Raul Mordenti: Togliatti e la costituzione

Togliatti e la sua concezione della rivoluzione

(VIDEO dell’intervento al Convegno “Togliatti e la Costituzione” dell’Associazione “Futura Umanità”, Roma, Teatro dei Servi, 8-11-13)

Questo breve intervento è essenzialmente un pro-memoria, cioè vorrebbe argomentare intorno all’esistenza di un’idea togliattiana di rivoluzione, che vi fu, che fu operante e determinante e che però, stranamente, – anche di questa stranezza si dovrebbero indagare le ragioni – non compare affatto in quanto tale nel dibattito politico dei comunisti.

Dico subito che per questa riflessione pro-memoria mi gioverò essenzialmente della elaborazione di Franco Rodano, una grande figura di comunista e di rivoluzionario anch’essa colpevolmente assente nella nostra riflessione (dopo la morte di Vittorio Tranqulli, fa ora eccezione solo il gruppo raccolto intorno alla rivista on line di Raffaele D’Agata “il partito nuovo”): anche di Rodano, a trent’anni esatti dalla sua morte, vorrei in tal modo cominciare a riproporre la memoria e soprattutto, con un’espressione che gli fu cara, “la lezione”.

In un saggio intitolato La peculiarità del Partito Comunista Italiano, comparso nel giugno del 1974 sul n.39-41 dei “Quaderni della Rivista Trimestrale”, Rodano argomenta che esistono due speculari errori nel movimento operaio, il corrompimento opportunistico e riformista (della “destra” del PCI, mai nominata, ma vero obiettivo polemico di quello scritto) e l’estremismo (allora dei gruppi extraparlamentari), riconducibili entrambi ad un medesimo errore paralizzante; tale errore consiste nel posporre la questione della rivoluzione alla “conquista del potere statuale” (per i riformisti rinviata minimalisticamente sine die, per gli estremisti ipostatizzata in un modello anacronistico e irrealizzabile di “presa del palazzo d’Inverno”), mentre per Rodano il problema rivoluzionario si pone nei termini dell’esercizio qui e ora del potere da parte del proletariato, potere che già trova nella democrazia non solo le condizioni migliori per esprimersi in forma egemonica ma anche il suo vero e fondamentale inveramento. Una sorta di “fare la rivoluzione senza prendere il potere” (per dirla con il titolo di un celebre saggio di John Holloway del 2004), a cui Rodano giunge per vie certamente molto diverse, e precisamente sulla base di una rilettura della storia del movimento operaio del ’900, da cui deriva la necessità di: CITO

“dare finalmente per risolta la classica questione della ‘conquista’ del potere, e passar ad affrontare quella assolutamente decisiva (specie in democrazia) del suo concreto esercizio.” (p.65)

 

Consiste in questo ciò che Rodano chiama “la grande operazione togliattiana” (p.57):

CITO

per la prima volta nella storia del movimento operaio internazionale, il Pci, sotto la guida di PT, non solo ha fatto della conquista, della costruzione, dell’allargamento della democrazia l’obiettivo consapevole e riflesso, il diretto prodotto dell’azione proletaria, ma ha soprattutto perseguito un tale fine (e qui sta la sua novità assoluta) nel quadro di una impostazione generale – quella denominata, appunto, ‘democrazia progressiva’ – ” (p.26)

(È appena il caso di ricordare – fra parentesi – che tale conquista proletaria della democrazia, prima ancora della Costituzione, coincide di fatto per Rodano con quello che definisce: CITO “..un radicale rivolgimento politico, come il passaggio al sistema proporzionale” (p.5);

è questo, e solo questo, infatti che permette al Parlamento (come disse Togliatti) di essere “specchio del Paese”, cioè di riflettere positivamente al suo interno anche il conflitto fra le classi, invece di escluderlo in ogni modo, con trucchi e inganni, in nome della “governabilità” capitalistica come fa il pensiero forse liberale, ma certo non democratico, vigente.)

Insomma, con Togliatti diventa: “La democrazia (…) prodotto diretto e cosciente del proletariato” (p.80)

Conclude Rodano: “È rimasta così negata e superata in linea generale – e sia pur sempre soltanto di fatto – la tradizionale correlazione, tipica della scolastica marxiana, fra borghesia e dimensione democratica.” (p.62)

Il “secolo breve” ha dimostrato che, al contrario, esiste contraddizione fra capitalismo e democrazia, e con la democrazia la borghesia può esser spinta da determinati rapporti di forza tutt’al più a stabilire un compromesso temporaneo. E noi ora lo sappiamo bene, dopo che in Italia e nel mondo è stato disdettato unilateralmente da parte della borghesia capitalistica il grande “compromesso democratico” risalente, in sostanza, all’alleanza antifascista. Tale rottura (che si è fatta con Marchionne e il Governo costituente Letta-Berlusconi-Napolitano esplicita fino alla brutalità) risale a ben vedere già agli anni ’90, quando la borghesia italiana si sentì forte abbastanza, e non per caso, dopo lo scioglimento del PCI: è questo il vero significato storico del referendum anti-proporzionale di Segni-Occhetto, e di tutto quello che, catastroficamente per la democrazia italiana e per il proletariato, gli seguì (Berlusconi e berlusconismo compresi).

