Un NO informato e convinto

Un NO informato e convinto per sconfiggere l’onda qualunquistica dell’anti-parlamentarismo, anticamera di ogni disegno reazionario.

di Raul Mordenti

“Quando si vuole limitare l’importanza di un

organo rappresentativo, si incomincia sempre

con il diminuirne il numero dei componenti.”

(Umberto Terracini, Comunista, Presidente

dell’Assemblea Costituente)

1. Un po’ di storia a proposito del numero dei parlamentari italiani.

Cominciamo, come è sempre giusto fare, con un po’ di storia, e anche con un po’ di numeri:

“Nel 1861 con l’Unità d’Italia i deputati erano 443, mentre gli abitanti erano 22 milioni (quindi un deputato ogni 50 mila abitanti). Nel 1865 i deputati italiani divennero 493 con 24 milioni di abitanti (rapporto 1 a 49 mila). Nel 1870 il numero di deputati salì a 508 con 27 milioni di abitanti (1 ogni 53 mila). Nel 1921 i deputati erano arrivati a 535 con 39 milioni di abitanti (1 ogni 73 mila).”[1]

Solo Mussolini, ispirato dall’idea di fare dell’ “aula sorda e grigia” di Montecitorio “un bivacco per i suoi manipoli”, ridusse questi numeri nel 1928, quando il numero dei deputati fu portato a 400.

È certo solo una coincidenza, ma una coincidenza inquietante, che il numero di 400 deputati proposto oggi dai sostenitori del Sì sia esattamente quello voluto da Benito Mussolini nel 1928; anzi con percentuali ancora peggiori, perché nel 1928 gli abitanti erano 40 milioni e di conseguenza il rapporto era di 1 deputato ogni 100 mila, mentre ora gli abitanti d’Italia sono 60 milioni, dunque la vittoria del Sì ridurrebbe i senatori da 315 (1 ogni 192 mila abitanti) a 200 (1 ogni 302 mila!) e i deputati da 630 (1 ogni 96 mila) a 400 (1 ogni 151 mila abitanti!).

Nel 1946 furono eletti all’Assemblea Costituente 556 membri con 45 milioni di abitanti (1 ogni 80 mila abitanti), per la prima volta col voto delle donne. Con le percentuali proposte oggi dal Sì i/le Costituenti sarebbero stati la metà, e la nostra Costituzione non sarebbe certo quella meraviglia di sapienza e di sintesi politico-culturale che essa è.

2. Cosa decisero i padri e le madri Costituenti.

Nella seduta di lunedì 27 gennaio 1947 si riunì il plenum della Commissione per la Costituzione, presieduta da Meuccio Ruini. Intervenne Umberto Terracini (presidente della II Sotto-commissione, che aveva già discusso il problema). Disse Terracini:

“le argomentazioni contrarie esposte dall’onorevole Conti (che proponeva un deputato ogni 150.000 abitanti, NdR) in realtà sembra che riflettano certi sentimenti di ostilità, non preconcetta, ma abilmente suscitata fra le masse popolari contro gli organi rappresentativi nel corso delle esperienze che non risalgono soltanto al fascismo, ma assai prima, quando lo scopo fondamentale delle forze antiprogressiste era la esautorazione degli organi rappresentativi. Quanto alle spese, ancora oggi non v’è giornale conservatore o reazionario che non tratti questo argomento così debole e facilone. Anche se i rappresentanti eletti nelle varie Camere dovessero costare qualche centinaio di milioni di più, si tenga conto che di fronte ad un bilancio statale che è di centinaia di miliardi, l’inconveniente non sarebbe tale da rinunciare ai vantaggi della rappresentanza”.[2]

Dunque i due veri “motori” dell’attuale Sì, cioè l’ostilità reazionaria per la democrazia e la scusa di ridurre i costi, erano ben presenti ai Costituenti, ma essi seppero dare a queste pseudo-argomentazioni la risposta che meritavano allora, e che meritano oggi. Ma sull’argomento della riduzione dei costi, che Terracini definisce “debole e facilone”, torneremo fra poco.

