ciò che della paleografia non piacque, e non poteva piacere, a Benedetto Croce credo sia stato esattamente ciò che spinse Petrucci ad amarla così tanto: la paleografia aveva a che fare con la materia e con il lavoro degli uomini e delle donne in carne ed ossa, e – per giunta – aveva saputo sedimentare nei secoli un lessico terminologico complesso e preciso (absit iniuria: scientifico[5]), capace di individuare le diverse scritture, gli stili, le norme e le forme, i procedimenti, e insomma qualsiasi aspetto del fenomeno scrittura umana complessivamente considerato.

È ben vero che Petrucci ha voluto e saputo studiare anche i tagsmurali dei writers, le “scritture esposte” fino a quelle del movimento, la storia delle lettere private[6]e le lapidi cimiteriali[7], ma ha potuto fare tutto questo perché era anzitutto un paleografo, e un paleografo provetto, accademico nel senso più alto di questa parola. Non si trattava affatto per Petrucci di degradare il sapere specialistico, consolidato nei secoli, della sua disciplina ma, al contrario, di sviluppare quel sapere e di applicarlo creativamente, e ciò era possibile proprio perché un tale sapere specialistico era da lui completamente e splendidamente padroneggiato. Insomma per Petrucci nell’analisi dei fatti di scrittura contemporanei non c’era nessuna riduzione a qualche generico passe-partoutsociologico, direi anzi che quanto più l’oggetto dell’indagine era extravagante marginale e allotrio tanto più egli avvertiva la necessità di attivare per intero la strumentazione scientifica che la disciplina poteva fornirgli. Si può ben dire che Petrucci poteva conferire dignità di oggetto di studio alle scritte sui muri proprio perché era colui che aveva studiato cose come le rarissime tavolette cerate del XIII secolo[8]o la presenza di Virgilio nella cultura scritta dell’antica Roma[9]o il reimpiego dei supporti di scrittura nel libro altomedievale[10], perché era lo studioso che aveva letto e trascritto le mani di Boccaccio e di Petrarca.

Rappresenta quasi una sintesi fra questi due aspetti sempre convergenti nella ricerca di Petrucci (la sensibilità per gli assetti del potere, anche contemporaneo, e la conoscenza profonda del passato), un memorabile lavoro comparso sulle prestigiose “Annales” in cui Petrucci metteva a punto la fondamentale categoria del “potere di scrittura”, che egli distingueva utilmente dal “potere sulla scrittura”[11].

Qui dunque c’entra la politica, eccome; intendo la politica vera, quella fatta di impegno quotidiano e coerente per cambiare il mondo[12]. Luciano Canfora ha voluto ricordare la strepitosa presa di posizione di Petrucci che nel 1972 si dimise dalla prestigiosa Medieval Academy of America per protesta contro la guerra in Vietnam(e Canfora sottolinea giustamente che in tal modo l’allora quarantenne Petrucci rinunziava a rapporti e privilegi invidiati da molti); Alberto Asor Rosa ha ricordato da parte sua la partecipazione di Petrucci a un seminario “150 ore” che organizzammo nell’Università con il Sindacato nel 1976-77, e che proseguì anche nei giorni più drammatici che seguirono alla sciagurato blitzdi Lama.

Ma piuttosto che aggiungere episodi analoghi (che mi si affollano numerosi alla mente in questo momento), a proposito del rigoroso impegno da vero compagno di Petrucci preferisco anche in questo caso cercare di individuare il nesso originale ed esemplare che egli seppe stabilire fra il suo essere professore e il suo essere comunista (naturalmente a modo suo).

Forse basterà ricordare che Petrucci teneva sempre aperta la porta del suo studio, al secondo piano della Facoltà di Lettere della “Sapienza”, perché sosteneva che bussare a una porta chiusa avrebbe imbarazzato gli studenti. Anche qui: la massima disponibilità didattica e umana (che si spingeva fino a guidare passeggiate collettive con gli studenti nel centro storico di Roma) si coniugava con un estremo rigore del suo insegnamento che in fondo – come egli diceva – serviva a imparare a leggere, e che dunque non poteva essere in alcun modo né aggirato né banalizzato.

Se questo valeva per gli studenti non si può immaginare quale generosa attenzione Petrucci riservasse ai giovani ricercatori che lo circondavano. Io, che pure lavoravo in un altro Dipartimento, conservo un ricordo indelebile di quei suoi aiuti: si trattava di bigliettini o schede con un titolo, un consiglio bibliografico, un’idea, che Armando metteva da parte per noi e ci regalava; e ricordo quando mi aiutò a leggere alla Vaticana una rognosa mercantesca cinquecentesca fornendomi due fogli di trascrizione diplomatico-interpretativa della mercantesca che – mi disse – “Non ti serviranno a nulla, ma ti aiuteranno psicologicamente” (in realtà Armando non disse esattamente le parole “a nulla”).

Soprattutto, lo ricordo discutere pazientemente con noi i problemi che emergevano dalla ricerca sui “libri di famiglia”, e perdere tempo con noi, una cosa che per un giovane ricercatore ha un valore inestimabile di sostegno, ancora più importante degli apporti scientifici stricto sensu. Posso dire, oggi che tutto è finito e che quella promettente ricerca si è ormai interrotta[13], che senza il supporto di Armando Petrucci non ci sarebbe stata la ricerca sui “libri di famiglia”, o almeno che essa non sarebbe stata quella cosa bella e importante che è stata; e credo che queste stesse parole potrebbero pronunciarle molti altri colleghi della mia generazione o più giovani di me.

