Sulla “Linee guida” dell’ANVUR a proposito dell’accredito dei Dottorati Umanistici

0. Vedere all’opera l’ANVUR e le conseguenze della filosofia della VQR (di una filosofia, anzi di una ideologia: di questo in effetti si tratta) credo che ci possa aiutare a capire e a rilanciare il dibattito sul tema.

I Dottorati dell’area umanistica costituiscono a questo proposito un punto privilegiato, e non a caso in questi ambiti si sono moltiplicate proteste (ad es. da Roma “Sapienza” o da Bologna), senza però che si sia ancora riusciti a determinare una precipitazione politica e organizzativa di queste proteste.

1. La prima cosa da notare è che le “Linee guida” per l’accredito dei Dottorati sono cambiate – e sostanzialmente – a partita in corso e anzi a poca distanza dal novantesimo; le “Linee guida” sono state pubblicate solo in data 14/4/17 e la scadenza delle domande era fissata fine maggio, ma naturalmente molti Dottorati dovevano chiudere la loro proposta prima, affinché tale proposta potesse fare tutta la trafila necessaria (cioè passare per gli organi dell’Ateneo). Faccio notare che le precedenti regole del Direttivo dell’ANVUR rispetto ai Dottorati furono rese pubbliche il 15 dicembre 2014. Meno di un mese e mezzo di intervallo fra pubblicazione dei criteri e scadenza questa volta, oltre cinque mesi la volta scorsa.

Costringerci a lavorare con tanta fretta non tiene alcun conto del fatto che la progettazione di un Dottorato e la scelta del suo Collegio sono fatti culturali, scientifico-didattici, che vanno preparati con cura per molte settimane o per molti mesi e debbono prevedere discussioni, programmi, contatti, scelte, etc. Ma questi aspetti scientifico-didattici non sembrano contare minimamente per il MIUR e per l’ANVUR.

Peraltro i Dottorati sono pluriennali per loro natura, e cambiare i criteri in corso d’opera è quindi ancora più grave (anche se i Dottorati che non cambiano Coordinatore o il 20% del loro Collegio sono da ritenersi già accreditati in automatico).

2. Il CUN (che fino a prova contraria rappresenta la comunità universitaria) non è stato neanche consultato, a differenza di quanto accaduto per le precedenti linee guida del 2014.

Lo stesso CUN ha espresso una vibrata protesta nel merito, in data 3-5-17. Non conosco pubbliche risposte a tale protesta da parte dell’ANVUR o della Ministra.

Peraltro anche l’Accademia dei Lincei nella sua Commissione dedicata alla ricerca e all’Università (presieduta dal prof. Tessitore) aveva scritto un importante documento di critica (di cui non si conosce l’esito). La corrazzata ANVUR procede dritta per la sua strada e non si cura di simili quisquilie.

3. I criteri per l’accreditamento sono decisamente inaspriti, e non si capisce perché ciò sia avvenuto dato che i riferimenti di legge sono immutati.

Di seguito, a titolo esemplificativo, riporto qualche comparazione delle Linee Guida 2017 con le precedenti Linee Guida 2014 relativamente ad alcuni indicatori.

“L’indicatore discreto, denominato I”, richiede ora che i ricercatori abbiano l’indicatore degli associati, gli associati quelli degli ordinari e gli ordinari quelli dei “commissari” per le ASN (i quali diventano così, assurdamente, quasi un nuovo ruolo di “super-professori”). Questa idea che si debba essere giudicati sui parametri di un’altra fascia docente è davvero bizzarra.

Prima (la Nota MIUR n. 436 del 24 marzo 2014) bastava essere in linea con le rispettive categorie.

L’“Indicatore quantitativo di attività scientifica” recita ora:

”Tutti i componenti del collegio devono aver pubblicato i) nei settori bibliometrici, negli ultimi cinque anni un numero di prodotti pubblicati su riviste scientifiche contenute nelle banche dati internazionali “Scopus” e “Web of Science” almeno pari alla soglia fissata per i professori associati nel proprio settore concorsuale; ii) nei settori non bibliometrici, negli ultimi dieci anni un numero di articoli in riviste di classe A almeno pari alla soglia fissata per i professori associati nel proprio settore concorsuale”.

