Rivoluzione

Dal saggio di Raul Mordenti Gramsci e il problema della rivoluzione in Italia pp. 85-87 in AA.VV. Gramsci e la Rivoluzione in Occidente a cura di A. Bugio e A. Santucci Editori Riuniti 1999

Pensare la rivoluzione (ma anche parlarne)

Diceva un mio Maestro che Togliatti diceva: «Alla rivoluzione bisogna pensarci sempre, ma non bisogna nominarla mai». Anche se non fosse vera, sarebbe bella lo stesso: c’è in questa formula molto Togliatti, un’ascesi rivoluzionaria che diventa tattica integrale ­una polemica rigorosa e spietata contro il parolaismo estre­mista e cialtrone, contro la «frase scarlatta» e la predicazione della tradizione socialista italiana; e tuttavia è questa una formula che non può funzionare. E questo non solo perché il «pensare» e il e il «nominare », fanno parte (probabilmente) di uno stesso processo di ragionamento, così che noi pensiamo forse solo parole (o in forma di parole) e dunque non sarebbe possibile pensare davvero e a fondo una cosa che non si può nominare; ma soprattutto perché qui non si sta parlando di un qualsiasi pensare speculativo, bensì del pensare politico (e, nel caso di Togliatti, addirittura «di Partito), dunque di un pensare collettivo per definizione e per natura

Che cosa comporta dunque, nella realtà politica del pensare col­lettivo, la formula attribuita a Togliatti? Si potrebbe sostenere, in prima istanza, e forse un po’ ingenuamente, che colui che non par­la mai di una cosa finisce alla lunga per scordarsela egli stesso, come accade perfino per i lutti, per i debiti e per i segreti. Ma più rilevante è riflettere su che cosa accade applicando una simile formula nel ­corpo vivo di un partito, cioè di un organismo di masse umane, assai complesso, fatto di molti componenti, tutti diversi fra loro per esperienza e formazione, per livello culturale, politico, responsabilità. Accade allora che si determina una separazione e una frattura non solo fra il modo di pensare la rivoluzione e il modo di parlarne (o di non-parlarne) da parte di uno stesso soggetto, bensì, molto più gravemente, fra due modi dì pensare/parlare la rivoluzione, quello dei dirigenti (qui, per ipotesi, di Togliatti stesso ) e quello della base del partito o dei suoi elettori. Poiché il dirigente non parla mai della rivoluzione che egli pensa, e poichè tuttavia è (paradossalmente) proprio un’idea di rivoluzione, quale essa sia, ciò che spinge tutti i suoi membri ad aderire a un partito comunista, ecco che ciascun compagno è legittimato a conservare la propria personale idea di rivoluzione, la quale peraltro (per quanto primitiva o sbagliata o perfino bizzarra possa essere) non viene mai sottoposta alla verifica collettiva del parere altrui perché resta anche nel caso del compagno di base, inespressa e segreta. Penso che si possa sostenere che l’idea di rivoluzione interna a molti compagni del Pci (non a tutti) negli anni ’40-70 fosse assolutamente rozza e primitiva, marchiata dal militarismo e dal «blanquismo» (la rivoluzione intesa come una specie paradossale di «putsch di massa»), quasi per nulla toccata dalle elaborazioni intellettuali sempre più avanzate (e, se posso dirlo senza connotato spregiativo: raffinate) che impegnavano in quegli stessi anni la cultura comunista italiana sulla strada aperta da Gramsci (e per stimolo principale dello stesso Togliatti). E di converso proprio questo primitivismo rivoluzionario, sempre inespresso, sia stato ciò che ha consentito il progressivo e sostanziale (ma sempre tacito) abbandono di ogni idea di rivoluzione da parte del Pci, fino a precipitare, progressivamente ma coerentemente, nella deriva liberal-borghese del pidiessismo. Rovesciando il medesimo discorso si potrebbe dire che un partito più abituato « del Pci ad elaborare collettivamente e ad ammodernare esplicitamente la propria idea di rivoluzione sarebbe stato assai meno disposto ad abbandonarla. È questo un aspetto intimo e diffuso, nient’affatto tattico e strumentale, della «doppiezza» rimproverata al Pci: lo stesso compagno poteva nutrire in cuor suo un’idea rudimentale o addirittura sanguinaria di rivoluzione e, al tempo stesso sostenere la necessità di identificarsi senz’altro con lo stato di cose presente, scordandosi per sempre la rivoluzione; la seconda cosa non era affatto in contraddizione con la prima, ne era, invece, la conseguenza. Per superare davvero questa situazione questa debolezza, è dunque necessario ricominciare non solo a «pensare» la rivoluzione ma anche a «dirla». Per far questo occorre liberarci (direi quasi preliminarmente) dell’identificazione fra l’idea e il progetto della rivo­luzione comunista e l’esperienza sovietica; e non solo per i limiti evidenti di democrazia di quell’esperienza (limiti svelati dalla sua involuzione, dalla sua lunga agonia e, infine, dalla sua implosione) ma anche perché è proprio una tale identificazione fra la rivoluzione e l’Urss che rende oggi la rivoluzione letteralmente impensabile e impronunciabile. E tuttavia dell’esperienza sovietica (e di quella, a essa legata, della III Internazionale comunista) occorrerà conservare almeno una grande lezione e tenere fermo almeno un tratto teorico e politico fondamentale, che legittima e spiega il nostro ostinato dirci «comunisti»: è socialdemocratico chi ritiene che il capitalismo e il suo Stato siano l’orizzonte invalicabile della propria azione politica, come di qualsiasi azione politica; al contrario è comunista solo chi si pone il problema di fuoriuscire dal capitalismo e dallo Stato a esso omogeneo, e anzi se lo pone come problema politico, tale in­somma da orientare e ispirare il suo operato oggi e qui.