Invece esiste un nesso forte fra democrazia e proletariato, che si esprime compiutamente nella politica di Togliatti, il quale dunque, per questo aspetto, innova pur proseguendola, la politica del movimento comunista internazionale (al cui interno Rodano costantemente lo colloca).

Innovare proseguendo, proseguire innovando: queste endiadi – così rodaniane – trovano facilmente nella storia (e in nuce anche nella teoria) del movimento operaio i precedenti della politica togliattiana, e anzi della concezione della rivoluzione (anche se mai compiutamente teorizzata) che fu di Palmiro Togliatti. Basterà questa citazione di Marx, del Marx storiografo della lotta di classe in atto (che fu il Marx di Rodano e, in verità, anche il Marx preferito da Togliatti). Scrive Marx nel Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte: CITO

“La borghesia vedeva giustamente che tutte le armi da lei forgiate volgevano la punta verso di lei, che tutti i mezzi di istruzione da lei escogitati insorgevano contro la propria civiltà, che tutti gli dèi da lei creati l’abbandonavano. Essa capiva che tutte le cosiddette libertà e istituzioni progressive borghesi attaccavano e minacciavano il suo dominio di classe tanto nella sua base sociale quanto nella sua sommità politica; erano cioè diventate socialiste.”

Ricordo che anche la politica leniniana e tutta l’esperienza sovietica è letta da Rodano (al fuori della banalizzante vulgata da lettori di “Repubblica”) come una grandiosa, e sia pure insufficiente, operazione “democratica”, specie per gli aspetti egemonici che Rodano legge nell’alleanza operai-contadini (ma non ho il tempo per sviluppare questo spunto).

Beninteso, la democrazia non basta affatto alla rivoluzione: perché la rivoluzione si dia è necessario che al momento “statico”, cioè statuale, della democrazia, si accompagni innervandolo il momento dinamico della direzione politica, cioè del Partito comunista. Stato democratico + Partito comunista: due cose che stanno insieme, e – se cadono – cadono insieme.

Questo per Togliatti restò sempre un punto imprescindibile, e anche per Rodano, il quale scrive che i comunisti dovrebbero: CITO

“procedere subito sulla via della fuoruscita dall’assetto capitalistico” (p.65-66), interpretando e dirigendo la propria classe di riferimento e i suoi veri interessi.

In questa necessaria e attuale (anzi, come vedremo, urgente) politica rivoluzionaria rientra pienamente la “politica delle riforme” (ma CITO “in precisa antitesi al riformismo” – tiene a chiarire Rodano (p.66)), anche se direi che la politica delle riforme non la esaurisce perché quella politica rivoluzionaria ha dei decisivi aspetti (che non ho tempo di illustrare qui neppure per accenni) di politica internazionale e di collocazione dell’Italia e dell’Europa rispetto a quello che si chiamava allora Terzo Mondo.

 

Tuttavia, CITO “(…) i comunisti italiani rimangono tuttora al di qua della consapevolezza del significato di principio della loro politica” (p.80),

insomma essi non sanno teorizzare ciò che pure, sotto la guida di Togliatti, hanno fatto, e dunque tardano anche ad abbandonare la “metafisica impropria” connessa al marxismo. Esposti come sono alla duplice deviazione di destra e di sinistra, dell’opportunismo e dell’estremismo, CITO:

“disattendono così (…) quello che è invece il problema decisivo, attualissimo e sempre più indifferibile (scriveva Rodano nel 1974!): il problema cioè di un pieno esercizio, in funzione immediata del processo di fuoruscita dal capitalismo, del potere che la classe operaia ha conseguito sulla base della democrazia.” (p.73).

E se il proletariato non è capace di innervare la democrazia del suo potere rivoluzionario, allora la stessa democrazia è in pericolo (scriveva Rodano nel 1974):

“un grave pericolo per la democrazia non può non sussistere, e realmente, ogni volta che si sia incapaci di riconoscere l’esistenza di un adeguato potere oggettivo della classe operaia, e non si sia per ciò stesso in grado di gestirlo convenientemente”.

La politica della “destra” comunista (chiamamola anche noi così) che vede solo il momento democratico, che annulla il momento dell’iniziativa politica classista, che riduce la politica del Pci alla mera difesa della democrazia, che – per paradosso! – proprio di fronte alla crisi capitalistica attenua e azzera la sua proposta classista invece di svilupparla con più forza (qui c’è una pagina bellissima, la 16-17, che meriterebbe un convegno a parte), è dunque una politica foriera di terribili sconfitte e rappresenta un serio pericolo per la stessa democrazia!

