Un partito di tipo nuovo

Da Alternative/Europa N 8 – bimestrale – dicembre 1998

Per l’alternativa un partito di tipo nuovo

di Raul Mordenti

Le recenti vicende interne del Prc mettono in luce che per la rifondazione del pensiero e della pratica comunisti è più che mai indispensabile anche ripensare radicalmente lo strumento principale di tale ritondazione, e cioè lo stesso partito

Marx diceva che una storia che si ripresenta per la se­conda volta diventa una farsa, da tragedia che era stata. Ma la stessa storia che si ripete tre, quattro, cento volte che cosa diventa? Credo che dovrebbe diventare un pro­blema, un problema politico, e teorico, dì prima gran­dezza, un problema che il prossimo congresso di Rifondazione comunista farebbe bene a mettere al cen­tro del dibattito e della riflessione, ma che riguarda tut­ta la sinistra alternativa e non solo il Prc.

La mia generazione di militanti ha assistito almeno per tre volte nel corso del decennio alla stessa desolan­te scena, cioè ad un pezzo, rilevante, del ceto politico del proprio partito che si autonomizza e si separa: è la scena che ha vissuto Dp, ai tempi della scissione di al­cuni suoi importanti dirigenti (per fondare, come allora dicevano, una nuova sinistra con Pannella, Rutelli e Mattioli: qualcuno se ne ricorda?); è la scena che ha vissuto Rifondazione comunista quando i parlamentari provenienti dal Pdup (e qualche altro) decisero di “ba­ciare il rospo” Dini, incorrendo essi allora, proprio per la loro indisciplina verso il partito che li aveva eletti, nel duro giudizio, etico anzitutto, di Armando Cossutta; ma si potrebbe forse dire che anche la Bolognina di Achille Occhetto dette vita, più in grande, alla stessa scena, perché che cosa fu lo scioglimento del Pci se non la decisione di quel ceto politico di autonomizzarsi e separarsi dalla sua base sociale (e perciò, necessaria­mente, dalla sua stessa storia)?

Certo, appaiono davvero impressionanti le analogie che legano vicende pure così diverse: in tutti i casi si trattava di vertici del partito e in tutti i casi la loro con­sistenza nelle istituzioni era ben maggiore della loro consistenza nel partito o nel paese. Per limitarsi alle vicende recenti del Prc: la frazione del Pdup non rap­presentava neppure il 5% degli iscritti al partito, ma contava nella sue fila quasi metà della segreteria, il capogruppo alla Camera, quello al Parlamento euro­peo, il direttore del quotidiano, un numero assai cospi­cuo di parlamentari, ecc. Così ora i “cossuttiani” erano il 30% del Comitato politico nazionale (e solo una par­te di questi compagni sono usciti), ma sono andati con D’Alema e Cossiga oltre il 70% dei parlamentari: non c’è forse già in queste cifre, così strane e inspiegabili da parere quasi assurde, un grande problema politico,

che allude alle forme della democrazia interna e alle modalità di scelta dei dirigenti? Ancora proseguendo nelle analogie: in tatti i casi nessuno dei parlamentari scissionisti è sembrato porsi il problema etico-politico di restituire ai propri compagni ed elettori il mandato ricevuto, dimettendosi da parlamentare; anzi, sembra ogni volta che tale tipo di problema sia del tutto assente (e ogni volta, lo confesso, non riesco a non stupirmene e a non indignarmene). C’è anche un’altra circostanza comune che, a confronto di tutte le altre, può perfino apparire trascurabile, ma forse non lo è del tutto: in tut­ti i casi il trascorrere (sia pure breve) del tempo è basta­to a dimostrare l’assoluta inconsistenza politica dei motivi che avevano spinto quei parlamentari a rompere con il proprio partito, la totale infondatezza delle loro previsioni, il completo fallimento delle loro ipotesi. Insomma, i partiti non saranno dei magnifici cervelli collettivi, ma i cervelli individualisti che li abbandonano dimostrano di capire la politica meno ancora dei partiti.