Prima serviva aver pubblicato “almeno due pubblicazioni scientifiche nelle categorie previste dalla VQR e coerenti con uno dei SSD di riferimento del collegio negli ultimi 5 anni”.

Analogamente accade per la “Qualificazione scientifica del Coordinatore”, che ora deve:

“A) possedere almeno due dei valori soglia previsti per i Commissari all’Abilitazione scientifica nazionale ai sensi del DM 120/2016; oppure: B) soddisfare almeno 2 delle seguenti condizioni: (i) la partecipazione a comitati di direzione o di redazione di riviste A/ISI/Scopus; (ii) l’esperienza di coordinamento centrale o di unità di gruppi di ricerca e/o di progetti nazionali o internazionali competitivi (sic!) negli ultimi 10 anni; (iii) per i settori bibliometrici, l’h index a 15 anni del coordinatore deve essere uguale o superiore alla soglia ASN per il ruolo di commissario nel Settore Concorsuale (o SSD) di appartenenza. Per i settori non bibliometrici il numero di lavori pubblicati su riviste in classe A negli ultimi 15 anni deve essere uguale o superiore alla soglia per i commissari del Settore Concorsuale (o SSD) di riferimento dell’ultima ASN”.

È da notare bene che qui le monografie, le edizioni critiche etc. non vengono in alcun modo citate e dunque non esistono! Contano solo i lavori pubblicati dal Coordinatore in riviste di classe A. Che le monografie, le edizioni critiche etc. non contino nulla per i Dottorati umanistici è circostanza che si commenta da sola.

 

Prima, la Nota MIUR n. 436 del 24 marzo 2014 diceva, più sensatamente, a proposito del Coordinatore:

“La valutazione viene effettuata sulla base del curriculum del medesimo, che ne garantisca la qualificazione e la capacità organizzativa in campo scientifico. A tal fine, il curriculum deve riportare, in particolare: (i) un sottoinsieme delle pubblicazioni dell’ultimo quinquennio; (ii) le esperienze di coordinamento di gruppi di ricerca e/o progetti nazionali o internazionali, eventuali riconoscimenti nazionali o internazionali ottenuti.”

4. La privacy dei Docenti è violata in modo clamoroso, contraddicendo anche una recente circolare che ribadiva la segretezza (in verità un po’ ipocritamente).

La VQR di ciascuno di noi viene pubblicizzata, e non solo perché deve essere nota al Coordinatore ma perché si deve verosimilmente procedere, in molti casi, all’espulsione dal Dottorato di Colleghi ritenuti “indegni” (anche noi abbiamo dovuto farlo). È la linea che gli americani chiamano del “naming and shaming” (“nominare e svergognare”).

D’altra parte la distinzione fra valutazione collettiva e individuale è sofistica ed evidentemente insostenibile, dato che “è la somma che fa il totale” (Totò) e io non posso procedere a una pre-valutazione totale del Dottorato che propongo se non conoscendo i dati personali di tutti, uno per uno. Tali dati privati dunque diventano, e non possono non diventare, dati pubblici.

5. Inoltre si scaricano così sui membri dei Collegi di Dottorato tutti i difetti già emersi ad abundantiam a proposito della VQR, primo fra tutti la casualità e l’arbitrarietà delle valutazioni: 2-3 prodotti per un triennio di lavoro, giudizi a capocchia, mancanza di qualsiasi garanzia di obiettività, etc. Ma su tutto ciò mi permetto di rinviare a R. Mordenti, I sensi del testo, Roma, Bordeaux, 2017, e in particolare al capitolo 13 “Valutare e finire. La VQR e la distruzione dell’Università pubblica in Italia”, pp. 290-320.

Senza contare che si usa la VQR 2011-2014 per valutare un Collegio che deve lavorare nell’a.a. 2017-18. Evidentemente potrebbe essere cambiato tutto nel frattempo, sia nel bene che nel male.

