Recensione Lavagetto per Left, 13 marzo 2020

La rottura geniale del Decameron

A partire dall’invenzione della peste, il capolavoro del poeta toscano abbatte tutti i vincoli e sopprime tutte le convenienze dell’ordine dato. È la lettura che ne fa Mario Lavagetto nel libro Oltre le usate leggi in cui fonde analisi stilistica e linguistica, filologia e narratologia.

La critica decameroniana, e boccacciana in genere, sembra aver segnato una singolare parabola. Dopo una fioritura straordinaria di studi e di discussioni negli anni Sessanta e Settanta, culminati nell’edizione critica del Decameron secondo l’autografo hamiltoniano (1976), la ricerca sull’opera di Boccaccio sembrò spostarsi sempre più, prima verso la filologia (il compimento nel 1998 dell’edizione di Tutte le opere di Boccaccio, un’impresa che ancora non è compiuta né per Dante né per Petrarca) e poi soprattutto verso la paleografia. E sono stati tutti di paleografi (non certo di storici e critici della letteratura) i contributi più importanti alle celebrazioni del VII centenario della nascita (2013-2015), segnate da convegni e mostre memorabili, e anche da vere e proprie scoperte.

Il dibattito critico-interpretativo stricto sensu è restato così fermato alla visione promossa da Vittore Branca di un “Boccaccio medievale”, il titolo del suo libro che riassume come meglio non si potrebbe a quale complessiva rilettura di Boccaccio Branca lavorò, in esplicita polemica con le interpretazioni, fino ad allora egemoni, di un Boccaccio tutto spostato – per dir così – all’inizio del versante rinascimentale della cultura letteraria italiana. Né gli eredi della critica letteraria laica o marxista furono in grado di opporsi a quella rilettura di Branca; pesava troppo su di loro il moralismo laico-risorgimentale, e forse anche l’eredità di uno dei punti più deboli della critica del fondatore di quella tendenza, Francesco De Sanctis, il qual aveva definito Boccaccio «il Voltaire del secolo decimoquarto», ma anche «Giovanni della tranquillità», quasi uno spettatore capace solo di accompagnare con un sorriso disimpegnato e borghese la “corruttela” della nazione italiana.

Il libro di Mario Lavagetto (Oltre le usate leggi, Una lettura del Decameron, Einaudi 2019) interviene oggi a sconvolgere completamente, e positivamente, il quadro della critica boccacciana.

A fondamento del libro di Lavagetto è la sottolineatura del carattere dirompente del Decameron, che si costruisce a partire dall’invenzione strepitosa della peste, cioè di una situazione che abbatte tutti i vincoli e sopprime tutte le convenienze dell’ordine dato. Anche il “retroterra orale” dell’opera spiega e rafforza “la linea dell’infrazione” che la costituisce.

La rilettura del Decameron è condotta da una pluralità orchestrata di approcci critici, che ci ha ricordato un vecchio e dimenticato libretto (Il testo moltiplicato, a cura di M. Lavagetto, Pratiche, 1984) in cui Serpieri, Baratto, Segre, Nencioni e Cirese furono chiamati a leggere, ciascuno con il proprio metodo, la novella di Lisabetta da Messina (IV,5). Ma in questo caso è un critico solo che pratica tutte le possibilità ermeneutiche, che «suona il piano con dieci dita» (e si spera che questo libro liberi definitivamente Mario Lavagetto dall’identificazione, banale e riduttiva, del suo metodo con la sola critica psicoanalitica). La coerenza del discorso critico non è data dalla fedeltà a un metodo monocolore ma dal rispetto di ciò che il testo dice, e non smette di dire, mantenendo la critica «strettamente identica alle parole del testo». C’è dunque in questo libro filologia e narratologia, c’è analisi stilistica e analisi linguistica, c’è l’uso del cronotipo di Bachtin, e c’è soprattutto, implicita ma vitalissima, la storia della critica, cioè la ricostruzione delle letture che si sono sovrapposte nel tempo al testo.

Alla ricostruzione della dirompenza dell’operazione boccacciana corrisponde infatti, come in un controcanto, la ricostruzione del vero e proprio rifiuto che la cultura italiana ha opposto per secoli al Decameron. Un rifiuto che parte da Petrarca e dal suo, (quanto ambiguo!) omaggio consistente nella traditrice traduzione latina della novella di Griselda (X, 10), e che trova il suo apice nelle “rassettature” (cioè riscritture) controriformiste dell’opera: i “Deputati” e Borghini nel 1573, Salviati nel 1582, Groto “il cieco d’Adria” nel 1590, etc. È questo un episodio decisivo: fu quello, sfigurato dalle censure, il Decameron che si lesse in Italia per circa tre secoli (e quello che viene fatto leggere ancora oggi nelle antologie scolastiche non è forse tanto diverso), eppure, fino a Lavagetto, questo episodio è stato largamente trascurato e sottovalutato dalla critica, e affidato solo a maniacali spogli delle censure rimasti del tutto marginali.

A conferma del fatto che i capolavori, per quanto letti e riletti, non cessano mai di produrre nuovo senso e sorprese, Lavagetto propone anche una piccola scoperta (se non m’inganno, solo sua) e cioè che, stando alle parole dello stesso Boccaccio, una voce femminile sarebbe la fonte della narrazione della “Valle delle donne” (ma allora forse non solo di quella): «E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse…» (VI, Conclusione). Questo arricchisce la struttura dei livelli narrativi concentrici che impegnò la critica narratologica d’antan: Boccaccio racconta al lettore (primo livello) di dieci giovani, che si raccontano novelle (secondo livello), i cui personaggi a loro volta spesso raccontano (terzo livello), etc., ma esiste un ulteriore livello, perché Lavagetto legge ora nel testo che Giovanni Boccaccio a sua volta afferma di ri-raccontare ciò che gli ha raccontato una voce di donna, la specificazione naturalmente è della massima importanza (forse addirittura «una delle lor fanti»?): come se ricomparisse qui la servetta trace del Teeteto di Platone, una voce femminile e subalterna a sconvolgere, o ridicolizzare con un sorriso, un ordine troppo gerarchico e normativo, maschile.


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