Antisionismo e antisemitismo

Raul Mordenti

Antisionismo e antisemitismo

(relazione al seminario del PRC di Vicenza, 26 01 2024)

Relazione orale

Link al video del seminario su antisionismo e antisemitismo (PRC Vicenza 26 01 24):

la relazione è dal minuto 5,50 fino al minuto 39,45:

http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=55472

https://www.facebook.com/rifondazione.comunista/videos/877728024151146/

Relazione scritta

L’accusa si antisemitismo rivolta ai comunisti e alle comuniste e la più oltraggiosa, offensiva, inaccettabile delle accuse.

I comunisti della generazione mia e del compagno Benvegnù (e di tanti/e altri/e che ci ascoltano) si sono opposti ai fascisti e agli antisemiti (ma dobbiamo chiamarli, come propone Zero Calcare: nazisti) anche fisicamente, coi propri corpi, spesso pagando di persona prezzi altissimi: l’elenco dei compagni della nostra nuova resistenza rimasti feriti o uccisi dai nazisti in questo scontro dal dopoguerra ad oggi e purtroppo molto nutrito (cfr. il volume del nostro Dipartimento antifascismo, XII Disposizione, Roma, Editore Bordeaux, 2022, che pubblica fra l’altro un impressionante elenco di sanguinose aggressioni neo-fasciste).

E chi erano quelli contro cui ci siamo battuti per sconfiggere fascismo antisemitismo e razzismo, per difendere la democrazia e la Costituzione? Erano i giovani del MSI e di altre organizzazioni di estrema destra, spesso guidati dai loro capi adulti (a cominciare da Almirante, il redattore della “Difesa della razza”), spesso protetti dalla Polizia e dai Carabinieri, dalla Magistratura e dai Governi democristiani. Costoro, fra una bomba e l’altra, fra un tentativo di golpe e l’altro, attaccavano i picchetti operai e le occupazioni degli studenti, incendiavano le sezioni di partiti di sinistra e le case del popolo, disegnavano svastiche e simboli fascisti, diffondevano stampa fascista, negavano l’esistenza dei campi di sterminio e propagandavano ideologia antisemita, come il falso grondante sangue I protocolli dei Savi di Sion che descriveva un diabolico presunto piano ebraico per impadronirsi del mondo e distruggerlo (quel falso, ora è stato dimostrato, era invece un prodotto della polizia zarista, ma ricordo che anche recentemente, nel gennaio 2019, il senatore Iannulli del Movimento 5 Stelle lo ha citato come vero e utilizzato).

Questi neo-fascisti, o neo-nazisti, rivendicavano (e rivendicano) peraltro apertamente di essere gli eredi della repubblica di Salò, che serviva Hitler partecipando a rastrellamenti e massacri e, in particolare, alla delazione, alla cattura, alla deportazione degli ebrei italiani. Ora sono esattamente quegli stessi nomi, quegli stessi giovani neo-nazisti con cui ci scontravamo, diventati adulti o anziani e approdati nel Governo e nel sottogoverno della destra, che rivolgono a noi l’accusa di antisemitismo! E lo fanno dai mass media di cui hanno il controllo e, ahimè, spesso a braccetto con esponenti della comunità ebraica.

Domani è la Giornata della memoria: nella nostra memoria c’è il fatto che nei campi di sterminio con ebrei, rom, omosessuali etc. c’erano i comunisti: i fascisti stavano dall’altra parte del filo spinato, al servizio dei tedeschi.

Per rispondere all’accusa infamante di essere noi gli antisemiti, dobbiamo poter e sapere vedere le cose per come sono effettivamente, trovarne le radici di c1asse e le ragioni, le cause, cioè

ricostruirne la storia combattendo l’ignoranza che è sempre foriera di fascismo. Non a caso il fascismo diffonde, difende e utilizza, l’ignoranza di massa che prende oggi nuove forme (più pervasive) nell’universo mediatico di menzogna in cui siamo totalmente immersi (mi permetto di rinviare, per argomentare quest’affermazione, al mio libretto Ontologia delle menzogna).

Cominciamo allora da un po’ di storia.

Il sionismo nasce nel corso dell’Ottocento con l’idea che a un popolo/nazione debba corrispondere uno Stato. Era esattamente la stessa idea che porte agli Stati nazionali, Italia compresa. Dunque niente di strano in questa idea, era quello che nell’Ottocento pensavano, e facevano, tutti.