Ma, soprattutto, accomuna tutte queste esperienze la loro straordinaria capacità dì fare danno, di provocare danni politici devastanti alla sinistra (intendo dire: a qualsiasi discorso e orientamento che miri a ricostruire nel nostro paese una sinistra vera). Sono devastanti la delusione e il senso di impotenza vissuti dai compagni e dalle compagne “di base” abbandonati volgarmente da dirigenti in cui avevano creduto e che, in propria rappresentanza e con il proprio lavoro militante e vo­lontario, avevano eletto; ma il danno di gran lunga peg­giore è esterno alla cerchia ristretta dei militanti, è la diffusione e il rafforzamento presso le grandi masse popolari di uno dei pilastri della terribile, qualunquistica “ideologia italiana”: “Vedete? Sono tutti uguali! Non c’è proprio niente da fare! Non serve a niente organiz­zarsi, non serve a niente sacrificarsi per la politica, non serve a niente lottare! La politica è davvero una cosa sporca!”.

Questo ultimo danno sembra a me di inaudita gravi­tà, nell’epoca in cui il “pensiero unico” dominante sul pianeta “pacificato” assume l’aspetto del disincanto di massa e della passivizzazione. E’ dunque davvero giunto il momento di mettere seriamente a tema il problema di cui parliamo, di considerare decisivo (non voglio qui dire: preliminare) una domandà che formulerei così:

come fare per evitare di rivivere, magari fra qualche anno, ancora una volta questa stessa storia?

In altre parole: queste ricorrenti vicende non rivelano forse la necessità, non più rinviabile, di rivedere dàlle fondamenta, di rifondare appunto, l’idea stessa di par­tito, e soprattutto di cambiarne radicalmente una ner­vatura essenziale e costitutiva, quella del rapporto fra partito stesso, suoi vertici, suoi rappresentanti nelle isti­tuzioni? Non c’è insomma qui una contraddizione fra l”‘alto” e il “basso”, fra il “sopra” e il “sotto”, un pro­blema del tutto trascurato dal nostro dibattito ma non meno importante della contraddizione fra la “destra” e la “sinistra” su cui siamo di solito abituati a ragionare? In termini marxisti, e soprattutto gramsciani, siamo qui di fronte a una tipica manifestazione del rapporto fra intellettuali di estrazione borghese e piccolo borghese (chiamati a dirigere il partito e a rappresentarlo nelle istituzioni) e corpo sociale proletario del partito; un rap­porto (come si è visto nei fatti) labilissimo e squilibra­to, in cui i primi, profittando della debolezza politico-organizzativa del secondo, rivendicano con protervia la loro autonomia corporativa di ceto, dettano le loro condizioni e le impongono, anzi affermano il loro dirit­to a rompere in qualsiasi momento, sulla base esclusi­va dei propri interessi, quel “patto” fra intellettuali e classe che, fin dalle origini del movimento operaio, fon­da l’esistenza dei partiti marxisti. “Sociai-democrati­co”, prima che le parole perdessero il loro senso, significava appunto questo: un compromesso esplicito, e perciò (voglio sottolineare quest’aspetto) esplicitamente contrattato e verificato, fra l’elemento “socialista” del­la classe operaia e quello “democratico” dell’intellet­tualità che accettava di partecipare al processo rivolu­zionario e, ciò facendo, di subordinarsi strategicamen­te all’egemonia della classe operaia.

Ora, nell’attuale momento storico di debolezza socio-politica e strategica della classe, non c’è da sorprender­si che l’autonomismo corporativo del ceto politico di sinistra tenda ad esprimersi senza correttivi (e, se pos­siamo dirlo, senza pudori). Tanto più che tale autonomismo corporativo del ceto politico, anche del nostr6, ha oggi più che mai il vento in poppa dell’ideo­logia del maggioritario, del personalismo berlusconista (e rutelliano, e dipietrista, e dalemiano, …), del presi­denzialismo e del plebiscitarismo, insomma della mas­siccia ed ossessiva campagna borghese contro la de­mocrazia organizzata, cioè contro i partiti e contro la Costituzione.