6. Prima di entrare ancora più nel merito di ciò che ci si chiede, faccio notare un aspetto forse marginale (e forse no). I criteri valgono per ciascun Collega individualmente, ma il Collegio è un organo collegiale (“lo dice la parola stessa”: Frassica) cioè collettivo, e potrebbe dunque essere una necessità scientifica e didattica utilizzare le competenze di un Collega che – per ipotesi – potrebbe aver riportato una VQR personale bassa (per i più svariati motivi). Non sarebbe più sensato chiedere una media degli interi Collegi, in modo che essi possano comprendere anche alcuni “indegni” per la VQR i quali però possono essere ritenuti, per qualche motivo, indispensabili? (Ad esempio, nel nostro caso, perché professano una lingua straniera che ci risulta indispensabile per i nostri rapporti internazionali).

7. Tutto l’impianto ANVUR è costruito solo ed esclusivamente sulle facoltà scientifiche, e precisamente su quelle di medicina e/o di economia (meglio se private), e non tiene alcun conto delle specificità umanistiche. Questa è la critica centrale.

Ad esempio: come abbiamo visto, si chiedono saggi in riviste di fascia A, e perché non debbono contare niente le monografie o le edizioni critiche? Per noi è semplicemente pazzesco. Io conosco Colleghi che, proprio per la loro maturità e fama, non scrivono più saggi ma solo volumi, uno nel nostro Collegio ha scritto cinque monografie ma un solo articolo in riviste di classe A: è “indegno”?

8. Aggiungo che emerge così ancora una volta e fa danni gravissimi (almeno per le nostre discipline), l’assurdo della fascia A per le riviste. Ciascuno di noi può fare l’elenco di riviste serissime che non sono in fascia A, e viceversa di riviste idiote o addirittura cessate da tempo che sono in fascia A. Per fare un solo caso: la storica e fondamentale rivista “Il Ponte”, fondata da Piero Calamandrei nel 1944, non è considerata di fascia A per la mia disciplina (la Critica letteraria) e altri mille consimili esempi potrebbero farsi.

9. Chiedere poi ai nostri Colleghi stranieri di “(…) inserire il numero (sic!) di prodotti pubblicati negli ultimi dieci anni (dal 2007) in riviste di classe A”, è semplicemente folle. In primo luogo perché non esiste nei loro Paesi una classe A per le riviste e poi perché non esistono per loro nemmeno i SSD o le aree CUN per cui le riviste valgono.

Chi ha fatto questa norma dimostra di non avere la minima idea di come stanno le cose nelle università del mondo (a meno che non siano scientifiche o di medicina o di economia, meglio se private…).

10. Ancora più grave è che l’ANVUR conferisca valore pubblico nel nostro ordinamento al giudizio di agenzie come Scopus e Web of Science che sono (a) private e (b) straniere. Mi sembra francamente intollerabile.

Eppure in occasione delle Abilitazioni del 2013 lo stesso MIUR dovette fare una vergognosa marcia indietro ammettendo che i giudizi fondati su Scopus non erano corretti e invitando i Presidenti di molte Commissioni a riconvocarsi per correggere le puttanate derivate da Scopus. Gli errori verificati sono stati calcolati fra il 10% e il 15%: non poco.

Queste agenzie non garantiscono né la esaustività internazionale (sono evidentemente anglocentriche) né l’obiettività (chi può garantirmi l’obiettività dato che si tratta di agenzie private?) e meno che mai la completezza e la tempestività delle registrazioni. Lo stesso National Science Board ha applicato (nel 2010) Scopus solo fino al 2007, perché ha riconosciuto la lacunosità di Scopus per gli ultimi due anni.

Quanto alle graduatorie internazionali fra le Università e i Dipartimenti fatte in tal modo, basti riflettere al caso spassoso dell’Università di Alessandria d’Egitto che risultava quarta al mondo (perche uno, un solo suo ricercatore, aveva pubblicato qualche centinaio di propri articoli su riviste compiacenti alzando così il rating). Da ridere o da piangere. Si potrebbe sostenere che almeno questo non riguarda gli umanisti perché (in maggioranza) non siamo “bibliometrici”, ma io direi che ci riguarda tutti perché siamo cittadini e professori della Repubblica.

11. Torniamo a noi. Gli indicatori sono evidentemente rivolti più che a verificare la scientificità a registrare una sorta di successo mediatico. Cos’altro vuol dire dare tanta importanza ai premi? Quale umanista vince premi? Quanti premi avevano vinto, a 40 o 50 anni, Benedetto Croce o Gaetano De Sanctis o Gianfranco Contini?