Ma che vuol dire “Stato nazionale”? È un concetto che si fonda su una serie di identificazioni: un popolo = uno Stato = una religione = una lingua = e poi (elemento non confessato ma basilare) una “razza”, Nel nazionalismo c’e sempre un fondo di razzismo. Dico, en passant (non abbiamo tempo per sviluppare questo punto) che, oggi possiamo e dobbiamo mettere in discussione quell’idea della Stato/nazione, perché i popoli non hanno confini e dentro i confini di uno Stato esistono inevitabilmente popoli diversi, culture diverse, lingue diverse, religioni diverse, che non sono riducibili, se non forzosamente, ad una sola cosa; e soprattutto perche i diritti non si possono limitare solo ai membri riconosciuti di uno Stato-nazione (solo ai “cittadini”) esc1udendo più o meno brutalmente chi non ne fa parte.

Riflettiamoci: alla base c’e l’idea nazista “terra e sangue”, una formula, un miscuglio da cui – come è stato detto – non può derivare che una brutta infezione.

Senza contare che all’interno di uno Stato/nazione e sempre possibile trovare una nazione più piccola che rivendica di essere Stato, si tratti della Catalogna o dell’Euzkadi in Spagna, ma anche della Normandia o della Corsica in Francia, del Sud-Tirolo della Val d’Aosta o della Sardegna in Italia, del Kosovo in Albania, e cosi via, per non dire della Padania, la grottesca idea (ampolle del Dio Po e matrimoni celtici compresi) che sembra essere stata abbandonata dalla Lega (ma mai sufficientemente ricordata e ridicolizzata da parte nostra).

Ma, ripeto, non abbiamo certo il tempo oggi e qui per sviluppare questa critica necessaria al concetto di Stato/nazione che pure sta dietro – ricordiamocelo – alla paura fascista per la “sostituzione etnica”, cioè al rifiuto della presenza in Italia come italiani/e, di uomini e donne non di “razza” italiana, non bianchi come la Egonu, non cattolici come i mussulmani a cui la sindaca leghista nega la moschea e perfino l’uso delle panchine, etc.

Torniamo a un po’ di storia: nel 1881 un’ondata di terribili progrom seguì all’attentato contro lo zar Alessandro II (di cui gli ebrei non avevano nessun colpa), questo orrore accentuò la tendenza ebraica a emigrare dall’est Europa, Polonia e Ucraina soprattutto, che erano allora (solo allora?) i paesi più antisemiti. Ma anche nel resto d’Europa nel 1894 l'”Affaire Dreyfus” dimostrò la virulenza dell’antisemitismo, Dreyfus era un ufficiale francese, ebreo, accusato di tradimento, innocente ma condannato, degradato, inviato alla Cayenna, e solo nel 1906 faticosamente riabilitato. Alla montatura si oppose fra gli altri il grande scrittore Emile Zola con la sua lettera del 1896 J’accuse! (Io accuso!) a cui si fa risalire l’inizio del cosiddetto “impegno” degli intellettuali.

Si noti che è dell’anno dopo, il 1897, la I Conferenza sionista di Basilea. All’inizio gli esponenti sionisti pensavano all’Argentina o al Sud America o ad altri luoghi del mondo (Theodor Herzl pensò all’Uganda) come collocazione per la nazione ebraica; alcuni proto-sionisti volevano anzi evitare la Palestina proprio per evitare al sionismo commistioni religiose con la storia sacra ebraica. Questo ci ricorda che il primo sionismo non era affatto religioso, anzi incontrò l’opposizione del rabbinato, che considerava la creazione di uno Sato ebraico come una bestemmia, cioè come la volontà atea di “forzare il Messia” e di prenderne il posto. Chi ha letto le memorie di Vittorio Foa, ricorderà come lui da ragazzo, mandato con la cassetta a raccogliere soldi per la causa sionista, venisse duramente contrastato e rimproverato dai rabbini. D’altra parte anche oggi esistono ebrei ortodossi (le nostre Tv non ce li hanno mostrati, ma nel web si possono trovare) che dichiarano la loro opposizione religiosa allo Stato di Israele, e che peraltro si rifiutano di prestare servizio militare.

