Ricordando Paolo Rossi (a cinquanta anni dalla sua morte)

Facoltà di Lettere della “Sapienza”, aula I, 27 aprile 2016.

Intervento di Raul Mordenti

 

È stato detto che il ’68 a Roma comincia con l’occupazione per l’assassinio di Paolo Rossi, ed è assolutamente vero. Fra quella prima occupazione e il movimento del ’68 ci sono molti elementi di analogia, ma anche un elemento decisivo di differenza.

 

Le analogie: anzitutto la forma-movimento, cioè il carattere unitario e non partitico, la democrazia diretta, la scoperta dell’assemblea decisionale, e – cosa più importante di tutte – il protagonismo di massa, cioè capire che la politica riguarda te, proprio te in prima persona, e dunque che di fronte a un’infamia non si deve, non si può fare finta di niente, ma bisogna opporsi fino in fondo, tutti e ciascuno, qui e ora, insieme. Così molti “quadri” del ’68 furono formati dal ’66, e siccome ha ragione Orietta quando scrive della nostra ormai “lunga vita”, è anche vero che in cinquanta anni in molti si muore e che non tutti si arriva a settanta anni, a riconoscerci l’un l’altro a fatica come stiamo facendo oggi, dietro le rughe, la calvizia o i capelli bianchi, magari solo per lo sguardo e per il sorriso. E così io non posso non pensare a quanti di noi di allora non ci sono più. Sono tanti cari volti, e non pronuncio neanche un nome perché vorrei nominarli tutti.

Per la nostra generazione Paolo Rossi e l’occupazione del ’66 rappresentarono la “linea d’ombra”, il passaggio che ci fece entrare di colpo nella maturità.

Ma – dicevo – fra quella prima occupazione e il movimento del ’68 c’è anche un elemento decisivo di differenza, e questa consiste nel rapporto con il mondo politico e dei Partiti. Nel ’66 la generazione della Resistenza fu con noi, tutta e subito.         L’elenco sarebbe lunghissimo e impossibile a farsi qui. Per limitarci a quelli che vennero di persona a sostenerci, proprio in quest’aula e da questa cattedra, ricordo Ferruccio Parri (che l’anno prima, invitato a una lezione di Storia del professor Valeri era stato insultato e sputacchiato dai fascisti, senza che il rettore e la Polizia trovassero nulla da ridire); ricordo la presenza costante di Pietro Ingrao (ma i comunisti e i partigiani c’erano tutti) e ricordo anche Ugo La Malfa e Pietro Nenni.    Nel ’67, per il primo anniversario della morte di Paolo, nell’Aula magna dell’Ateneo (che ci fu concessa non senza mille difficoltà), venne anche Salizzoni, un democristiano che era Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Aldo Moro (in verità fu fischiatissimo in quanto membro del Governo, ma lui sembrò non accorgersene e ci ringraziò molto dell’invito). Carla Capponi, la nostra cara Medaglia d’oro della Resistenza, noi la conoscemmo che portava da mangiare agli occupanti, come tante altre mamme antifasciste. Le riunioni del nostro Comitato d’Agitazione (a cui partecipavo, matricoletta timida e del tutto inesperta) furono presiedute da Marisa Cinciari Rodano, che era al tempo Vicepresidente della Camera. Per lo scout Paolo Rossi venne a trovarci anche il vescovo ausiliario di Roma, Cunhal, imbarazzandoci moltissimo, dato che non sapevamo assolutamente come si dovesse trattare un vescovo.

Personalmente ricordo un fatto simbolico, che oggi apparirà incredibile ai giovani che ci ascoltano; quando la Polizia ci sgomberò la prima sera, io posso raccontare il seguito – per dir così – di ciò che ha raccontato poco fa il professor De Mauro: eravamo stati caricati su un furgone della PS (ricordo che c’erano su quel furgone anche Bruna Ingrao e Giulio Sansonetti), quando sentimmo un uomo gridare infuriato, anche con qualche parolaccia, verso i poliziotti comandando di rilasciarci tutti immediatamente (cosa che avvenne). Era Tristano Codignola, socialista lombardiano, il grande intellettuale antifascista della casa editrice “La Nuova Italia”, che era al tempo Sottosegretario alla Pubblica Istruzione (e io non posso non confrontarlo con quelli che sono stati poi, o sono oggi, i Sottosegretari alla Pubblica Istruzione, o i Ministri e le Ministre…).