Lo stesso vale per il requisito di essere direttore di riviste,

(NB: nelle linee guida, a p. 5, si usa la strana formula “partecipazione a comitati di direzione o di redazione di riviste A/ISI/Scopus”, ma non si cita la partecipazione a comitati o consigli scientifici delle riviste, e non mi sembra il solo caso di una certa discrepanza fra Linee guida e modulistica on line del CINECA).

oppure per il requisito di essere coordinatore “centrale” di gruppi di ricerca “nazionali o internazionali competitivi negli ultimi 10 anni”. E si noti quel “competitivi”: se la il gruppo di ricerca non è competitivo (competitivo con chi? Come? Quando? Perché?) non vale.

Quanti giovani colleghi, anche per ipotesi bravissimi, possono vantare simili requisiti? E soprattutto: se in qualche nostro settore umanistico non ci fosse neanche un solo gruppo di ricerca nazionale o internazionale “competitivo” (cioè finanziato)? L’ANVUR forse non lo sa, ma questa circostanza purtroppo si verifica.

12. I criteri per determinare la “innovatività” hanno i medesimi vizi, e in forma ancora peggiore.

Vediamo analiticamente i requisiti della “innovatività” che confermano la sottovalutazione e l’umiliazione delle discipline umanistiche (o, peggio ancora, l’assoluta ignoranza delle loro specifiche caratteristiche):

(1) Dottorato innovativo a caratterizzazione internazionale

(1.1) • Dottorato in collaborazione con Università e/o enti di ricerca esteri
(1.2) • Dottorato relativo alla partecipazione a bandi internazionali (e.g. Marie Skłodowska Curie Actions, ERC)
(1.3) • Collegio di dottorato composto per almeno il 25% da docenti appartenenti a qualificate università o centri di ricerca stranieri
(1.4) • Presenza di eventuali curricula in collaborazione con Università/Enti di ricerca estere e durata media del periodo all’estero dei dottori di ricerca pari almeno a 12 mesi
(1.5) • Presenza di almeno 1/3 di iscritti al Corso di Dottorato con titolo d’accesso acquisito all’estero


Avere dei Dottorandi in co-tutela con Università straniere (noi, ad esempio, ne abbiamo parecchi) non conta niente. Conta solo il Dottorato cosiddetto “congiunto” (punto 1.1). E la durata media (si noti: media) dei soggiorni all’estero dei Dottorandi deve essere almeno di 12 mesi (punto 1.4). Per i nostri Dottorati questo è praticamente impossibile.

Idem per il criterio (1.5) relativo ai Dottorandi “con titolo d’accesso acquisito all’estero”. Perché non basta che essi siano cittadini stranieri? Noi per esempio, nel Dottorato di “Studi comparati” che coordino a Tor Vergata, abbiamo fra i Dottorandi una libica, due russe, due egiziani e ora un camerunense (6 su 30, comunque ben lontani da 1/3), ma questi non contano per il requisito della internazionalità perché molti di loro hanno conseguito il loro “titolo d’accesso”, una laurea magistrale, in Italia (magari presso un’Università per stranieri), senza la quale realisticamente non avrebbero neppure potuto pensare di fare il Dottorato da noi. Forse per le facoltà scientifiche, medicina o economia è diverso, ma per noi è pressoché inevitabile che sia così.

Idem per il criterio (1.3) relativo ai membri del Collegio stranieri: noi ne abbiamo 4 o 5 su 28, e non sono pochi, ma sono ben lontani da essere il 25% richiesto.

Vediamo ora i criteri per stabilire la innovatività legata alla cosiddetta “intersettorialità”.


(2) Dottorato innovativo a caratterizzazione intersettoriale

(2.1) • Dottorato in convenzione con Enti di Ricerca
(2.2) • Dottorato in convenzione con le imprese o con enti che svolgono attività di ricerca e sviluppo
(2.3) • Dottorato selezionato su bandi internazionali con riferimento alla collaborazione con le imprese(*)
(2.4) • Dottorati inerenti alle tematiche dell’iniziativa “Industria 4.0
(2.5) • Presenza di convenzione con altri soggetti istituzionali su specifici temi di ricerca o trasferimento tecnologico e che prevedono una doppia supervisione


Sarebbe più onesto chiamare questa cosiddetta “intersettorialità” con il suo vero nome, cioè “rapporto con le industrie”; questo rapporto infatti riguarda tutti e cinque i casi considerati (v. supra). Come è facile capire, la maggior parte di queste cose sono addirittura impensabili per i nostri Dottorati umanistici.