Ma – tornando alla storia – qual era il contesto storico-politico fra Otto e Novecento? Era l’epoca del pieno dispiegarsi del feroce colonialismo europeo, che sarebbe sfociato nelle contraddizioni interimperialistiche della I guerra mondiale. Nel 1884-1885 alla Conferenza di Berlino Bismarck riunì i rappresentanti delle potenze europee per discutere (naturalmente senza gli Africani!) le sorti del continente africano, regolamentando la gara alla sua colonizzazione e 1a sua spartizione fra gli europei. Al tempo solo il 10% dell’Africa era sottoposto alle potenze imperialiste europee, che giungeranno presto a dominare il 95%, dividendosi fra loro il continente, con linee rette tracciate sulle cartine geografiche (ancora in parte visibili nei confini di oggi), senza nessun rispetto per le popolazioni africane e la loro autonomia. Per giustificare questa vergogna fu coniato allora un concetto destinato a durare: quello di “terra nullìus” (in latino: “terra di nessuno”) poiché i popoli che possedevano quelle terre, le coltivavano, le abitavano da secoli erano nessuno, non erano considerati dalle potenze europee esseri umani ma solo cose o animali che potevano e dovevano essere dominati, e sfruttati dall’uomo bianco.

Purtroppo questo medesimo concetto è ripreso da Theodor Herzl (1860-1904), primo presidente del movimento sionista, a proposito della Palestina, definita: “una terra senza popolo, per un popolo senza terra”. Ma il popolo palestinese esisteva, eccome, e aveva sempre convissuto in pace con gli ebrei che erano rimasti lì o che lentamente affluivano dall’Europa. Ricordiamo che la bizzarra tesi della inesistenza del popolo palestinese è ripetuta ancora ai giorni nostri dal Governo di Israele. ~

Eppure nella famosa “Dichiarazione Balfour” (il ministro degli esteri britannico) del 2 novembre 1917 (dunque, si noti, assai prima della Shoà in Europa), che viene considerata il via libera alla stato ebraico si legge: “Il Governo di Sua Maestà guarda con favore all’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e farà del suo meglio per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, fermo restando che nulla dovrà essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina…” (che dunque esistevano! E che anzi avrebbero dovuto vedere rispettati i loro “diritti civili e religiosi”).

Questa doppiezza britannica si spiega col fatto che la Gran Bretagna, che aveva il “mandato” relativo alla Palestina sottratta all’impero ottomano, aveva problemi complessi con il mondo arabo produttore di petrolio, all’interno del quale, in quegli stessi anni, promuoveva la formazione delle artificiali monarchie saudite e ashemite, etc.

Per tutta questa fase gli inglesi furono i nemici principali di Israele. Chi conosce l’ambasciata inglese a Porta Pia. deve sapere che essa è così bella e nuova perché quella vecchia cosa fu completamente distrutta il 31 ottobre 1946 da un attentato dinamitardo dell’Irgun israeliano, diretto da Begin.

Insomma, la questione è strettamente legata alle vicende del colonialismo europeo in Medio Oriente, dei suoi interessi e delle sue oscillazioni. Ciò che spinse gli americani ad opporsi, nella convinzione (scriveva il Dipartimento di Stato al tempo di Truman) che uno stato ebraico si sarebbe trasformato “nell’arco di tre anni in una marionetta comunista”. Al tempo, non lo si dimentichi, Ben Gurion si proponeva come un modello socialista.

A quel tempo l’idea di Stalin era di creare una contraddizione nel Medio Oriente allora in mano agli inglesi. Così nel 1947 l’URSS votò a favore della risoluzione ONU che sanciva la nascita dei due stati (e il voto dell’URSS e dei paesi dell’allora blocco sovietico fu determinante), e nella guerra che seguì immediatamente gli israeliani poterono combattere con le armi cecoslovacche fornite dall’URSS mentre i palestinesi venivano armati dagli inglesi.

A smentire l’identificazione fra lo Stato di Israele e gli ebrei del mondo basterà ricordare che si opposero subito importanti esponenti della diaspora, a cominciare da Marek Edelman (1919-2009) l’eroico capo della rivolta del Ghetto di Varsavia. Edelman espresse in molteplici occasioni forti condanne della politica dello Stato di Israele schierandosi a difesa del Palestinesi. Egli scrisse: “Abbiamo combattuto per la nostra vita. Ci muoveva una determinazione disperata, ma le nostre armi mai sono state dirette contro civili inermi. Abbiano lottato per la sopravvivenza della comunità ebraica, non per un territorio né per un’identità nazionale. Per me non esistono un Popolo Eletto né una Terra Promessa.” Edelman non volle mai trasferirsi in Israele.

Edelman era antisemita?