Insomma, quello fu una specie di momento magico della democrazia italiana, l’ultima occasione, forse sprecata, di un incontro politico, profondo, vero, e anche affettuoso, fra la generazione della Resistenza e la nostra, quella che sarebbe stata di lì a poco la generazione del ’68. E solo ora capisco una cosa che a diciotto anni era impossibile capire, cioè che quegli uomini e quelle donne, gli antifascisti e i partigiani che avevano fondato la Repubblica e la Costituzione, e che a noi sembravano di un’altra epoca, avevano invece a quel tempo fra i quaranta e i cinquant’anni ed erano nel pieno delle loro potenzialità.

Io rimpiango per la democrazia italiana che quell’incontro non si sia consolidato, che non sia durato, che il ’68 abbia incontrato reazioni ben diverse, e tanto più miopi!, dal mondo politico italiano. Se quell’incontro non fosse finito lì, credo che la nostra democrazia e la nostra Costituzione non si troverebbero oggi esposte ai rischi mortali che le minacciano.

 

E naturalmente, dalla nostra parte c’erano i nostri professori. Qui (a conferma dei limiti della memoria e della storia orale, che dipende dai diversi punti di vista) io conservo un’immagine assai diversa della situazione che ha raccontato poco fa De Mauro, cioè a noi studenti dell’occupazione sembrò che i professori fossero tutti, o quasi, dalla nostra parte. Ricordo Alberto Gianquinto, che occupava la Facoltà con noi, e che il 1 maggio stava a cavalcioni sui cancelli dell’università – che rimasero ben chiusi! –a salutare gli operai che venivano dal comizio di Piazza S. Giovanni per portarci la loro solidarietà; e noi non trovammo di meglio che intonare We shall overcome… Ricordo la cara immagine paterna di Lucio Lombardo Radice, la vera anima, e la mente, di quella occupazione, che si preoccupò fra l’altro di convocare noi del Comitato d’Agitazione per assicurarsi che nel campus occupato si potesse celebrare come al solito la messa domenicale. Ricordo a Lettere Aldo Visalberghi e Maria Corda Costa (che la sera della prima occupazione ci svelò dei passaggi, per noi studenti segreti, da cui si poteva entrare nella Facoltà), e Mario Brelich, Aurelio Roncaglia, Mario Costanzo, e naturalmente ricordo Bruno Zevi.

E mi si affollano alla mente tanti altri cari nomi dei nostri maestri che si schierarono con noi: non posso citarli e non posso dimenticarli. A volte penso che quelli fra noi che abbiamo scelto di fare questo mestiere di professore non siamo stati capaci di essere per i nostri studenti quello che quei professori furono capaci di essere per noi quando eravamo studenti.

Dopo le dimissioni di Papi e l’allontanamento del Commissario di PS D’Alessandro, Tullio De Mauro presentò all’assemblea finale la mozione che concludeva l’occupazione; quella mozione fu votata a maggioranza, in contrapposizione alla mozione presentata dal professor Morpurgo che voleva proseguire l’occupazione; come credetti convintamente allora, credo anche oggi che la mozione De Mauro fosse giusta, perché si trattava di sancire una vittoria nostra.

Naturalmente spicca fra tutti il ricordo di Walter Binni e della sua orazione funebre per Paolo sulle scalinate della Minerva il giorno del funerale. La si può leggere – e invito tutti a farlo – perché è stata ripubblicata più volte, ed è accessibile anche nello splendido sito dedicato a Binni dal figlio Lanfranco (http://www.fondowalterbinni.it/); e assai giustamente, assieme al discorso di Zevi, il discorso di Binni è stato distribuito anche stamattina qui.

In quella orazione funebre c’è la capacità oratoria di un grande professore, c’è la letteratura di un grande critico, c’è la storia d’Italia, c’è la politica di un Deputato alla Costituente, ma c’è – alla base di tutto – la limpida etica antifascista di Binni.

Io credo che fu proprio quell’ethos a risultare insopportabile per i fascisti che, in un angolo del piazzale della Minerva, schiamazzavano e cercavano di interrompere Binni, perché in qualche confuso modo perfino loro arrivavano a capire che era stato proprio quell’ethos antifascista che li aveva sconfitti nella Resistenza, e che li sconfiggerà sempre. In quell’occasione quei fascisti ricevettero dalla piazza la lezione anche fisica che meritavano. Era forse la prima volta che gli antifascisti giustamente reagivano e li spazzavano via; non sarebbe stata l’ultima.

Voglio ricordare che fra quei fascisti c’erano non solo gli assassini materiali di Paolo, cioè i picchiatori all’opera sulla scalinata di Lettere quella mattina del 27 aprile, ma c’erano anche personaggi che sarebbero poi risultati coinvolti in Avanguardia Nazionale, in Ordine Nuovo, nella “strategia della tensione” commissionata dalla NATO, nel “golpe Borghese”, nelle bombe, nel “boia chi molla” reggino, nella strage della Stazione di Bologna, nella P2 e ancora oltre. Ritroveremo quei nomi, e i loro diretti eredi, in “mafia capitale”, e anche nella Regione Lazio, nella Provincia e nel Comune di Roma, ai vertici delle aziende municipalizzate e della RAI.

