La carica dei riapriristi, in nome dei padroni

Pubblicato su Left il 03/05/2020

Riaprire, riaprire subito, riaprire tutto; la produzione, anzi il profitto, non si tocca, e al dio profitto si può sacrificare la vita umana; dunque chissenefrega – dicono i riapriristi – se questo riaprire costerà la vita a qualche decina di migliaia di persone


In vista della fase 2 si è scatenato l’impressionante volume di fuoco mediatico di cui i poteri capitalistici sono capaci, per non parlare del web, ormai terreno di scorrerie della “bestia” salvin-meloniana (con i consigli, e i soldi, di Bannon). Tutta intera la stampa confindustriale si è scatenata, dal “giornalone unico” degli Agnelli, Repu-Stam-Corsera, ai feroci giornali dei Feltri, dei Sallusti e dei Belpietro, e, naturalmente, tutta compatta la Tv, da quelle berlusconiane a quella di Cairo, passando per la Rai opportunamente lottizzata fra Pd e Lega. Né poteva mancare all’appello la Conferenza episcopale. In nome dei sacri princìpi della libertà (guarda tu dove si vanno a cacciare i sacri princìpi!) ha voluto adornare il corteo padronale dei riapriristi anche un filosofo, amplificato con opportune interviste da giornali come La Verità e da trasmissioni come Zapping che – francamente – coi sacri princìpi della libertà non hanno mai avuto nulla da spartire.

Cosa ci dicono in coro le voci del padrone? Riaprire, riaprire subito, riaprire tutto; la produzione, anzi il profitto, non si tocca, e al dio profitto si può sacrificare la vita umana; dunque chissenefrega se questo riaprire costerà la vita a qualche decina di migliaia di persone, anzi se sono anziani e poveri (come purtroppo accade) se ne gioverà la spesa pensionistica.

Il coro assordante dei riapriristi serve anche a far dimenticare tre gravi “responsabilità” (tre, non uno sola) dei loro padroni: la prima è stata distruggere con privatizzazioni e ruberie la sanità pubblica, in questo la Lombardia formigoniana è stata all’avanguardia. E i risultati si sono visti. Solo qualche mese fa (il 23 agosto 2019) il legaiolo Giorgetti si vantava apertamente di aver ridotto di 45mila unità i medici di base in Lombardia, dato che – diceva – gli under50 si curano da soli via internet. La seconda è stata fare finta di niente quando già il contagio era esploso, minimizzando sempre in nome della necessità sacra di non danneggiare il business; così, in piena epidemia, il sindaco di Bergamo Gori invitava i suoi concittadini ad andare tranquilli tutti a cena fuori (e quella città ha quintuplicato il numero dei morti) e il sindaco di Milano a farsi uno spritz indossando una bella maglietta “Milano non si ferma”, mentre l’ex sindaco di Firenze ancora il 28 marzo proponeva così: «Le fabbriche riprendano prima di Pasqua, le scuole il 4 maggio».

La terza, la più odiosa, è stata mandare i malati di Covid nelle Residenze per anziani, anziani soli, spesso malati, sempre indifesi, provocandone la strage. Si dice che si stia muovendo la Magistratura, ma in un Paese civile non si può affidare tutto alla Magistatura e dovrebbe essere un moto di indignazione popolare a cacciare i responsabili di questo obbrobrio e a far commissariare la regione Lombardia come richiesto da un appello di decine di migliaia di cittadini (e come è previsto dalla Costituzione in casi così gravi).

Naturalmente anche i nostri riapriristi hanno i loro problemi. Il primo problema è che per poter avanzare la loro proposta essi debbono semplicemente rimuovere un trascurabile dato, cioè l’esistenza della pandemia e il numero dei morti; per poter parlare essi (filosofo compreso) debbono parlare come se tutto questo non esistesse. È la stessa linea di occultamento del problema usata da Trump, da Johnson, da Bolsonaro etc., che è costata e costerà molte decine di migliaia di morti. Certo, disporre praticamente del monopolio dei mass media aiuta gli apriristi alla bisogna, e tuttavia far finta che il virus non esista non è cosa facile neanche per loro. I morti, mentre scrivo hanno superato quota 27mila, con un numero spaventoso di medici e infermieri, ma non sono computati quelli che muoiono da soli, in casa, senza cura né diagnosi e – in base ai confronti coi morti negli anni scorsi – si calcola che tale cifra terribile sia sottostimata almeno del 36% (cfr. Gabanelli-Ravizza in CdS, 28 aprile 2020). Comunque in Italia, secondo i dati dell’Istat, il numero di morti dal primo marzo al 30 aprile 2020 è aumentato del 41% rispetto allo stesso periodo del 2019.

