Qualche idea su come battere la destra sulla proporzionale e su Rifondazione Comunista

Raul Mordenti

23 marzo 2026

Ovvero: qualche idea su come battere la destra sulla proporzionale

e su Rifondazione Comunista

Sommario

1. Il risultato del 23 marzo 2026 3

2. Le interpretazioni superficiali non ci servono,

anzi possono fare gravi danni 4

3. Il dato politico essenziale:

la composizione articolata e complessa del voto per il No 6

4. La figuraccia dei “piddini per il Sì”

e la fine del “campo largo” 7

5. Il documento del CPN di Rifondazione del 12 aprile:

cosa dice davvero 9

6. Le leggi elettorali cambiano del tutto il problema

delle elezioni. Per una breve storia delle truffe 12

7. Ulteriori deformazioni della volontà popolare 17

8. La violenza che l’elettore subisce al momento del voto 23

9. Come prendere tutto con il voto di un elettore su sei 27

10. Un tattica elettorale giusta e necessaria 30

www.raulmordenti.it Roma, Maggio 2026

La vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo 2026 è un fatto politico talmente importante, e talmente sorprendente, da costringere a un complessivo riesame delle nostre analisi politiche. Proprio per l’importanza di questo fatto, sarebbe molto grave sostituire le analisi con le impressioni, o le speranze. Analisi affrettate, superficiali e convenzionali sono un rischio che non possiamo permetterci, provocherebbero danni irreparabili, capaci di trasformare questa vittoria in future sconfitte. Quello che invece ci occorre è un’analisi che sia all’altezza dell’evento 23 marzo, e ci aiuti a capirlo, consolidarlo, incrementarlo.

1.Il risultato del 23 marzo 2026

I dati assoluti parlano chiaro. Il No ha ottenuto oltre 15 milioni di voti, staccando di quasi 2 milioni i Sì. Gli italiani che hanno espresso contrarietà allo stravolgimento della Costituzione sono pertanto quasi 5 milioni e mezzo in più rispetto a quelli che alle Europee del 2024 hanno votato per PD, M5S e AVS, i tre partiti (oltre a Rifondazione Comunista) che hanno sostenuto il No; e sono 3,9 milioni in più rispetto ai voti riportati dall’opposizione alle politiche del 2022. Secondo le analisi di Youtrend “almeno 4-5 milioni di elettori del No non sono riconducibili ai partiti che lo sostenevano”. I voti per il Sì, d’altro canto, sono 2,4 milioni in meno rispetto a quelli ottenuti dal centrodestra

(più Italia Viva, Azione e +Europa) alle politiche del 2022. Peraltro la corrispondenza fra partiti e scelte degli elettori non è affatto scontata: limitandoci al centro-sinistra tra gli elettori del PD il 9,6% per cento avrebbe votato Sì, in contrasto con la posizione ufficiale del partito, mentre tra gli elettori di AVS la percentuale di elettori che hanno votato contro la linea del partito si attesterebbe intorno al 7%. In cambio si è calcolato che addirittura il 15% degli elettori della destra ha votato No.

Le interpretazioni superficiali non ci servono, anzi possono fare gravi danni

Mi sembrano dunque dettate da superficialità (e non ci servono, anzi sono dannose) alcune interpretazioni e deformazioni che si sono lette, prima fra tutti quella secondo cui la Meloni e la sua banda sarebbero da considerarsi già sconfitti alle prossime elezioni politiche (probabilmente anticipate). In realtà se, come detto, il 15% degli elettori della destra ha votato No, in caso di elezioni politiche costoro probabilmente tornerebbero all’ovile, così come non è affatto scontato che i milioni di voti al No che provengono dall’astensionismo voterebbero alle politiche, e ancora meno è scontato che tutti costoro diverrebbero elettori di sinistra. Si sottovaluta largamente il senso comune reazionario che sostiene la destra e le ragioni profonde dei successi di Meloni & Co. Basterebbe riflettere al fatto che se l’oggetto del referendum, invece che la proposta di mettere in riga i giudici, fosse stato uno qualsiasi fra gli altri cavalli di battaglia del melonismo-trumpismo (ad es. una legislazione ancora più razzista contro i migranti, o leggi ancora più liberticide per l’ordine pubblico, o lo stesso premierato), ebbene la vittoria del No sarebbe stata assai improbabile, se non impossibile.

