Rivoluzione e Democrazia

PRC Firenze, 4 novembre 2017-11-01

 

1. Parlando dell’Ottobre noi stiamo in realtà parlando di una narrazione, una narrazione e un immaginario che hanno sostituito con la loro potenza il fatto, e che hanno contato enormemente nella vita e nella storia del movimento operaio.

Credo che di una tale sostituzione sarebbe bene essere coscienti.

Come dice il critico indiano-statunitense, Homi K. Bhabha, teorico del post-coloniale, nel suo importante libro Nazione e narrazione (traduzione italiana da Meltemi 1997) le nazioni sono anche, o soprattutto, narrazioni, sono cioè frutto di pratiche discorsive decisive per costruire ciò che i gramsciani chiamano “egemonia”. Questo vale, per le nazioni ma tanto più per i partiti e per i movimenti.

2. Certo, esiste un fatto, o piuttosto un insieme di fatti, definibili “rivoluzione in Russia, o piuttosto a Pietrogrado, dell’ottobre 1917”, che – direi – è affare degli storici; ma quello che ha contato politicamente è stata la narrazione dell’Ottobre e la forza che essa ha assunto per alcune generazioni di proletari e di comunisti in tutto il mondo (di tali generazione la mia è senza alcun dubbio l’ultima).

La forza straordinaria della narrazione dell’Ottobre era direttamente proporzionale alla debolezza della nostra conoscenza storica: la nostra bibliografia (o almeno la mia, ma credo di essere abbastanza tipico) sull’Ottobre erano due o tre libri: il Carr (ma solo il primo volume 1917-23) pubblicato da Einaudi nel 1964 ma che risaliva al 1950, I dieci giorni di John Reed (poi accompagnato dal film Reds con Warren Beatty e Diane Keaton del 1982), forse La storia della rivoluzione russa 1917-1921 di Chamberlain (pubblicato da Einaudi nel 1966, che risaliva addirittura al 1935), e molto probabilmente due libri, per diversi motivi, bellissimi, la Storia della rivoluzione russa di Trotzkj, tradotta dal nostro caro compagno Maitan (uscito i due volumi per gli Oscar Mondadori nel 1969) e la Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS di Stalin, che solo i compagni meno giovani hanno letto ma su cui si formarono milioni e milioni di comunisti in tutto il mondo.

Se non mi sbaglio, era tutto qui il nostro patrimonio di conoscenze, più qualche saggio sparso qua e là sulle riviste: francamente, poca roba.

 

3. Come accennavo: la conoscenza è stata sostituita dalla narrazione e dall’immaginario, questi sì fortissimi, diffusi, radicati.

Una narrazione e un immaginario che parlavano di lunghi fucili e di lunghi cappotti, di neve e di sangue, di folle arringate direttamente dalla viva voce di Lenin, dei Romanov passati (assai giustamente) per le armi, di comunisti in divisa e con strani cappelli, sempre di corsa, insomma quello che si riassume nell’immagine dell’ “assalto al palazzo d’Inverno”. E tutto era decisamente in bianco e nero, forse per l’influenza dei film di Eisenstein.

Quella narrazione rappresentava la rivoluzione quasi come un momento, un atto fortemente centralizzato, essenzialmente militare, frutto della volontà di un’avanguardia ristretta, cosciente, organizzata, se non addirittura di un uomo solo, di un demiurgo geniale, Lenin.

Si noti che in tale narrazione della rivoluzione come atto di un’avanguardia convergevano la destra e la sinistra: gli anticomunisti per descrivere un fatto ristretto, minoritario, violento; i comunisti per sottolineare i meriti dei propri leader (cambiava il nome del vice-demiurgo, Stalin per alcuni, Trotzkj per altri), ma soprattutto per legittimare per questa via storica ogni leadership dei partiti comunisti agli occhi della base militante e delle masse. Se il gruppo dirigente bolscevico aveva visto così lontano e aveva condotto il proletariato alla vittoria, allora questo legittimava l’obbedienza anche all’ultimo piccolo lenin del più sperduto partito comunista.

Questo immaginario per decenni è stato al tempo stesso sia il terrore dei dominanti e dei borghesi (ricordate: il mito dei cavalli cosacchi abbeverantisi alle fontane di piazza S. Pietro?) e sia la speranza degli oppressi e dei proletari (“e noi faremo come la Russia/ e suoneremo il campanel/ falce e martèl”, che nel popolo della mia città, Roma, prese la forma dell’invocazione “Addavenì baffone!”).