Questo rapporto bellissimo con un vero maestro valeva naturalmente anche in presenza di dissensi fra noi o di dubbi: è stato questo il caso del mio tentativo di usare l’informatica per la “trascrizione critica”, ora intesa da me come codifica. Per discutere questo problema quando mi si presentò alla mente, Armando mi offrì il privilegio di uno straordinario e specialissimo seminario a tre, con lui e con Franca[14], presso il suo studio alla Normale di Pisa; conservo ancora i suoi appunti manoscritti, con la sua bella scrittura professionale da archivista-bibliotecario, in margine al testo del mio primo progetto, e posso così dire che anche il mio lavoro di questi ultimi due decenni è stato influenzato da quegli appunti, talvolta critici, spesso divertenti, ma sempre partecipi e generosamente propositivi.

Per dirla con una frase sola: Armando Petrucci è stato il modello etico-politico di studioso e di professore a cui ho cercato di ispirarmi.

E niente mi parla di più a proposito della distruzione dell’Università pubblica in Italia che constatare la differenza, la terribile differenza, fra ciò che veri maestri come Armando Petrucci sono stati per noi e la miseria che noi siamo stati per i nostri allievi.

 

Roma, 26 aprile 2018                                                                                                                                     R.M.

[1]Per i settanta anni di Petrucci, uno dei suoi allievi più vicini e prediletti, Marco Palma, ha prodotto un’accurata Bibliografia degli scritti di Armando Petrucci, Roma, Viella, 2002 (al tempo si trattava di 84 pagine fitte di titoli che ora sarebbero certamente assai di più).

[2]Il “seminario permanente” “Alfabetismo e cultura scritta” fu accompagnato da una sere di economicissimi bollettini di “Notizie” (personalmente ne conservo otto preziosi fascicoli, dal marzo 1980 all’agosto 1987).

[3]Comparso sulla sua rivista “Scrittura e civiltà” nel 1978.

[4]Cfr. Scrittura e popolo nella Roma barocca. 1585-1721, a cura di Armando Petrucci, Roma, Edizioni Quasar, 1982 (con una Presentazionedell’Assessore alla Cultura del Comune di Roma di quel tempo, Renato Nicolini). Ma si vedano anche alcuni lavori di sintesi: A. Petrucci (a cura di), Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna. Guida storica e critica, Roma-Bari, Laterza, 1977,e Id., La scrittura. Ideologia e rappresentazione, Torino, Einaudi, 1986. Si vedano in questa chiavegli ormai classici contributi (anche iconografici) di Petrucci alla Letteratura italianaEinaudi diretta da Asor Rosa.

[5]Se ne veda un assaggio in A. Petrucci, Funzione della scrittura e terminologia paleografica, in AA. VV., Paleographica diplomatica et archivistica. Studi in onore di Giulio Battelli, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 1979, pp. 3-30. Con un approccio più storico, e rivolto alla didattica, cfr. A. Petrucci, La descrizione del manoscritto. Storia, problemi, modelli, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1984.

[6]A. Petrucci, Scrivere lettere. Una storia plurimillenaria, Roma-Bari, Laterza, 2008. Cesare Segre, recensendo il volume, ha ricordato che la lettera si fonda sulla comunicazione personale e dunque va studiata: “in una prospettiva del tutto diversa da quella riservata alla scritture letterarie; basta pensare che molte volte le lettere sono scritte da persone comuni, anche semianalfabete.” (C. Segre, Amore e guerra: il segno della Storia nelle lettere private,in “Corriere della Sera”, 21 febbraio 2008).

[7]Cfr. lo splendido volume: A. Petrucci, Le scritture ultime. Ideologia della morte e strategie dello scrivere nella tradizione occidentale,Torino, Einaudi, 1995; il volume si raccomanda anche per un’intensa e feconda apertura al rapporto fra scrittura e arti figurative.

[8]A. Petrucci (a cura di), Le tavolette cerate fiorentine di casa Majorfi. Edizione, riproduzione e commento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura,1965.

[9]A. Petrucci, Virgilio nella cultura scritta romana, in AA. VV.,Virgilio e noi, “Pubblicazioni dell’Istituto di Filologia Medievale”, Università di Genova Facoltà di Lettere, n. 74 (1982), pp.51-72.

[10]A. Petrucci,in AA.VV., Ideologie e pratiche del reimpiego nell’alto Medioevo. 16-21 aprile 1998, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’alto Medioevo, 1999, pp. 981-1010.

[11]A. Petrucci, Pouvoir de l’écriture, pouvoir sur l’écriture dans la Renaissance italienne, in “Annales ESC”, n. 4 Juillet-Aout 1988, pp.823-847

[12]Si veda almeno A. Petrucci, Scrivere e no. Politiche della scrittura e analfabetismo nel mondo d’oggi. Iconografia a cura di Franca Petrucci Nardelli, Roma, Editori Riuniti, 1987.

[13]Anche se di recente siamo riusciti, assai faticosamente, a recuperarne i materiali e a renderli disponibili per successive e auspicabili ricerche. Cfr. P. Sordi, I libri di famiglia in Italia: storia di una ricerca e della sua problematica conservazione attiva (ovvero: la soluzione digitale), in “Testo e Senso” on line, a. XVII (2016) (http://testoesenso.it/article/view/423), e V. Ventucci, La ricostruzione di BILF, la Biblioteca Informatica dei Libri di Famiglia, ibidem, (http://testoesenso.it/article/view/420).

[14]Il rapporto fra Armando Petrucci e sua moglie Franca Petrucci Nardelli è troppo ricco e profondo perché io possa osare dirne qualcosa in questo momento di dolore; basti dire che Franca non è stata solo la compagna amatissima della intera vita ma anche la sua degna compagna di studi, di sapienza paleografica e di lavoro.


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