L’Università e l’Europa

[Da Rifondazione – Mensile di politica e cultura – Anno II n. 9 novembre 1998]

L’ Università e Europa

Di Raul Mordenti

In forme certo diverse da quelle sognate dal ’68 tedesco (e anzi, come per contrappasso, grottescamente rovesciate rispetto a esse), l’Univer­sità sta davvero sperimentando e prefigurando un modello di organizzazione sociale, da estendere all’intera società. Tale modello ridetermina al tempo stesso le forme della produzione e quelle del potere, l’organizzazione del lavoro e l’ideologia: tutto ciò si sta coerentemente subor­dinando al “Dio ascoso” mercato, segnando il trionfio della precarizzazione, della flessibilità, della differenziazione, della privitizazione del sapere. Eppure tutto ciò avviene senza che si deteminino nell’Università movimenti signi­ficativi di opposizione e resistenza, mentre i non addetti ai lavori (e, ahimè, perfino i comunisti) sembrano ignorare del tutto la questione.

Si potrebbe cercare di discutere, per una volta, a cominciare dalle cifre. L’Italia è il paese d’Europa che ha meno laureati: su 100 giovani fra i 25-34 anni i laureati in Italia so­no 8 (otto!), 14 in Portogallo, 21 in Germania, 25 in Olanda e Francia, 27 in Spagna e ben 33 in Belgio; per portarci alla media Europea (per “entrare in Europa”, come dicono loro) dovremmo almeno raddoppiare o triplicare la nostra produzione di laureati, e invece tendiamo a ridurla ancora! A partire dall’a.a. 1994-95 è successa una cosa di enorme portata che in un paese serio avrebbe occupato le prime pagine dei giornali (e preoccupato i governanti): per la prima volta nella nostra storia sono diminuiti; e in misura sensibile, gli immatricolati all’Università. Si è passati da 355.036 matricole del ’93-’94 a 336.495 matricole, con una contrazione del 5,2 per cento – la contrazione sarebbe ancora più drammatica se nelle statistiche non venissero considerati anche gli iscritti ai corsi di diploma, le cosiddette lauree di serie B. D’altra parte abbiamo il 34 per cen­to di diplomati contro l’84 per cento della Germania.

Di fronte a questa situazione drammatica quello che sappiamo fare è ridurre le spese per l’istruzione: dal 3,94 per cento del PIL del 1990 si passa al 3,04 per cento del ’97 (facendo indice 100 al 1990 si è scesi dunque all’84 per cento), mentre per l’Università e la ricerca spendiamo lo 0,7 per cento contro l’1,3 per cento della media CEE. Per parte loro le Università riescono solo a pensare aumenti della tasse e (illegali) numeri chiusi.

Ma il nostro principale problema quando ci guardiamo intorno e cerchiamo di fare inchiesta è sempre per capire  le forme della soggettività dei subalterni, indagare i motivi della loro passività, far parlare i loro stessi silenzi; giacché il silenzio degli oppressi parla sempre di una sconfitta e dunque, a modo suo, allude a una lotta possibile, e necessaria. Per fare questo occorre allora partire non dalle morte cifre dei laureati e degli studenti, ma dalle vive forme del lavoro universitario, cioè in primo luogo da un drammatico problema occupazionale, ciò che, pensando e parlando dell’Università, si è soliti mettere all’ultimo posto, o non citare affatto.

Una generazione “fatta fuori“[Iscritti pochi, Laureati meno e lavoro precarizzato: radiografia di un’accademia dove si intrecciano americanizzazione e staticità]

Esiste ormai un’intera generazione di studiosi (diciamo, grosso modo: coloro che hanno un’età compresa fra i 25 e i 40 anni) che è stata esclusa in modo radicale dai ruoli dell’Università e della ricerca, e che anzi piegandosi sotto il peso di una martellante e univoca campagna contro il “posto fisso” (condotta naturalmente da chi del posto fis­so già dispone) ha addirittura cessato di concepire la pro­pria assunzione come un obiettivo legittimo e da perseguire. Si tratta di un’intera generazione di studiosi che si può definire strutturalmente precarizzata: dottori e dotto­randi di ricerca, che nell’Università fanno esami ed eserci­tazioni e svolgono didattica subalterna in modo gratuito (e anzi, nel caso dei dottorandi, addirittura contra legem), contrattisti a termine e borsisti presso gli Enti pub­blici di ricerca, presso i Centri studi pubblici o privati, presso le accademie, gli istituti di cultura, le fondazioni, etc.; a ciò si aggiungano le (false) cooperative che operano ormai anche in questo settore (penso ad esempio alle biblioteche) con forme di cottimismo e di subappalto. Fra tutti costoro vige di norma un rinnovato atteggiamento (molto accademico) di homo homini lupus: esasperato in­dividualismo, gelosie accanite fra colleghi, veri e propri odii fra poveri. È questa la conseguenza, e non la più tra­scurabile, dell’interiorizione dell’immodificabilità dello stato di cose presente e del precariato.