E credo che questo sia avvenuto in tutto il mondo. Un autore tedesco (mi sembra) ricorda che in occasione della rivoluzione a Monaco di Baviera, la sua famiglia borghese sentendo gli spari per la strada, incaricò la cameriera di sbarrare le persiane e le finestre; la cameriera eseguì, ma sul volto della ragazza i padroni fecero in tempo a leggere uno strano sorriso.

L’immaginario dell’Ottobre è stato a lungo quel sorriso, un po’ segreto ma di valore inestimabile, sul volto dei proletari del mondo.

 

4. Però anche gli immaginari hanno una loro evoluzione e una storia, ed è singolare notare cosa ne sia stato dell’immaginario di cui parliamo: è scomparsa totalmente la speranza presso i proletari oppressi, direi senza lasciare traccia, invece è ancora ben vivo il terrore nell’immaginario dei dominanti, se è vero che politici della borghesia (di ogni schieramento, sia di destra che di sinistra) evocano lo spettro del comunismo e lo usano per dare del pericoloso comunista a personaggi come Occhetto, D’Alema, Bersani, Bertinotti etc.

Questo accade perché la borghesia (al contrario del proletariato) ha una fortissima coscienza di classe che definirei “spontanea”, la quale si alimenta continuamente di odio di classe, e dunque la borghesia (al contrario di noi) ricorda, e non perdona l’esperienza che la fece tremare nel corso del Novecento (come, mutatis mutandis, non perdona neppure il ’68).

Si potrebbe anche dire che proprio per questa sua superiore coscienza di classe la borghesia è ancora al potere, ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano. E non è questo il nostro argomento oggi.

Comunque, nel tempo della storia, anche il ruolo e il significato politico dell’immaginario possono mutare di segno, e il rosso si può trasformare in nero, il positivo in negativo; così anche quell’immaginario proletario dell’Ottobre, che è stato a lungo un fattore di autonomia, di speranza, di liberazione, è diventato (credo non da oggi) un fattore di conservazione e di passività delle masse.

Io oso dire – con una brutalità che spero mi sia perdonata anche in ragione dell’esigenza di brevità – che poche cose quanto la narrazione dell’Ottobre di cui abbiamo detto si sono opposte con tanta efficacia alla rivoluzione in Occidente e anzi hanno impedito non solo di farla ma perfino di pensarla.

Perché se la rivoluzione comunista era quella cosa lì, se l’Ottobre era anzi l’esempio a cui ispirarci in tutto il mondo, se quello era il paradigma della rivoluzione, beh, allora ecco che la rivoluzione diventava davvero impossibile nelle nostre società, del tutto impensabile, anzi addirittura impronunciabile.

Anzi tanto più si era fedeli e legati a quella lontana idea di rivoluzione tanto più si diventava incapaci di fare, o progettare, qualsiasi rivoluzione vera, oggi e qui. (Questo spiega come mai i più “sovietici” dei compagni del Pci fossero anche spesso i più “destri”).

 

5. Non è stato così, compagni e compagne?

Chi di noi osa pronunciare, senza accompagnarla un sorrisetto di scuse, la stessa parola “rivoluzione” (che pure, fino a prova contraria, dovrebbe essere la ragione sociale dei comunisti)?

Naturalmente qualcuno ha potuto pensare di uscire da questa impasse semplicemente attraverso l’abbandono o il rinnegamento di ogni idea di rivoluzione (faccio notare che, paradossalmente, anche chi compiva questa scelta identificava la rivoluzione comunista con il modello dell’Ottobre, come se non ce ne fossero altri, e dunque abbandonare l’Ottobre sovietico significava per loro abbandonare tout court ogni idea di rivoluzione e di comunismo). È la strada percorsa per primo, e con maggiore coerenza, da Achille Occhetto, ma da tanti e tanti e tanti dopo di lui, molti provenienti anche direttamente dalle nostre fila, anzi dai nostri gruppi dirigenti (e questo è un problema su cui, mi pare, riflettiamo troppo poco).

L’esito vergognoso di queste reiterate esperienze (che non meritano neanche di essere contate), tutte inevitabilmente sfociate nel corrompimento opportunistico, dimostra che senza un progetto vivo e operante di rivoluzione non esiste, e non può esistere, una politica comunista degna di questo nome.