La decisione finale stabilì in 80.000 abitanti la quota per eleggere un deputato, come poi risulterà nel testo finale delle Costituzione Repubblicana promulgata il 27 dicembre 1947.

La fedeltà a questo criterio costituzionale di un deputato per 80.000 abitanti portò coerentemente a far crescere il numero dei deputati proporzionalmente al crescere del numero della popolazione. Si ebbero così 574 deputati nel 1948, 590 nel 1953, 596 nel 1958 e 630 nel 1963, anno in cui è stato fissato il numero attuale di 630 deputati (e di 315 senatori) a prescindere dal numero di abitanti, che all’epoca erano 51 milioni. Dunque quel criterio costituzionale di 1/80.000 è stato già superato in pejus, poiché oggi i deputati sono ancora 630, anche se la popolazione è di 60 milioni[3], rendendo l’attuale rapporto tra deputati e abitanti a un deputato per 96 mila, cioè il più alto della storia d’Italia. Se vincesse il Sì, quel rapporto sarebbe – come detto – addirittura di un deputato per 151 mila abitanti, dunque quasi il doppio di quello previsto da chi ha redatto il testo della Carta Costituzionale. Analogo discorso si può fare per il Senato, dove anzi pesa il dettato dell’elezione su base regionale; ma, se vincesse il Sì, abolendo il numero minimo di 7 senatori per Regione[4], in molte Regioni (come il Friuli, l’Abruzzo, l’Umbria, la Basilicata, etc.) il numero dei Senatori sarebbe ridotto a quattro o addirittura a tre solamente, con conseguenze devastanti sulla possibilità di eleggere da parte delle minoranze, dato che sarebbe necessario per eleggere un Senatore un quorum abnorme. Una lista che giungesse quarta, magari con il 20% dei voti, non avrebbe diritto ad alcuna rappresentanza in Senato se vincesse il Sì!

3. Il confronto coi numeri degli altri parlamenti europei.

Non è neanche vero ciò che affermano i sostenitori del Sì a proposito del confronto con altri paesi europei, cioè che l’Italia avrebbe il numero più alto di parlamentari. Scrive documentatamente a questo proposito Rocco Artifoni:

“Attualmente i deputati tedeschi sono 709, quelli del Regno Unito 650. In Italia sono 630 e si propone di diminuirli, sostenendo che un’Assemblea così numerosa non può funzionare bene. Questa proposta avrebbe un senso soltanto se si dimostrasse che le Camere della Germania e del Regno Unito funzionano assai male. Restiamo in attesa di prove e riscontri. Tralasciando i numeri assoluti, si possono confrontare quelli relativi, cioè il rapporto tra deputati ed abitanti. In Europa attualmente i cittadini con meno rappresentanti sono gli spagnoli (1 deputato ogni 133 mila abitanti). A seguire i tedeschi e i francesi (1 ogni 116 mila), gli olandesi (1 ogni 114 mila) e quelli della Gran Bretagna (1 ogni 101 mila), che precedono gli italiani (1 ogni 96 mila). Nel resto d’Europa il rapporto tra deputati e popolazione è più elevato, anche in Paesi con popolazioni non piccole (Polonia, Romania, Belgio, Grecia, Portogallo, Svezia). Dai dati potremmo dire che l’Italia si trova oggi in una posizione intermedia ed equilibrata. Il problema sta nella proposta referendaria, poiché con 400 deputati l’Italia si andrebbe a collocare all’ultimo posto della classifica europea nel rapporto tra deputati ed eletti (1 ogni 151 mila). Non è tutto. L’Italia è l’unico Paese europeo con un bicameralismo paritario (detto anche perfetto). Camera e Senato hanno identici poteri e funzioni. Ciò significa che nel confronto con le Assemblee legislative degli altri Paesi europei, oltre alla Camera, bisognerebbe inserire autonomamente anche il Senato. Così facendo, il rapporto tra eletti e abitanti è già il più basso d’Europa (1 a 192 mila) e con la proposta di revisione costituzionale scenderebbe addirittura ad 1 ogni 302 mila abitanti. Non c’è nulla di paragonabile in Europa.