Ma allora si tratta di correggere artificialmente (sog­gettivamente, come è appunto nella natura più essen­ziale del partito rivoluzionario) i rapporti di forza fra le classi diseguali, ed anche quelli così squilibrati all’in­terno del partito stesso fra classe operaia e intellettuali, fra base e dirigenti, fra popolo e istituzionali (si defini­sca come si vuole questo binomio contraddittorio); lo strumento che aspira a correggere rapporti di forza squi­librati limitando il potere dei più forti è, appunto, il diritto, e anche a noi serve un “nuovo diritto , cioè nella fattispecie regole appositamente studiate, e coerente­mente applicate, che servano a garantire nel partito i più deboli contro i più forti.

Ad esempio: quali sono, e come si esplicano i poteri (o piuttosto i contro-poteri) degli iscritti, fra un con­gresso e l’altro? E quelli degli elettori? Non è forse necessario pensare forme in cui tali contro-poteri siano normati, dotati di strumenti, e dunque resi effettivi? In questo sforzo di fantasia rifondatrice si possono ripren­dere spunti numerosi, pure presenti nella tradizione più nostra: dalle angosce di Lenin per la degenerazione di classe del suo partito, al Libertini delle “13 tesi sul par­tito” fino al primo statuto di Rifondazione comunista, passando per lo statuto di Dp scritto da Luigi Ferraioli, e così via. Si tratterebbe di strutturare un sistema coe­rente di regole, come la rigida incompatibilità (fra cari­che di partito e cariche istituzionali, fra incarichi buro­cratici e incarichi di direzione politica, ecc.), la rota­zione, la non-rieleggibilità, le quote obbligatorie riser­vate nei nostri organi dirigenti alle figure sociali più oppresse ed emarginate (come forma effettiva di corre­zione soggettiva e volontaria delle spontaneità capita­listiche che segnano le nostre vite) e, prima fra tutte le regole necessarie, la revocabilità in qualsiasi momento sia dei dirigenti che degli eletti.

Alla base di tutto occorrerà certamente praticare pro­cedure democratiche di scelta (è troppo ingenuo pensa­re che la procedura verticistico-burocratica con cui sono stati scelti nel Prc i deputati e i senatori c’entri qualco­sa con il comportamento non commendevole di tanti di loro?). Ancora più volgarmente, occorrerà forse deter­minare meccanismi di impegni preventivi e di contribuzione economica degli eletti che cambi sostan­zialmente, in peggio, il loro attuale status. Sembra sag­gio rendere un po’ meno desiderabile per elementi déracinés della piccola borghesia (o anche di prove­nienza proletaria, ma non più organici alla propria classe di provenienza), la prospettiva di conquistare un posto nelle istituzioni, e poi di conservarlo ad ogni costo per non riprecipitare nel terribile vuoto sociale e personale delle loro vite piccolo-borghesi. Insomma: occorrerà parlare di cose vere e concrete, senza farsi inibire dal moralismo di chi ci accuserà di moralismo, né dall’eco­nomicismo di chi ci accuserà di economicismo. Dovre­mo ricordarci sempre che l’idealismo (cioè la rimozio­ne e l’occultamento delle determinazioni classiste che segnano il proprio agire e pensare) è la forma specifica che assume il corporativismo di ceto degli intellettuali.