A cosa si riferiva Edelman parlando della strage di civili inermi? Lo spiega un’importante lettera firmata fra gli altri da Albert Einstein e Hannah Arendt (e da un gruppo di autorevoli esponenti della diaspora ebraica) il 2 dicembre 1948, rivolta in particolare contro al visita negli USA di Menachem Begin, allora leader del Partito della libertà che, trasformato nel partito Likud nel 1973, avrebbe poi preso il potere con lo stesso Begin nel 1977 (sconfiggendo i laburisti che erano stati espressione dei kibbutz), e che successivamente avrebbe espresso leader come Shamir, Sharon e oggi Benjamin Netanyahu. Quel partito di Begin è così definito nella lettera di Einstein:

“un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica, sciovinista di destra della Palestina.”

A suscitare l’indignazione di Einstein e degli altri sono dei fatti (“Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. (…) È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate che possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.”), e in particolare uno dei tanti episodi che condussero alla Nakba, l’esodo forzato dei Palestinesi, cioè la strage del villaggio arabo di Deir Yassin.

Si legge nella lettera di Einstein e degli altri:

“Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che 1o volevano utilizzare come una loro base. Il 9 aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme [I palestinesi dovevano essere terrorizzati dal massacro e spinti a scappare, NdR]. La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al re Abdullah della Transgiordania. Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin. L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà. All’ interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale.”

Einstein e gli altri firmatari erano antisemiti?

Diciamo nel Giorno della memoria che l’imperativo proclamato da Primo Levi “Mai più!” deve valere per tutti, non solo per gli ebrei.

E una critica meditata alla politica dei Governi di Israele, è venuta infatti anche dal nostro Primo Levi, il quale, in occasione della strage di Sabra e Chatila nel 1982 si fece promotore in una raccolta di firme di protesta contro Sharon, responsabile di quel massacro. In un’intervista a Gad Lerner sull’Espresso del 30 settembre 1984 Levi affermava:

«Mi sono convinto che il ruolo d’Israele come centro unificatore dell’ebraismo adesso – sottolineo l’ “adesso” – è in una fase di eclissi. Bisogna quindi che il baricentro dell’ebraismo si rovesci, torni fuori d’Israele, torni fra noi Ebrei della Diaspora.” (…) “Credo che sta a noi, Ebrei della Diaspora, combattere. Ricordare ai nostri amici israeliani che essere ebrei vuol dire un’altra cosa. Custodire gelosamente il filone ebraico della tolleranza.” (…) “Ci ho meditato a lungo: il baricentro è nella Diaspora, torna a essere nella Diaspora. (…) Credo che la corrente principale dell’ebraismo sia meglio preservata altrove che in Israele”.

Primo Levi era antisemita?

D’altronde la diaspora ebraica è, giustamente!, assai diversificata, e mentre gli ebrei americani fanno manifestazioni di massa e occupano edifici pubblici in difesa del popolo palestinese, la comunità ebraica italiana invoca la proibizione delle manifestazioni in difesa del popolo palestinese, e si affida al Governo Meloni, identificandosi totalmente con la politica dell’attuale Governo fascista di Israele. Questo è uno dei pochi casi in cui dobbiamo invidiare gli americani e prenderne esempio.

Il punto è che noi siamo chiamati a distinguere (questa è la parola chiave!): distinguere fra Hamas e popolo palestinese, distinguere fra ebraismo e sionismo, distinguere fra ebrei e israeliani, e anche all’interno di Israele distinguere fra popolo israeliano e Governo Netanyahu.

Non abbiamo né il tempo né la capacità di percorrere tutta l’evoluzione della politica israeliana e delle posizioni palestinesi, che anch’esse sono assai cambiate lungo gli anni (dalla fondazione dell’OLP alla decisione di Arafat di negare il ricorso al terrorismo contro civili, dagli insufficienti “accordi di Oslo”, comunque sabotati con l’uccisione di Rabin, fino all’intenzionale umiliazione e indebolimento di Fatah e dell’Autorità nazionale palestinese e al rafforzamento di Hamas, finanziato dallo stesso Netanyahu per impedire la prospettiva dello Sato palestinese, fino all’orrore del 7 ottobre con uccisione di donne e bambini e stupri).