Ciò è tanto vero che – fateci caso – i più furbetti fra i sostenitori del Sì limitano il confronto europeo solo alle assemblee elette con suffragio diretto, escludendo dunque dal computo altre “camere alte” come la britannica Camera dei Lords o il Senato francese che è eletto con suffragio indiretto (anzi è qui da notare che il Senato francese aveva 321 senatori nel 2004 e che questo numero è aumentato progressivamente fino agli attuali 348 per adeguarsi all’aumento della popolazione! Ma questo nessuno ce lo dice).

4. Quanto si “risparmierebbe” davvero (gli strani conti del prof. Perotti).

Ma il deplorevole record della furbizia è stabilita dai sostenitori del Sì a proposito dei costi del Parlamento e dei fantomatici risparmi che deriverebbero dal suo taglio. Il computo condiviso di questi risparmi sembrava essersi attestato intorno ai 50 milioni all’anno, pari – come si disse – allo 0,007% del bilancio dello Stato, cioè a un caffè all’anno per ogni italiano. Fra l’altro faccio notare che la Camera dei Deputati, con un po’ di oculata amministrazione, ha già risparmiato nel 2019 oltre 50 milioni (per l’esattezza € 52.062.259,42), e ciò senza alcun bisogno di “tagliare” il numero dei deputati. Più recentemente, forse perché vedono indebolirsi la propria posizione man mano che avanza l’informazione sul problema, i sostenitori del Sì hanno abbandonato la cifra dei 50 milioni annui di risparmio e hanno cominciato a dare i numeri, cioè a fornire numeri sempre più stravaganti e falsi.

Alla recente Festa del “Fatto quotidiano” uno dei padri della riforma, l’esponente dei 5 Stelle on. Riccardo Fraccaro, ha detto: “credo che mezzo miliardo sia una cifra sottostimata”[5] (boom!!! NdR). Ma come si arriva a questa cifra incredibile di 500 milioni di risparmio? Semplice: basta considerare cinque anni, cioè l’intera Legislatura e non un anno solo, moltiplicando così per cinque il risparmio annuale valutato a cento milioni. Con questo ragionamento considerando dieci anni invece che cinque soltanto si potrebbe raccontare che il risparmio sarebbe di un miliardo tondo tondo, oppure riferendosi – ad esempio – alla durata della rateizzazione concessa alla Lega per restituire il maltolto, che è di 48 anni, si avrebbe la bella sommetta di 4 miliardi e ottocento milioni, che certo risanerebbero la finanza pubblica, e così via facendo la gara a chi la spara più grossa per ingrossare la voce “risparmio”. Ma volete mettere? Un conto è dire agli elettori che tagliando i parlamentari si risparmierebbe la cifra di un caffè all’anno, un conto è dire invece che si risparmierebbe mezzo miliardo.

Resta comunque da capire perché mai il risparmio annuale sarebbe di 100 milioni e non di 50 come stimato finora da quasi tutti. Nessun problema: qui corre in soccorso un altro luminare dei conti (infondati), il celebre prof. Roberto Perotti, dell’Università Bocconi di Milano, grande firma dell’organo della Confindustria “Il Sole/24 ore”, già addetto alla Spending Review di Matteo Renzi e presentato dal “Fatto” in prima pagina come Verità rivelata (“Roberto Perotti, 59 anni, è l’uomo dei conti”, ”Perotti smonta le bugie e fa i conti…”[6]).

Forse qualcuno ricorda altri conti fatti dallo stesso prof. Perotti, al tempo dell’aggressione di Gelmini all’Università pubblica, quando Perotti sostenne (nel suo libro L’Università truccata, pubblicato da Einaudi, con adeguata eco editoriale e mediatica) che il nostro paese spendeva la mirabolante cifra di 16.027 dollari per studente, ciò che ci collocava al quarto posto nel mondo (dopo solo Usa, Svizzera e Svezia); così concludeva il Perotti che la spesa in Italia per l’università “è fin troppo alta” (ivi, p. 171). In realtà non solo quest’affermazione ma anche i dati che la sostenevano erano totalmente falsi. Condussi a suo tempo un’analisi di quelle posizioni e – soprattutto – di quelle cifre, che in conclusione definivo “false tre volte”[7].