Per fortuna della democrazia, la banda impresentabile che ci governa ha puntato tutto sul tema della limitazione dell’autonomia della magistratura, cercando a costruire un mostruoso blocco storico che unisse la terribile sotto-borghesia italiana (legata alla corruzione, all’evasione fiscale e alla microcriminalità) con la base di massa delle mafie e delle massonerie, avendo come collante politico i partiti oggi al Governo, tutti radicalmente ostili alla Costituzione antifascista.

Ma proprio questo tentativo arrogante ha innescato una reazione uguale e contraria, come è peraltro nella logica binaria del referendum, e così ha finito per mobilitare un blocco che si può definire della “gente per bene”, composto dai lavoratori e dalle lavoratrici che hanno sentito l’inconfondibile puzza di bruciato della prepotenza padronale, dalla borghesia democratica colta (come insegnanti e studenti), dai/lle cittadini/e delle zone dove si fa più sentire il dominio delle masso-mafie (si spiega così il grande risultato del No in Sicilia e Campania), e naturalmente dagli/ le antifascisti/e: tutti costoro (diversissimi fra loro, e non necessariamente proletari, né necessariamente di sinistra) hanno potuto assumere la Costituzione come la loro comune bandiera.

Esiste inoltre anche una continuità positiva (che mi sembra sia stata sottovalutata) fra questa vittoria e i referendum della CGIL che noi abbiamo sostenuto con convinzione, perché quei referendum, pur non raggiungendo il quorum dei votanti, hanno tendenzialmente chiuso la fase concertativa e subalterna del Sindacato, risvegliato coscienze e mobilitato energie su un terreno classista. Un capitolo a parte (e decisivo) è rappresentato come è noto dalla nuova mobilitazione giovanile, nata dal disagio crescente delle generazioni colpite dal liberismo e dalla guerra e già protagoniste delle grandi mobilitazioni per la pace, contro il genocidio di Gaza, per i diritti delle donne, contro le prepotenze fascistoidi di Valditara nelle scuole, etc. Tra i 18 e i 34 anni il No ha vinto con il 61%. Possiamo ben dire che i giovani hanno fatto la differenza. È la “generazione Gaza”.

Il dato politico essenziale: la composizione articolata e complessa del voto per il No

Dunque la prima fondamentale considerazione da fare riguarda la composizione assai complessa e articolata del No: tale articolazione complessa deve essere messa al centro delle nostre interpretazioni e proposte.

Il No che ha vinto non è stato un “fronte” di partiti, nel senso storico di questa parola, e neppure un blocco sociale classico costruito attorno alla classe operaia: si tratta di qualcosa di molto più ampio e complicato, e anche molto fragile, che richiede dunque di essere anzitutto capito e rispettato nella sua articolazione, affinché l’episodio vittorioso del 22-23 marzo diventi un’onda lunga e si consolidi fino a poter spazzare via il trumpismo italiano. Tale amplissima articolazione è vissuta ancora nelle mobilitazioni NoKings (300.000 persone in piazza), che per giunta aggiungevano una decisiva dimensione internazionale (le manifestazioni in contemporanea in molti paesi del mondo, a cominciare dagli USA). Anche in questo caso le forze politiche che (come Pap) hanno fatto mancare la loro adesione e partecipazione alla mobilitazione NoKings hanno dimostrato di essere del tutto incapaci di entrare in sintonia con la vittoria del 23 marzo.