Diremo solo che in Israele è accaduto che si sia affermato ciò che la lettera di Einstein definiva “un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale”, ciò che ha espresso il Governo Netanyahu, il quale ha fatto votare il 19 luglio 2018 al Parlamento israeliano,la Knesset (a stretta maggioranza con 62 voti favorevoli e 55 contrari) una legge di rango costituzionale che definisce Israele uno “stato ebraico”, cioè dei soli ebrei, in cui la religione è criterio di cittadinanza e decide della vita quotidiana, compresa l’osservanza dei precetti religiosi e la disciplina dei matrimoni (vietando ad esempio i matrimoni con non ebrei, e questa proibizione dei matrimoni “misti” è un segno decisivo di razzismo, che non a caso era presente anche nelle leggi razziste di Mussolini del 1938).

Il Governo attuale di Israele vede nei ministeri chiave esponenti estremisti della destra religiosa, compreso chi parla apertamente di “pulizia etnica” contro i Palestinesi e chi invoca, come

il ministro Amichal Eliahu, l’uso della bomba atomica su Gaza. Non ci si può sorprendere che un simile Governo, con l’appoggio degli USA e la complicità vile dell’Europa (l’Italia si è vergognosamente astenuta all’ONU perfino sulla richiesta di cessate il fuoco!) stia procedendo a ciò

che si deve definire anche tecnicamente e giuridicamente un genocidio.

Genocidio (secondo l’ONU nella Risoluzione del 1946 e poi nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio) è definito come “L’uccisione o il tentativo di distruzione anche di una parte o singoli membri di un popolo in quanto appartengono a quel popolo, oppure appartengono ad un gruppo etnico, razziale, religioso, politico come tale”. In questo senso specifico c’è certamente un genocidio in corso, perché c’è una intera popolazione di un’ intera area geografica, già sottoposta ad apartheid, che è condannata ad essere senza acqua, senza cibo, senza elettricità, senza ospedali, fatta oggetto di bombardamenti che provocano migliaia di morti (di cui un terzo bambini) che non risparmiano né i luoghi di culto, né le scuole, né le ambulanze, né le incubatrici dei neonati, né i giornalisti, né gli operatori ONU, né le persone inermi in fila per il cibo.

In questo senso lo sterminio in atto a Gaza non è neppure una guerra (che presuppone un esercito nemico) e niente è più emblematico dell’uccisione intenzionale di tre ostaggi israeliani, a torso nudo e con una bandiera bianca in mano, a prova che la direttiva è solo uccidere, uccidere tutti e tutte senza limiti e senza ragioni.

Noi abbiamo sempre provato schifo per chi, di fronte alla Shoà, si è voltato da un’altra parte,

faceva finta di niente mentre sparivano compagni di scuola o di lavoro, vicini di casa, negozianti, amici etc. La nostra generazione dovrà poter dire un giorno: “Noi non ci siamo voltati da un’altra parte di fronte al genocidio di Gaza!”.

Cosa c’entra l’antisemitismo con la nostra condanna di questi orrori?

Noi possiamo fare riferimento a una definizione di antisemitismo proposta nella “Dichiarazione di Gerusalemme” (2020) promossa da 210 prestigiosi intellettuali e studiosi della Shoà, che integra e corregge la definizione di antisemitismo proposta nel 2016 dall’IHRA (Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto) che si concentrava solo sullo Stato di Israele.

Quella “Dichiarazione di Gerusalemme” (fra i firmatari Carlo Ginzburg, Sergio Luzzatto e Abraham Yehoshua) definisce con rigore storico l’antisemitismo, fa esempi di antisemitismo. diretto o indiretto; fra questi:

“Applicare simboli, immagini e stereotipi negativi”, “Ritenere gli Ebrei collettivamente responsabili

per la condotta di Israele, o trattare gli Ebrei, semplicemente perché Ebrei. come agenti di Israele”, etc.), e fa esempi di comportamenti che invece non sono antisemiti. Qui si legge fra l’altro: Non è espressione di antisemitismo “sostenere richiesta palestinese di giustizia e la piena concessione dei loro diritti politici, nazionali, civili e umani”, nemmeno “criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo”, né “La critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato”. “Non è antisemita sostenere accordi che riconoscano la piena uguaglianza a tutti gli abitanti. “Non è antisemitismo denunciare la discriminazione razziale sistematica”. In generale, non è antisemitismo richiedere “le stesse norme di dibattito che si applicano ad altri Stati e ad altri conflitti per l’autodeterminazione” e così via (invito tutti e tutte a leggere quella “Dichiarazione di Gerusalemme”, facilmente accessibile in rete, che non abbiamo il tempo di illustrare tutta qui, come meriterebbe).