Non si tratta (vorrei insistere su questo punto) di poche persone, magari di “buona famiglia”, che possono per­mettersi il lusso di aspettare in fila per “fare da grande” il professore universitario; si tratta, al contrario, di diver­se decine di migliaia di lavoratori (solo per l’area romana si stimano a 11.000 gli addetti agli Enti pubblici di ricerca) e si tratta, soprat­tutto, di lavora, di lavoro subordi­nato, di lavoro produttivo, in un settore strategico e cruciale nella produzione capitalistica contem­poranea, quello che si suole defi­nire il brainware, la merce-cervelli. Ci sono insomma in questo settore diverse decine di migliaia di posti di lavoro per i giovani, “lavoro buono” come direbbe Bertinotti, altamente qualificato e assolu­tamente necessa­rio allo sviluppo del paese. Occorrerebbe censire tali posti di lavoro, fare emergere si­stematicamente il precaria­to e il lavoro nero, riven­dicare collet­tivamente che i posti di lavoro precari e in nero si tiasfbrruno in posti di lavoro veri e propri, in posti di ruolo. Un paese che non investe in “cervelli”, in ricerca, è un paese destinato al sottosviluppo; già oggi il danno economico (si, anche economico) provocato dall’impedimento all’accesso alla docenza universitaria di migliaia e mi­gliaia di dottori di ricerca, rimandati a casa dopo anni passati a formarsi anche a spese della collettività, mi sem­bra incalcolabile; ancora più grave, na­turalmente, è il costo umano del massacro della generazione di cui pariamo. Per non parlare del danno scientifico e culturale: un or­ganismo delicato e complesso co­me l’Università non può permetter­si, per sua stessa natura, di inter­rompere il turn over, non può permettersi di lasciare disperdere saperi, pratiche, esperienze di ricerca maturate nel corso degli anni e che richiedono, per vivere e crescere, di essere trasmesse continuamente da persona a persona. Una volta interrotta tale catena del sapere essa non si ri­costruisce più: non si può dire alla ricerca: -Fermati per un decennio, per­ché non abbiamo soldi; poi un bel giorno ricominceremo”. Si ri­fletta solo ad un fatto: fra il 2000 e il 2005 an­dranno in pensione la mag­gior parte degli attuali pro­fessori: con chi saranno sostituiti se proseguirà  la mancata assunzione delle nuove leve? Si assumeranno allora, e solo allora, migliaia di neo-laureati, met­tendoli direttamente in cattedra? E saranno veramente i migliori quelli che a­vranno resistito, senza stipendio, fino a quella data? La soluzione che il Governo intende mettere in atto per il reclutamento all’Università sembra essere la messa ad esaurimento (cioè la chiusura) della terza fascia della do­cenza, cioè del ruolo dei ricercatori. A questo ruolo, cui si accedeva con un durissimo concorso nazionale, si sosti­tuisce la proliferazione di “contratti” quadriennali, rinno­vabili una sola volta. Prescindiamo per un momento dal problema (pure per noi assolutamente cruciale) dei modi e dei criteri con cui tali contratti saranno assegnati. Ma riflettiamo solo sui tempi di tale ipotesi: dopo la laurea (già la più “lunga” d’Europa) e dopo il dottorato di ricer­ca, necessario per concorrere a tali contratti (almeno altri tre o quattro anni dopo la laurea), l’aspirante docente si troverà a battersi per un contratto quadriennale verso i 30-35 anni; starà buono buono per quattro anni sotto la minaccia del mancato rinnovo e riuscirà a farsi rinnovare il suo contratto a 35-40 anni; dopo il secondo quadrien­nio, il nostro aspirante professore (ormai ultraquaranten­ne) non potrà aspirare a ulteriori rinnovi, e verrà riman­dato a casa.