Dunque non è possibile per noi abbandonare, come se la cosa non ci riguardasse, la rivoluzione d’Ottobre, ma occorre invece ri-pensare la rivoluzione (dove “ripensare” significa due cose: tornare a pensarla, e pensarla da capo in modo del tutto nuovo), e per farlo occorre superare il paradigma immaginario dell’Ottobre di cui abbiamo finora parlato.

 

6. Noi comunisti italiani abbiamo (o piuttosto: avremmo) un vantaggio, cioè il pensiero di Gramsci, che allude a un’idea di rivoluzione del tutto diversa, che delinea un paradigma fondato sul protagonismo delle masse, sulla democrazia proletaria, sulla partecipazione, sull’autogoverno, sull’egemonia da costruire diffusamente, articolatamente, processualmente.

Sembrerebbe questo quasi il contrario dell’Ottobre, in realtà è solo il contrario della narrazione sulla rivoluzione d’Ottobre che abbiamo poc’anzi descritto, rappresentata come “presa del palazzo d’Inverno”, essenzialmente militare, frutto di un atto di volontà di un’avanguardia ristretta e organizzata, etc.

Ma domandiamoci: l’Ottobre fu proprio così? I fatti corrispondono davvero a quell’immaginario?

 

Io credo che sia oggi non solo possibile ma doveroso decostruire quell’immaginario e quella narrazione dell’Ottobre, e in questo la ricerca storica può aiutarci molto.

Da profano della storia, confesso di essere rimasto molto colpito da un libro di Alexander Rabinovitch 1917. I bolscevichi al potere, che risale al 2004 e che Feltrinelli ha tradotto recentemente nella sua universale economica. Nella prefazione Rabinovitch afferma cose sorprendenti, cioè confessa di essere stato da sempre assai ostile alla rivoluzione, anche perché figlio di emigrati in fuga dal bolscevismo, e di aver quindi concepito a lungo la rivoluzione come un putsch violento e avanguardistico (insomma come corrispondente all’immaginario di cui abbiamo detto), ma di aver cambiato sostanzialmente idea studiando da storico i fatti e gli atti, soprattutto dopo aver avuto accesso diretto a fonti storiche decisive (come i verbali delle riunioni) rimaste inaccessibili fino a Gorbaciov.

La rivoluzione gli è apparsa così sempre più come un processo e, soprattutto, gli sono apparse decisive CITO la “flessibilità” della struttura comunista “e la sua immediatezza nell’interpretare le rivendicazioni delle masse” (p.17), così come il partito gli è apparso dotato di CITO “una struttura (…) decentrata, flessibile, democratica” e dotato di “uno stile operativo che nel 1917 tendeva a rendere gli organismi (…) del partito reattivi all’evoluzione dell’umore popolare” (p. v). L’immagine della rivoluzione cambiava completamente, e cambiava completamente il ruolo del partito e della sua leadership: altro che “atto puro”! Altro che frutto di un’avanguardia! Altro che Lenin demiurgo!

 

7. E infatti è sempre più chiaro che le cose non andarono affatto come la nostra narrazione (coincidente, come detto, con quella degli anticomunisti) racconta.

Mi limito a citare alcuni punti (con una sommarietà di cui mi scuso):

i) anzitutto, a proposito di processualità, la rivoluzione d’ottobre non è affatto isolata ma essa è dentro un processo che (se non vogliamo risalire al 1905) inizia almeno con la rivoluzione di febbraio (che sarebbe ora chiamare con il proprio nome: “la rivoluzione dell’8 marzo”, legata come fu a questa combattiva festa delle donne!). Sempre a proposito della processualità della rivoluzione (un concetto che a me pare decisivo) sarebbe bene parlare di rivoluzioni russe, al plurale, perché la effettiva direzione di Lenin fu cosa assai diversa dal progetto di dittatura del proletariato di Stato e rivoluzione e soprattutto la NEP fu davvero un’altra cosa; e poi l’industrializzazione forzata fu – di nuovo – tutta un’altra cosa rispetto alla NEP, e così via. Non per caso ognuno di questi passaggi (io direi di queste diverse rivoluzioni in successione) segna rotture drammatiche nel gruppo dirigente bolscevico, che non si capiscono affatto se non si considera questo succedersi di diverse scelte rivoluzionarie. Anche il problema della democrazia è legato a queste scelte, giacché – per dire solo una cosa, ma fondamentale – una politica come l’industrializzazione forzata (e accelerata) non si può fare (e in un paese di contadini!) senza un livello molto alto di coercizione, coercizione che peraltro caratterizzò il processo d’industrializzazione durato secoli anche nell’Europa capitalista. Ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano dal nostro tema di oggi.

ii) Anche limitandoci la rivoluzione al periodo dal febbraio all’ottobre, è sempre più evidente che non vi fu nulla di lineare e quasi nulla di progettato dall’avanguardia illuminata e demiurgica nel succedersi di almeno quattro fasi decisive: il compromesso del febbraio, la rivolta di luglio, il tentativo di Kornilov, l’Ottobre.