Io credo che quei personaggi dovevano essere fermati allora, arrestati, processati, condannati, e messi in condizione di non nuocere; era del tutto possibile, era doveroso. Forse nessun omicidio è stato più documentato di quello di Paolo. Decine di testimoni, diversi poliziotti presenti, e una sequenza fotografica completa opera di mio fratello Adriano Mordenti in cui si vedono, e si riconoscono uno per uno, i picchiatori assassini. Ma la Magistratura di quel tempo, la Polizia e chi le governavano, garantirono agli assassini una assoluta impunità, e così facendo mandarono loro un segnale preciso, che i fascisti colsero e di cui seppero approfittare. Dunque anche per i fascisti, non solo per noi, la morte di Paolo Rossi segnò un inizio, l’inizio di una storia terribile per la Repubblica, una storia che si sarebbe potuta e dovuta evitare.

 

Partigiani, politici antifascisti, professori democratici: molte cose buone erano dalla nostra parte e, come cantava Oltre il ponte (la canzone di Italo Calvino) “tutto il bene avevamo nel cuore”; ma era anche vero che “tutto il male avevamo di fronte”.

Il male non erano solo i picchiatori o il commissario di PS loro complice ma si concentrava – per dire così – in un uomo, il cui nome Binni non volle pronunciare nella sua orazione per sottolineare il suo disprezzo e che neanche io chiamerò ora qui per nome. Ma non dobbiamo dimenticare che quell’uomo, di fronte all’assassinio di un suo studente avvenuto in quel modo nella sua Università, prima parlò di una “zuffa” fra opposti estremismi e poi osò addirittura diffondere la menzogna di un Paolo gravemente malato, che sarebbe morto “da solo”, per un colpo apoplettico o per una crisi epilettica. Questa infamia fu diffusa in coro da tutta la stampa reazionaria dell’epoca, primo fra tutti il quotidiano “Il Tempo” (dall’altra parte, dalla parte della verità, mi piace ricordare il lavoro tenace che fece Piero Pratesi, sulle colonne del quotidiano “L’Avvenire d’Italia” diretto da Raniero La Valle). E “qualcuno” arrivò al punto di sostituire la cartella clinica di Paolo che si conservava al centro di medicina preventiva dell’Università. Credo che queste mascalzonate debbano essere ricordate, anche cinquant’anni dopo.

Bisogna dire però che quei mascalzoni furono davvero sfortunati!

La prima delle loro sfortune furono i meravigliosi genitori di Paolo Rossi, Tina ed Enzo, tenaci come solo degli artisti credenti e antifascisti potevano essere. Enzo si impegnò in una vera e propria contro-inchiesta, che immaginiamo quanto sia stata straziante per lui, rivedendo più e più volte l’autopsia del suo ragazzo, raccogliendo le foto, ascoltando a casa sua uno per uno i testimoni e confrontando le loro versioni. Fu in quelle circostanze che anche io li conobbi, e a casa Rossi incontrai per la prima volta anche Franco Rodano.

La seconda sfortuna dei mascalzoni fu la persona stessa di Paolo Rossi, uno splendido ragazzo di 20 anni, sanissimo, robusto e per giunta boy scout. Quanto sarebbe stato meglio per i mascalzoni avere a che fare con un ragazzo debole in salute e magari con problemi di droga, come è stato per Stefano Cucchi! Anzi, per colmo di sfortuna dei mascalzoni, si trattava di un rocciatore abituato alle arrampicate e che ora – da giovane architetto – veniva mandato dai suoi colleghi a salire anche sui tetti delle Chiese e sui campanili per fare rilievi e fotografie. E tante foto testimoniavano queste capacità di Paolo e la sue salute. Alcune di quelle foto (assieme alle foto dell’aggressione fascista) le potete vedere nell’opuscolo che producemmo in occasione del primo anniversario della morte di Paolo, che abbiamo fotocopiato e distribuito oggi; si spiega con quella battaglia, al tempo ancora in corso, anche la testimonianza di Riccardo Della Rocca, il suo capo scout, a proposito della perfetta salute di Paolo. Ma altri, più vicino a Paolo da vivo, parlerà qui della sua persona.

Quell’inchiesta di Enzo Rossi fu decisiva per ottenere un risultato ch oggi può apparire minimale ma che allora era tutt’altro che scontato: l’archivizione del caso con la definizione di omicidio, per quanto preterintenzionale e commesso da ignoti.

 


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