L’ideologia dominante che sostiene socialmente questa situazione assolu­tamente pazzesca e le permette di reggere è l’ideologia; l’ideologia dominante definisce se stessa come oggettiva e inevitabile e bolla chiunque avanzi critiche con l’accusa di… ideologia. Così la cosiddetta “crisi delle ideologie” significa in realtà la proibizione di tutte le ideologie diverse dall’ideologia che esalta lo stato di cose presente. Ebbene, troppo spesso dimenti­chiamo che il craxismo fu anche capace di egemonia, e dunque anche di ideologia: tale egemonia, culturale e politica, del craxismo nell’Università ebbe un nome e un cognome: Antonio Ruberti. L’ex rettore-ministro della “Sapienza”, socialista e craxiano, fu capace di stringere attorno a sé, anche di fronte al grande movi­mento studentesco del ’90, la sostanziale e operante u­nanimità delle corporazioni accademiche “di sinistra” e quindi (su questo “quindi” ci sarebbe molto da riflettere) dei Partiti. Così non ci deve sorprendere che oggi la “sinistra” accademica targata Pds (di cui è espressione un altro rettore-ministro, Berlinguer) costituisca la punta di diamante dei processi in atto, ispirati in so­stanza all’ideologia dell’americanizzazione dell’Univer­sità. A volte sembra che questo modello sia perseguito con un livello di consapevolezza più o meno pari a quello con cui Alberto Sordi (in un film indimenticabile) mangiava pop corn e mostarda ripugnanti, ostentando però ingenuo entusiasmo. I nostri “americani a Roma” ignorano del tutto le differenze di storia, di tradizione e di cultura (di nuovo: sembrano ignorare che l’Università è un fatto complesso e assai delicato), trascurano del tutto problemi culturali ed epistemologici che quel modello pone, e naturalmente si disinteressano completamente ai problemi istituzionali e democratici connessi a un modello di Università in cui funzionano bene solo limitate aree di eccellenza, mentre il grosso naviga più o meno al livello di un nostro liceo di periferia, e in cui la differenza fra i due livelli (eccellenza o schifezza) è fornito essenzialmente dal reddito, cioè dal costo della retta annuale. I nostri “americani a Roma” ignorano soprattutto, tutti presi dal loro entusiasmo di neofiti, che quel modello è, proprio negli Stati Uniti, in piena crisi e sottoposto a cri­tiche crescenti, cosi che noi importeremmo dagli ameri­cani ciò che essi stessi ritengono ormai obsoleto e inso­stenibile, un po’ come accade per le vecchie anni della Nato. Come scrive Allan Bloom (dell’Università di Chicago) in un libro significativamente intitolato La chiusura della mente americana, quel sistema determina “la man­canza, anche nei gradi più alti di un’impostazione con­cettualmente rigorosa e globale a favore di una cultura in pillole, ridotta, nei casi peggiori a un insieme di mere istruzioni per l’uso che finiscono per allontanare gli stu­denti dal pensare ordinato e coerente. E a farne dei per­fetti idioti…”. Lucio Russo, nel suo Segmenti e bastoncini, riporta l’opinione di un autorevole membro del Con­gresso americano secondo cui “la maggioranza dei diplo­mati non è in grado di leggere il diploma che riceve”. Ecco un interessante terreno di battaglia politico-cultu­rale che può unire persone di tendenze e provenienza diversa: una riflessione sul destino dell’Università e della ricerca di fronte alla globalizzazione, all’americanizzazione, alla privatizzazione (che sono poi tre nomi diversi per designare la stessa cosa: la fiducia cieca e totalitaria nel mercato come supremo ed esclusivo regolatore delle cose del mondo). In Francia ha preso vita da qualche tempo Areser (Asso­ciation de reflexion sur les enseignements superieurs et la recherche) un’associazione fra professori e ricercatori, interessati alla diagnosi e ai rimedi urgenti per l’Univer­sità in pericolo; fra i fondatori e gli aderenti di Areser (che appartengono a tutti i campi disciplinari e anche a diverse opzioni politico-culturali) si annoverano Bour­dieu, Charle e Lacroix (che coordinano l’associazione), oltre a Balibar, Diatkine, Fijalkov, Neveu, Roche, etc. E’ possibile sperare che anche in Italia si determini una ripresa di interesse per l’Università e, direi, un sussulto di dignità, fra gli addetti ai lavori (e non solo) a proposi­to dell’Università e della ricerca?