Anzitutto i soviet che, lo sappiamo bene, non furono affatto un’invenzione dei bolscevichi e anzi questi si trovarono quasi sempre in minoranza nei soviet. Ancora al I Congresso pan russo a giugno 533 menscevichi, 105 bolscevichi.

La parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet!” è da Lenin prima accettata (accettata, non inventata), poi negata, poi difesa contro l’insurrezione di luglio che fa tutt’altro (a cui l’Organizzazione militare bolscevica partecipa, – si noti – contro il parere di Lenin e del Comitato centrale), poi è di nuovo assunta e praticata contro Kornilov, poi negata da Lenin nelle “Tesi di luglio” (respinte 10 a 5), ma Lenin insiste a settembre e ottobre sull’idea di una presa del potere dei soli bolscevichi, un’idea questa che sostiene fino in fondo, senza che il Partito lo segua; infine la parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet!” è messa in atto, ma contraddittoriamente, perché il potere è preso sì dal Congresso panrusso dei Soviet di Pietrogrado e non dai bolscevichi, ma il primo Governo rivoluzionario è un monocolore bolscevico (nonostante che Lunaciarskj, a nome dei bolscevichi, avesse accettato l’idea di un Governo di coalizione a cui dicono no – astuti come sempre – i menscevichi di Martov).

iii) La prima cosa che nel fuoco di verità della lotta rivoluzionaria salta è – non a caso – il modello di partito teorizzato dal Che fare?. In pochi mesi il teorizzato Partito ristretto verticale e d’avanguardia passa da 2.000 iscritti a 6.000 e poi ha già 80.000 iscritti alla Conferenza d’Aprile, infine a settembre ha 32.000 iscritti solo a Pietrogrado (dunque con aspetti di un vero partito di massa), e fra i neo-iscritti c’è anche un certo Trotzkj che diviene membro del CC a maggio non seguendo certo la trafila prevista dal Che fare?.

Ma c’è di più: dei dissensi e della disobbedienza dell’Organizzazione militare bolscevica a luglio si è detto, ma Kamenev e Zinoviev restano fino all’ultimo contrari alla presa del potere, votano contro e anzi rivelano il progetto alla stampa. Lenin ne chiede l’espulsione, del tutto invano. Kamenev anzi viene eletto a presiedere il nuovo Comitato centrale esecutivo del Soviet. Lo stesso vale per Zinoviev, che sarà successivamente nominato addirittura segretario dell’Internazionale Comunista.

Per non dire del programma del Partito: la cruciale questione delle terre è risolta da Lenin con la semplice accettazione del programma dei social-rivoluzionari (assai diversa da quella dei bolscevichi) ed è una scelta (geniale) che Lenin compie, per dire così, direttamente in assemblea. Ma se parliamo di programma del Partito non possiamo nasconderci che esso era e restò quello di una rivoluzione che avrebbe dovuto svolgersi, sia pure a cominciare dalla Russia, in tutta Europa, cioè in Germania (per questo guardano sempre, sopravalutando enormemente i fatti, a una rivolta in Finlandia, a un reggimento che si ribella in Germania, a uno sciopero in Inghilterra, etc.). Quello che poi successe davvero non solo non era affatto parte del programma dei bolscevichi, ma anzi non era da loro neanche lontanamente previsto.

iv) Il ruolo di Lenin è certamente decisivo, prima dell’Ottobre e direi più ancora dopo l’Ottobre, nei primi strepitosi, difficilissimi passi che il Governo deve compiere. Ma nelle giornate dell’Ottobre propriamente dette Lenin praticamente non c’è. Arriva alla fine di settembre dalla Finlandia, e poi resta assolutamente clandestino (per le conseguenze negative delle vicende di luglio che rischiano di distruggere i bolscevichi). Scrive ripetutamente al CC sostenendo con forza la necessità di un’insurrezione dei soli bolscevichi che preceda la riunione del II Congresso pan-russo dei Soviet, ma il CC non gli dà retta (per fortuna, direi) e anzi brucia le sue lettere, pubblicando suoi testi precedenti, di quando egli era a favore della parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet!”. Resta per me – ripeto: profano – come un’illuminazione folgorante l’immagine di Lenin che la sera del 24 ottobre – contro la decisione del CC – se ne va dalla casa dove era nascosto, lasciando un biglietto sul tavolo della cucina (“Vado dove non mi vogliono”) e in tram, con la parrucca e senza barba, raggiunge lo Smolny, dove ha molte difficoltà a entrare, e dove dormicchia in una stanza su alcune coperte (attesta Trotzkj) mentre nel salone succede di tutto, ma senza di lui.