E poi: perché mai non configura “intersettorialità” che il Dottorato abbia stabilito dei rapporti, ad esempio, con gli Enti Locali, con istituzioni e comitati pubblici, con i Sindacati o con altre organizzazioni sociali?

Più radicalmente ancora, domandiamoci: siamo proprio sicuri che questo rapporto con l’industria sia davvero il compito dei nostri Dottorati? E che tali rapporti siano per definizione “innovativi”? Tutti noi conosciamo dei rapporti con le imprese che non hanno proprio nulla di innovativo. Comunque – di nuovo – quasi nessun Dottorato di umanisti può rispondere a questi requisiti.

Consideriamo ora il terzo criterio di “innovatività”, che è la “interdisciplinarità”.

(3.) Dottorato innovativo a caratterizzazione interdisciplinare

(3.1) • Dottorati (con esclusione di quelli suddivisi in curricula) con iscritti provenienti da almeno 2 aree CUN, rappresentata ciascuna per almeno il 30% (rif. Titolo LM o LMCU )
(3.2) • Corsi appartenenti a Scuole di Dottorato che prevedono contestualmente ambiti tematici relativi a problemi complessi caratterizzati da forte multidisciplinarità
(3.3) • Dottorati inerenti alle tematiche dei “Big Data”, relativamente alle sue metodologie o applicazioni
(3.4) • Dottorati che rispondono congiuntamente ai seguenti criteri
(3.4.1) presenza nel Collegio di Dottorato di docenti afferenti ad almeno due aree CUN, rappresentata ciascuna per almeno il 20% nel Collegio stesso
(3.4.2) somma degli indicatori (R + X1 + I) almeno pari a 2,8 per ciascuna area
(3.4.3) presenza di un tema centrale che aggreghi coerentemente discipline e metodologie diverse, anche con riferimento alle aree ERC

Lo stesso discorso vale per la “interdisciplinarità”: il criterio (3.1) chiede che siano presenti almeno due aree CUN per almeno il 30% ciascuna. Ma questo configura solo un Dottorato… a due aree (e se fossero 3 aree per il 25%, o 4 Aree per il 20% ciascuna? Non varrebbe?).

Ma soprattutto: perché considerare le aree CUN e non i Settori Scientifico Disciplinari?

Faccio di nuovo l’esempio del mio Dottorato: posso dire in coscienza che noi abbiamo creduto moltissimo alla interdisciplinarità e ci abbiamo lavorato costantemente ponendola in un certo senso alla base dell’intero progetto culturale del Dottorato: ebbene sui nostri 28 Colleghi del Collegio sono rappresentati bel 15 SSD (!), e due aree CUN (ma solo con 3 unità, non certo con il 30%!), senza contare gli stranieri che non hanno né SSD né area CUN. Ebbene, noi non siamo interdisciplinari? Perché non è interdisciplinare mettere in rapporto la Filologia con la Storia dell’Arte o la Letteratura russa con la Critica letteraria e la Didattica delle lingue (che sono tutte nell’area CUN 10)? Francamente non capisco, e non mi sembra che possiamo accettarlo.

E perché mai i criteri di cui al punto 3.4 (in verità di non facilissima comprensione) debbono essere presenti tutti e “congiuntamente” perché si possa parlare di interdisciplinarità?

Resta poi il mistero gaudioso dei “big data” (punto 3.3). Perché mai dovremmo occuparci di questa roba? Chi l’ha deciso? L’ANVUR? Il Governo, forse? Ma i Governi decidono le linee di ricerca dell’Università nei regimi totalitari. Anche da noi deve succedere questo? Io, ad esempio, ho partecipato a un seminario di critica nel merito all’impostazione dei big data per le nostre discipline. Siamo fuori legge?

Ma l’art. 33 della Costituzione recita: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Non so se la Ministra sia a conoscenza di questo articolo della nostra Costituzione.

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