Ma in questo caso come ragiona il prof. Perotti, “l’uomo dei conti” che – si noti – questa volta si è fatto perfino aiutare nella bisogna da Tito Boeri? Cito dalla sua intervista al “Fatto”: “il taglio di 345 parlamentari permetterà di risparmiare 22 milioni di indennità all’anno, 35 milioni di rimborsi-spese, diaria e assistenti e altri 20 milioni per i vitalizi e la doppia pensione.”[8] Prendiamo per un attimo per buone queste cifre (che in realtà, alla luce dei Bilanci di Camera e Senato sembrano un po’ eccessive), comunque il totale (22+35+20) farebbe 77 milioni e non 100 milioni. Come arriva “l’uomo dei conti” alla cifra di 100 milioni l’anno (che poi diventano 500 in cinque anni, 4 miliardi e otto in 48 anni, e così via)? Rispondo a questa insidiosa domanda con le parole stesse prof. Perotti, “l’uomo dei conti”: “(…) ma non abbiamo calcolato alcuni costi variabili: con meno eletti il Parlamento spenderà meno in computer, pulizia e produzione di carta” (ivi). Ecco svelato l’arcano, ecco come si passa da 77 a 100 milioni tondi tondi di risparmio ogni anno. Basta aggiungere 23 milioni l’anno risparmiati “in computer, pulizia e produzione di carta”.

Qualcuno potrebbe obiettare che dividendo 23 milioni (la spesa aggiuntiva perottiana per arrivare a 100 milioni) per 345 (il numero dei parlamentari “tagliati”) si ha la bella cifra di 66.66 euro annui a testa per ciascun parlamentare, e 66.000 euro in un anno per comprargli computer sono un po’ tantini (a meno che i parlamentari non siano adusi a mangiarsi i computer come grissini, consumandone cioè a testa diverse decine all’anno). E qualcun altro, plebeo e non bocconiano, potrebbe perfino fare osservare che noi mortali paghiamo lo stesso prezzo per fare le pulizie in casa se siamo in tre ad abitarla oppure in due, e dunque che far fuori un terzo dei parlamentari non farebbe risparmiare neppure una lira per la voce “pulizia”. A meno di ipotizzare che i parlamentari che resteranno dopo il taglio del Sì siano i più zozzoni, e accettino di avere corridoi più impolverati e cessi meno puliti di prima del taglio.

Resta allora la fatidica voce “carta”, ma per estrema sfortuna dell’ “uomo dei conti” e del suo aiutante Tito Boeri i bilanci di Camera e Senato sono fatti bene e sono consultabili on line da chiunque[9]. Ebbene, andando a veder alla voce “carta” troviamo che nell’intero 2019 la Camera ha speso in totale alla voce “Carta, cancelleria e materiali di consumo d’ufficio” €. 460.000 (v. p. 29 del Bilancio) e il Senato nell’intero 2018 alla voce “Carta e articoli di cancelleria” €. 142.280 (v. p.32 del Bilancio del Senato). Dividendo queste cifre per il numero attuale dei parlamentari, si ha che alla Camera per ogni deputato si sono spesi in media €. 730 per la carta (460.000: 630), e al Senato per ogni senatore si sono spesi in media €.451 per la carta (142.000: 315). Come da queste cifre reali (€. 730 per deputato o €. 451 per senatore) si possa passare al totale di oltre €. 66.000 che sarebbero risparmiati per ciascun parlamentare riducendo le voci “computer, pulizia e produzione di carta” rimane dunque un mistero, un inattingibile mistero bocconiano, un mistero perottiano.