v) Quanto alla violenza rivoluzionaria: l’assalto al palazzo d’inverno praticamente non ci fu: Kerensky era già scappato su una macchina (americana), gli altri si arresero senza combattere; e in totale in quella giornata i morti furono 6 (meno dei morti di lavoro in Italia in due giorni). La forza militare dei rivoluzionari fu certo decisiva ma fu dai bolscevichi più esibita che usata, ed essa derivava per intero dalle precedenti rivoluzioni dei marinai e dei soldati (di nuovo: la processualità). La vera forza, come sempre, era politica: “basta con la guerra” “pace senza indennizzi e senza annessioni”, “terra ai contadini”, “tutto il potere ai soviet”; fu impossibile per il potere trovare chi sparasse contro un simile programma.

 

8. Non voglio banalizzare, con questi sporadici esempi, e tantomeno negare la straordinarietà di quel primo assalto al cielo, dopo il quale nulla resta nel mondo uguale a prima.

Ma il problema è: in cosa consiste per noi, oggi, la lezione dell’Ottobre?

Io credo che la rivoluzione d’Ottobre segna in modo irreversibile un’epoca e la definizione di questa epoca è tutta nella frase di Gramsci: “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere”.

I critici dell’Ottobre, e in generale gli apologeti del capitalismo, dimenticano il vero contesto che spiega la rivoluzione e la sua incredibile vittoria, e questo contesto è la guerra, la guerra mondiale, la guerra interimperialista, la guerra di tutti contro tutti, la guerra infinita; e poi la guerra delle potenze capitaliste che accolse subito, aggredendola, la Russia rivoluzionaria. Un piccolo particolare che le ricostruzioni borghesi di questi giorni (chissà perché?) dimenticano, e che invece spiega molte cose dei successivi sviluppi della rivoluzione.

 

 

Il capitalismo non è assolutamente in grado di porre fine alla guerra, e infatti dal 1914 in poi la ripropone di continuo dal suo stesso seno, ma la guerra è tale da porre fine all’umanità. Dunque o socialismo o barbarie.

È solo la rivoluzione in Russia che pone fine ai massacri della I guerra mondiale, che altrimenti sarebbe proseguita chissà fino a quando; il nazismo può anche essere letto come il prezzo che l’umanità ha pagato per la sconfitta della rivoluzione in Germania; ed è solo l’URSS che permette la sconfitta del nazismo nella II guerra mondiale.

Anche oggi è solo il socialismo del XXI secolo l’alternativa alla catastrofe a cui il capitalismo va incontro, a forza di guerre, di crisi ambientali di crisi umanitarie di crisi economiche e sociali, etc. Il fatto è che solo con la guerra il capitalismo può distruggere capitale, ma senza intaccare il proprio potere, e così può prolungare la crisi (al tempo stesso di sovra-produzione e di sotto-consumo) che caratterizza la sua lunga agonia. Come dice Benjamin: “la miccia è già accesa”, e il problema è solo sapere se riusciremo a farla finita col capitalismo prima che il capitalismo la faccia finita con l’umanità associata.

La guerra, che è solo un nome del carattere catastrofico del capitalismo, è dunque non solo il contesto storico della rivoluzione ma la dimostrazione della sua necessità e della sua attualità, nel senso del suo essere all’ordine del giorno oggi e qui, storicamente necessaria.

9. Faccio notare che se usciamo dalla narrazione deformante di cui ho detto, la prima conseguenza che ne deriva è che si rovescia il ritornello sulle condizioni oggettive e soggettive che ha paralizzato per decenni i comunisti. Ci è stato detto per decenni che le condizioni oggettive impedivano di fare la rivoluzione (ma in realtà le condizioni oggettive impedivano solo di fare come in Russia). Però se la rivoluzione può e deve essere diversa da quella narrazione della rivoluzione russa, ecco che quell’argomento si rovescia: le condizioni oggettive sono per noi più che mature e favorevoli, sono le condizioni soggettive a segnare un drammatico ritardo.