Per quanto riguarda poi chi ha realizzato la scissione ai danni di Rifondazione comunista, la prima risposta che viene spontanea di fronte alla rivendicazione strumen­tale dell’eredità del Pci da parte di questi compagni (e per giunta in esclusiva!) è quella di negare loro ogni rapporto con la tradizione comunista; e si potrebbero in effetti facilmente allegare fatù, testi, biografie per dimostrare tale tesi polemica; ma sarebbe risposta uni­laterale e parziale, dunque sbagliata. Come sarebbe sba­gliato ritenere, all’opposto, che questa vicenda dimo­stri il fallimento della grande scommessa della rifondazione, perché sancirebbe l’assoluta indisponi­bilità ad un proéesso di cambiamento della cultura pro­veniente dal Pci. Se questa tesi (che converge con quel­la cara agli scissionisti) fosse vera, allora non si spie­gherebbe la manifestazione del 17 ottobre a Roma, ma (quel che più conta) non si spiegherebbe la grande mag­gioranza del partito schierata con il segretario sulla li­nea dell’opposizione al governo, né la tenuta praticamente totale delle strutture del partito. Tutto ciò sareb­be stato impossibile se in Rifondazione comunista non vivesse anche la grande tradizione del Pci.

E tuttavia, occorre riconoscere che ci sono nella grande e complessa storia del Pci anche alcune radici di op­portunismo, di autonomia del politico, di tatticismo ele­vato a strategia, di prevalenza delle (pretese) esigenze del quadro politico-parlamentare su quelle della politi­ca vera, cioè dei rapporti con le masse e con i loro reali interessi. Se non si capisce questo non si capisce da dove vengano in effetti anche Occhetto e D’Alema e, soprattutto, non si capisce la crisi prima e lo sciogli­mento poi di quel grande partito. In fondo, confluendo di fatto nel Pds (come già hanno fatto Crucianelli e i suoi), il compagno Cossutta confermerà solamente di tornare anche lui a quella parte della tradizione del Pci che non è la nostra, che per tutti questi ultimi anni non è stata neppure la sua, che comunque non è tutta la tra­dizione del Pci. Perché nella storia del Pci c’è dell’al­tro, molto d’altro, che interessa e appare prezioso, oggi più che mai, a ogni compagno e ad ogni compagna del Prc, compresi quelli che non provengono dal Pci ma che non accetteranno mai di somigliare alla caricatura che si vuol fare di loro. Nessuna parte di questo patri­monio è stata abbandonata, nessuna parte sarà’abban­donata, meno che mai la ricerca costante di alleanze sociali e politiche a partire dagli interessi di classe, la concretezza, il senso della lotta democratica, l’aspira­zione a fare vivere la politica nel quotidiano delle mas­se.

Fa certo parte di questo grande patrimonio anche la gelosa difesa dell’autonomia politica del partito, il suo essere comunque non riducibile alle tattiche politico-parlamentari. Ne fu capace perfino Berlinguer quando, avvertendo il logoramento dei suoi rapporti di massa, seppe sfilare il Pci dalla “solidarietà nazionale”; figu­riamoci se non ne sarebbero stati capaci Gramsci, Togliatti e Longo! Più produttivo è dunque misurare anche questa vicenda sul parametro politico della ri­fondazione del comunismo in Italia e occidente; la rifondazione non ha mai voluto dire restaurazione del Pci, e assai sensatamente (direi necessariamente) essa ha assunto fin dall’inizio, fra i suoi caratteri essenziali, quello della discontinuità. La discontinuità come con­dizione di un rinnovamento e di una nuova sintesi. In questo senso si potrebbe dire che proprio la ricerca ossessiva e propagandistica di un’unilaterale tradizio­ne, e di una sola, colloca i nostri parlamentari scissionisti fuori dalla rifondazione comunista, perfino di più di quanto non faccia la loro indisciplina o la loro parteci­pazione al governo D’Alema-Cossiga. Mentre, di con­verso, proprio questa vicenda così dura, ma così ricca di lezioni, può servire a riaprire pienamente il processo della rifondazione, a renderlo di nuovo interessante e degno di essere vissuto per tutte le culture antagoniste che formano la storia del movimento operaio e popola­re italiano.