Voglio concludere con un tema che ci deve riguardare direttamente come Partito comunista, cioè l’esistenza dell’antisemitismo oggi e la necessaria lotta contro di esso, una lotta che i comunisti

e le comuniste sono oggi chiamati a combattere – come è sempre accaduto – in prima fila.

Infatti dobbiamo sapere che “il ventre della bestia è ancora fecondo” (come diceva Brecht), e

che l’antisemitismo, questa secolare e diffusa malattia dell’Occidente cristiano (e non, si noti, del popolo palestinese) è sempre latente come un virus mortale. Oggi esso è rafforzato dalla guerra e dalla mancanza di quelle distinzioni che poc’anzi rivendicavamo, la distinzione fra ebrei e israeliani, fra israeliani e governo Netanyahu, e – come sempre per i marxisti – la distinzione fra i popoli e i potenti, fra le classi, etc.

Contro questo virus noi non possediamo il vaccino, ma possediamo almeno i test per individuare chi ne è affetto e lo diffonde. Ad esempio, dire (come ha detto la Meloni) che la pandemia del Covid è stata procurata per arricchirsi da una congiura internazionale dell”‘usuraio” Soros (e si noti la qualifica di “usuraio”!) è un segno certo di antisemitismo, che evoca la narrazione

fascista del complotto demo-pluto-giudaico; questa stessa narrazione tossica e falsa vive però anche

in chiunque accomuni in un’unica categoria, unita da chissà quali misteriosi legami, Noam Chomsky, Umberto Terracini, il nostro partigiano di Via Rasella Mario Fiorentini, il negoziante ebreo sotto casa e il banchiere Rothschild (ma – si noti – escludendo dalla critica tutti gli altri banchieri più o meno cristiani).

Come disse Bebel, “L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”, e allora dobbiamo domandarci: esistono degli imbecilli anche nel nostro popolo, nel movimento, nel nostro stesso Partito? La domanda è necessaria e la risposta non può essere banale.

Questo dunque è un fronte di battaglia politico-culturale di lotta all’antisemitismo che Rifondazione Comunista ha aperto con decisione, e ringrazio il compagno Acerbo che ha tradotto e riproposto nel suo blog un importante e documentato articolo di John Rose, l bolscevichi e l’antisemitismo, su come ha lottato contro l’antisemitismo la III Internazionale comunista.

Ho imparato leggendo quell’articolo che, su proposta del bolscevico Evgeny Preobrazenskij,

al Primo Congresso dei Soviet nel giugno 1917 fu approvata all’unanimità, da oltre un migliaio di delegati in rappresentanza di milioni di operai, contadini e soldati, una mozione che incaricava “tutti

i soviet locali (…) a svolgere un implacabile lavoro di propaganda e istruzione tra le masse al fine di combattere la persecuzione antiebraica”. Ma la mozione anche avvertiva del “grande pericolo” rappresentato dalla “tendenza dell’antisemitismo a mascherarsi sotto slogan radicali”. Evidentemente anche Lenin aveva da combattere i suoi “rosso-bruni”!

Studiamo quell’articolo, facciamolo circolare, facciamo nostra quella mozione dei Soviet, sapendo che la conoscenza è sempre l’antidoto più efficace contro ogni forma di razzismo.

In occasione del seminario “Cessate il fuoco” che il nostro Partito ha svolto presso la “Casa

internazionale delle donne” il 18 novembre 2023, come siamo partiti dalla condanna per l’uccisione

dei bambini (che nulla può giustificare) così abbiamo concluso con un rinnovato impegno di lotta all’antisemitismo, ovunque si annidi, una condanna che è parte integrante della nostra solidarietà al

popolo di Palestina e della nostra lotta per la pace.

Credo che anche oggi dovremmo concludere con questo impegno.

Roma-Vicenza, 26 01 2024 Raul Mordenti

Riferimenti bibliografici minimi:

– Cfr. J. L. Nancy, L’odio per gli ebrei. In dialogo con Danielle Cohen-Levinas, Roma, Castelvecchi, 2023.

– John Rose, I bolscevichi e l’antisemitismo, recensione a Brendan McGeever, Antisemitism and the Russian Revolution, Cambridge University Press (2019), dalla rivista “International Socialism” (cfr. https://www.maurizioacerbo.it/blogs/?p=5778).

– R. Mordenti, Ontologia delle menzogna (informazione e guerra), Trieste, Asterios, 2023.

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo

https://www.assopacepalestina.org/2021/04/01/la-dichiarazione-di-gerusalemme-sullantisemitismo/.

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