Non solo, ma Rodano vede anche il pericolo che la mancata assunzione teorica della pratica politica togliattiana, possa portare a catastrofiche rotture del Pci: CITO

“non va sottaciuta né trascurata l’eventualità che un simile problema (…) venga di nuovo ad essere, nonché eluso e mistificato, gravemente compromesso da presuntuose e acritiche rotture con il passato politico (con la storia effettuale) dell’esperienza comunista, e venga allora inevitabilmente ‘risolto’ (ma sarebbe meglio dire misconosciuto nei suoi termini reali e rovinosamente eliminato) sul piano di uno squallido empirismo senza principi.” (p.78)

Questo processo devastante, la cui realizzazione piena Rodano non poteva neanche immaginare, contrasta anche con quello che Togliatti descriveva come CITO

“un elementare senso della storia” presente nelle “grandi masse lavoratrici”, “più giusto e più profondo di quello che esista nella mente di molti uomini politici del nostro tempo, sia delle nostre che delle altrui file.” (cit. a p. 315 di QRT)

Un Dio pietoso risparmiò a questi grandi compagni di vedere la faccia di Matteo Renzi, e la sua acne giovanile.

Mi sia consentito, in conclusione, almeno citare (senza poterli in alcun modo esaminare) i problemi che a partire da questa concezione della rivoluzione mi sembrano aperti davanti a noi (perché è per pensare i problemi dell’oggi che noi guardiamo ai nostri grandi del passato, come Palmiro Togliatti).

Il primo problema è se la democrazia quale ci viene consegnata dal maggioritario e dai premi di maggioranza (dunque con un Parlamento che, intenzionalmente, non può più riflettere al suo interno lo scontro di classe), dallo stupro all’art.138, dalle revisioni presidenzialiste della Costituzione Napolitano-Quagliarello, etc. sia ancora la democrazia conquistata dal proletariato (e aperta intrinsecamente al potere proletario) a cui pensava Togliatti.

Il secondo problema mi sembra il nesso, inedito, che deve esistere fra democrazia costituzionale e le esperienze di democrazia diretta connesse ai movimenti di massa. È questo un problema che Togliatti non ebbe ma che – per dir così – avrebbe molto desiderato avere; intendo dire che nella sua concezione della politica e del Partito era già riservato uno spazio grande a forme di supplenza politica (chiamamola così) di movimenti di massa al suo tempo deboli o inesistenti, ma cosa sarebbe successo se egli avesse potuto misurarsi con movimenti di massa veri, cioè autonomi politicamente dal suo partito? Rossanda scrisse una volta che Togliatti di fronte al ’68 (che possiamo assumere come primo movimento di massa “vero”, cioè politicamente autonomo) avrebbe di certo fatto una grande e innovativa politica. Che cosa avrebbe fatto?

Terzo problema: le forme attuali e inedite della soggettivazione politica proletaria. Ferma restando l’identificazione della classe con chi produce il plusavalore, cioè partecipa al ciclo della valorizzazione, si indebolisce però ogni facile identificazione sociologica del proletariato con “gli operai” (che beninteso ne rappresentano una sezione decisiva e centrale).

Rappresenta un aspetto peculiare e particolarmente rilevante di questo problema, che abbiamo definito della soggettivazione proletaria, il problema del partito. Noi marxisti, e tanto più se di matrice e orientamento gramsciano, sappiamo bene che la trasformazione della classe in sé in classe per sé non è affatto un frutto spontaneo del capitalismo: al contrario, tale trasformazione è la conquista faticosa del lungo e impervio sforzo storico del proletariato di conquistare la propria autonomia sottraendosi alla condizione di merce (di merce-lavoro in forma umana, merce fra le altre merci), la quale è l’unica che la spontaneità capitalistica gli assegna.

Lasciatemi dire che in Italia questo problema cruciale è aggravato dalla natura disorganica e ondivaga, tradizionalmente opportunistica, della nostra intellettualità, che si riflette in fenomeni di corruzione anche del ceto politico della sinistra, insomma da una ricorrente e particolarmente radicata tendenza degli intellettuali italiani alla trahison des clercs, ahimé niente affatto esclusi i comunisti e grande parte dei gruppi dirigenti che si sono succeduti in Rifondazione (dell’esito degli altri credo che non metta più conto, nel novembre del 2013, parlare). E dunque credo che si possa riassumere in una formula, francamente non incoraggiante, la grande e ineludibile questione del partito comunista in Italia: che esso è tanto più necessario quanto è più difficile da ricostruire o rifondare. Eppure la questione del Partito, chiamamolo togliattianamente “partito nuovo”, è assolutamente ineludibile.


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