5. Conclusioni.

Viene da ridere, ma in realtà c’è ben poco da ridere. Anche questo modo di fare i conti e di fornire le cifre è un indice del disprezzo che costoro nutrono nei confronti delle masse popolari, a cui si possono tranquillamente fornire dati falsi e deformati per indurli a votare Sì. L’argomento di fondo deve essere per tutti i democratici che la democrazia costa, ed è giusto che costi, perché un regime autoritario costerebbe mille volte di più, come il fascismo ci ha insegnato. Nè può valere l’argomento – pure sostenuto da stimabili persone – che la vittoria del No, smentendo il Parlamento che – ahimé – ha votato il taglio quasi all’unanimità ne comprometterebbe il prestigio. Nella nostra democrazia il referendum serve proprio a questo, cioè a consentire al popolo di correggere e se necessario smentire le decisioni sbagliate del Parlamento, e ad esempio la vittoria del No al recente referendum sullo stravolgimento della Costituzione Renzi-Boschi-Verdini che era stato votato dal Parlamento ha rafforzato, non certo indebolito, la nostra democrazia.

Ben altre sono le cose che delegittimano il Parlamento e indeboliscono la democrazia: ad esempio le leggi elettorali truffaldine e maggioritarie che conferiscono premi di maggioranza alle minoranze consegnando loro il potere (ora promettono che faranno una legge elettorale proporzionale, ma perché – avendo la maggioranza – non l’hanno fatta prima del referendum?); ad esempio gli sbarramenti che privano di ogni rappresentanza milioni di voti validi (con lo sbarramento al 5% una lista che riportasse il 4,9% dei voti, pari a circa due milioni e mezzo di elettori, non avrebbe neanche un parlamentare); ad esempio i comportamenti come quelli dei cinque deputati che sono stati beccati a prendersi i 600 euro mensili previsti per la povera gente (a proposito: tutti e cinque costoro hanno votato Sì al taglio dei parlamentari: riflettiamo anche su questo).

L’onda qualunquistica dell’anti-parlamentarismo, anticamera di ogni disegno reazionario, viene cavalcata irresponsabilmente dai sostenitori del Sì; essa invece va fermata, con un No informato e convinto, ora, prima che sia troppo tardi.

Raul Mordenti

Roma, 8-9-2020

  1. Utilizzo l’importante contributo di Rocco Artifoni (che fra l’altro è presidente nazionale dell’Associazione per la Riduzione del Debito Pubblico): http://www.roccoartifoni.it/files/2020%2008%2027%20-%20ildialogo.org%20-%20Taglio%20dei%20parlamentari%20Una%20analisi%20numerica.pdf
  2. Cfr. Rocco Artifoni: https://www.pressenza.com/it/2020/09/riduzione-dei-deputati-il-dibattito-in-assemblea-costituente/.
  3. Senza contare gli italiani all’estero, a cui è stato concesso nel frattempo il diritto di voto.
  4. Con la ragionevole eccezione del Molise e della Val d’Aosta.
  5. G. Salvini, Fraccaro: “Non è populista tagliare. poi, le preferenze”, in “Il Fatto quotidiano”, 7-9-2020, p. 4.
  6. G. Salvini, “Meno sprechi e più lavoro: ecco il Parlamento con il Sì”, in “Il Fatto quotidiano”, 31-8-2020, pp. 1-2.
  7. Tanto per verificare l’attendibilità scientifica d questo odierno Vate del Sì, mi sia permesso di rinviare a quelle analisi, nel mio libro L’Università struccata. Il movimento dell’Onda tra Marx, Toni Negri e il professor Perotti (Milano, Punto Rosso, 2010), che si può ora leggere gratuitamente nel mio sito al seguente link:http://raulmordenti.it/wp-content/uploads/2012/03/Mordenti.pdf, (oppure: http://raulmordenti.it/download-opere/). Rinvio in particolare al capitolo 5 “Scienza e fede del professor Perotti” (pp.67 e sgg.) e al paragrafo 5.2. “Dati falsati per ragionamenti falsi e conclusioni false (false tre volte)” (pp. 77-85). Mandai a suo tempo il mio libretto al collega Perotti, invitandolo a scegliere lui le modalità, il luogo e la data per una pubblica discussione sui suoi dati (falsi): aspetto ancora una risposta.
  8. G. Salvini, “Meno sprechi e più lavoro: ecco il Parlamento con il Sì”, in “Il Fatto quotidiano”, 31-8-2020, p. 2.
  9. Per la Camera: http://documenti.camera.it/_dati/leg18/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/008/005/conto.pdf(relativo al 2019). Per il Senato: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/1126942.pdf. (relativo al 2018).

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