I contagiati superano già le 202mila unità e continuano a crescere costantemente (nonostante la chiusura) di circa 2.000 al giorno (cioè l’1%), ma il (cosiddetto) “numero dei contagiati” che ci forniscono è quasi una burla, perché si limita a riportare i positivi ai tamponi, e di tamponi ne sono stati fatti in totale in Italia 1.790.000 (e molti diverse volte a una stessa persona). Cioè noi non sappiamo praticamente nulla di 58 milioni di italiani, e dei malati asintomatici, che sono l’80%-85% dei casi e che trasmettono il virus esattamente come i sintomatici. Poiché il (cosiddetto) “numero dei contagiati” dipende solo dal numero dei tamponi positivi, quando hanno fatto meno tamponi come nei giorni di Pasqua è diminuito, tornando a crescere quando se ne sono di fatti più. Non bisognerebbe quindi dire “numero dei contagiati”, ma dire invece numero dei positivi sul numero dei tamponi effettuati, e farci sapere la loro percentuale; ma questo nessuno ce lo dice.

Lo stesso dicasi per il dato (definito “confortante”) dei posti in terapia intensiva che (molto lentamente: poche decine di unità al giorno) si liberano: il fatto è che anche chi muore libera un posto-letto, e i morti continuano a crescere, circa 400 al giorno, e – si badi bene! – non si tratta di contagi pre-chiusura (sono passati oltre 40 giorni) bensì di contagi nuovi legati alle parziali riaperture dei luoghi di lavoro, che infatti crescono di più in Lombardia e in Piemonte dove molte fabbriche hanno già riaperto. Con la linea degli apriristi – tutti al lavoro, in metro e in autobus, o a Messa etc. – tale numero tornerà ad aumentare spaventosamente, come è già successo in Germania dopo la parziale riapertura.

Il secondo problema degli apriristi è riuscire a nascondere che una soluzione alternativa alla crisi economica (l’argomento “forte” degli apriristi) esiste eccome, è realistica e praticabile. È la proposta avanzata in Europa dalla Sinistra europea (in Italia dal suo vice-presidente Paolo Ferrero) di poter disporre di un flusso consistente di denaro dalla Bce, dato senza interessi direttamente agli Stati e ai Cittadini. Dunque non la vecchia devastante filiera Bce (interessi)-banche italiane (interessi)-imprenditori (come invocato apertamente da Salvini) ma una filiera di finanziamento del tutto nuova: Bce-Stati (senza interessi)-Cittadini/Lavoratori. La differenza è chiara: loro vogliono denaro pubblico per restaurare il sistema economico pre-virus, e riaprire tutto e subito serve a questo, benché costi morti; ma quel sistema “di prima” ha già fatto fallimento (disoccupazione e miseria c’erano già prima del virus). Al contrario, noi vogliamo uscire dalla crisi in avanti, cogliendo l’occasione per rifondare una società diversa e un’economia solidale, fedeli alla Costituzione. Questo denaro pubblico dovrà infatti servire per finanziare sanità pubblica, scuola/università pubblica e ricerca, ma soprattutto per attività economiche nuove, capaci di sviluppare nuova occupazione, di difendere il territorio e l’ambiente, e – soprattutto – quel denaro pubblico non dovrà andare né agli evasori né a chi paga le tasse in Olanda (come gli Agnelli) né a chi delocalizza né alla criminalità.

È ora del tutto chiaro perché di questa proposta della Sinistra europea nessuno dei media apriristi abbia mai fatto il minimo cenno: un silenzio perfetto e unanime, e colpevole. Questo ci aiuta a capire che il vero problema che gli apriristi e chi li comanda hanno di fronte è il seguente: impedire che il popolo sappia e possa capire. Dunque sta a tutti e a tutte noi combattere gli apriristi rompendo questo colpevole silenzio anche per poter salvare tante vite umane.


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