Provo a dirla così: ciò che l’Ottobre dimostra una volta per tutte non è affatto che un’avanguardia proletaria cosciente e organizzata può conquistare lo Stato, perché questo – semplicemente – non è vero (non so se sia mai stato vero, di certo non è vero oggi e qui, in Occidente e nelle società complesse del capitalismo maturo).

L’Ottobre dimostra invece una volta per tutte un’altra cosa, che ci riguarda direttamente e che riguarda l’oggi, e cioè che l’assetto capitalistico-borghese è eminentemente instabile e fragile (che grande lezione è il fatto che nessuno difenda il potere dello zar o di Kerensky!) e che nella crisi si frantumano e spariscono i margini di consenso e di egemonia del potere (basti citare i nomi di Trump o di Renzi in Italia per capire questo totale esaurimento, anzi questa rinuncia a qualsiasi egemonia da parte del capitalismo, che in altri tempi si dimostrò invece capace di egemonia).

Ciò significa anche che le masse veramente non ne possono più, che ovunque anche in Occidente si rivolgono ormai in modo convulso a chiunque si presenti come alternativa allo stato di cose presente (compresa dunque – in mancanza di meglio – la destra fascistoide e razzista) e che esse si sposterebbero anche rapidamente e massicciamente su una proposta credibile di fuoruscita dalla crisi, come fu appunto quella dei comunisti nel ’17, se noi solo fossimo in grado di formularla, invece di inseguire al centro il suicidio della socialdemocrazia.

Ecco cosa intendevo dicendo che le condizioni oggettive sono per noi più che mature e favorevoli, mentre sono le condizioni soggettive a segnare un drammatico ritardo!

 

10. Dunque l’esempio che emerge da una riflessione sull’Ottobre, la sua lezione per noi è essenzialmente la soggettività rivoluzionaria del proletariato.

È del tutto evidente che il problema sta lì: basti riflettere al fatto paradossale che di fronte alla crisi più devastante del capitalismo si assiste da noi all’indebolimento, anzi all’assenza, di qualsiasi parvenza di partito comunista.

A questo riguardo la lezione dell’Ottobre è ricchissima e attualissima: essa dimostra che la soggettività rivoluzionaria deve essere necessariamente due cose, due non una.

a) una serie di organismi democratici, in cui le masse possano organizzarsi stabilmente (questo verbo e questo avverbio sono fondamentali!), esprimersi, praticare la partecipazione e l’autogoverno, riprendersi il protagonismo, uscire dalla terribile passività di merci in forma umana fra le merci a cui il capitalismo le condanna.

Senza organismi di massa organizzati (i Soviet nell’Ottobre: i movimenti ora per noi?) non c’è rivoluzione.

b) Un punto di vista (chiamiamolo per ora così) strategico e tattico organizzato stabilmente, che sia ideologicamente e culturalmente ed eticamente del tutto autonomo dal capitalismo, cioè un luogo collettivo capace di vedere lontano e di agire nell’immediato, di analizzare in termini sistemici la situazione e di capire dove siamo e perché, ma capace anche – o soprattutto – di percepire momento per momento, con la sensibilità di un sismografo, gli orientamenti, i pensieri, i bisogni, gli stati d’animo delle masse e di rispondervi facendo di tutto ciò la bussola della propria tattica (in questa capacità di capire sempre gli orientamenti delle masse, lo si nota troppo poco, la direzione di Lenin è stata semplicemente meravigliosa). Vogliamo chiamare una simile entità ancora partito? Perché no?

Certo senza un simile punto di vista organizzato, organismo o partito non c’è rivoluzione.

Fra le lezioni dell’Ottobre ce n’è infine una che oggi appare particolarmente confortante per noi: i rapporti di forza fra le classi sono eminentemente instabili, e tanto più in periodi di crisi. Ciò che oggi può apparire una forza invincibile può precipitare già domani in una debolezza assoluta, e viceversa, i subalterni, gli sconfitti, gli oppressi, possono celare dentro di sé una grande forza e rivelarsi capaci di creare la storia del mondo.

Non è forse successo così cento anni or sono nell’Ottobre del 1917 a Pietrogrado?

 

FINE                                                                                                          R.M.

 

28-9-2017/3-11-2017


One comment

  1. Riccardo tiberir ha detto:

    Finalmente qualcuno che capisce…forse l’unico….pr questo credo che mi possa aiutare a creare per i giovani un’accademia di staseologia.saluti compagni da un vecchio militante

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