Chi rifiuta questa complessità del 23 marzo, e la necessità di rispettarla, si pone già fuori dal percorso che ci serve e ci interessa. Mi riferisco sia a chi ha tentato una precipitazione iper-politicista del voto, riducendolo a un auspicio di primarie per la leadership del centrosinistra, sia a chi già nella sera del 23 marzo ha rivendicato la priorità assoluta del proprio settarismo, addirittura scegliendo una piazza separata per i festeggiamenti.

La figuraccia dei “piddini per il Sì” e la fine del “campo largo”

Fra le cose importanti del voto del 22-23 marzo c’è indubbiamente lo smascheramento, e dunque (si spera) la fine, di personaggi e posizioni di autentica destra che erano all’interno di ciò che si chiama, o si chiamava, “sinistra” (quanti danni ci sono venuti da questo errore terminologico! proporrei formalmente di non usare più questa parola, che fa solo danni per la sua assoluta ambiguità).

Mi riferisco al fatto che si siano schierati per il Sì, cioè per il Governo Meloni[1] (e su una questione dirimente: addirittura la Costituzione!), numerosi dirigenti e personaggi del PD, come Pina Picierno (la scatenata sostenitrice della NATO e delle guerre), Marco Minniti (il padre della legislazione che fa strage di migranti in mare), Augusto Barbera (già parlamentare, prima nel PCI e poi nel PDS), Anna Paola Concia (già femminista), Chicco Testa (già verde verdissimo, poi presidente di Enel, Acea e Sorgenia e attualmente sostenitore del nucleare), Claudio Petruccioli (già segretario della FGCI, membro della segreteria del PCI e braccio destro di Occhetto, poi anche presidente della RAI), Cesare Salvi (che la pensava assai diversamente quando partecipò alla Federazione della Sinistra, con Rifondazione e il PdCI), Mario Oliviero (già Presidente della Calabria), membri dello stretto entourage di Napolitano come Umberto Ranieri e il “migliorista” Enrico Morando, Nicola Latorre, Claudia Mancina, Stefano Ceccanti, Giorgio Tonini, Giuliano Pisapia (già responsabile Giustizia del PRC ed eletto in Parlamento con Rifondazione, poi SEL, poi PD), Arturo Parisi (il micidiale tifoso del sistema elettorale maggioritario), Enzo Bianco, Stefano Esposito, Stefano Ceccanti, Biagio De Giovanni, Elisabetta Gualmini (europarlamentare eletta col PD e poi passata con Azione di Calenda): tutta brava gente[2].

Notiamo, en passant, che nulla del genere si è verificato nel fronte Meloni-Nordio, cioè non risultano pubbliche prese di posizione di una “Destra per il No” (forse perfino questi sono più serii rispetto ai nostri “piddini per il Sì”).

A chi conserva qualche memoria, non sfugge il fatto che, in sostanza, i piddini per il Sì coincidono largamente con chi ha sciolto il PCI e ha dato vita a una forza liberal-liberista, in prima fila nelle privatizzazioni e nel sostegno alle guerre, sulla scorta dei Clinton e dei Blair (ricordate?), cioè si tratta dei responsabili delle politiche che hanno aperto le porte alla destra. (Insomma, lasciàtemelo dire, opporsi in tempo a costoro non era poi così sbagliato).

Certo è che il cosiddetto “campo largo”, lo schieramento da Renzi-Calenda ad AVS, dopo il voto referendario non esiste più o, almeno che esso è del tutto impresentabile.

Il documento del CPN di Rifondazione del 12 aprile: cosa dice davvero

Il 12 aprile il CPN di Rifondazione, applicando la linea che ha prevalso al XII Congresso nazionale del febbraio 2025, ha votato (con 89 favorevoli e 80 contrari) un documento che propone “Un fronte costituzionale, democratico e antifascista”[3] per cacciare i fascioleghisti dal governo del Paese.

La stampa[4] ha spesso deformato radicalmente questa proposta, parlando di rientro di Rifondazione nel centro-sinistra o nel “campo largo”, mentre dal documento è del tutto chiaro che Rifondazione non propone affatto di entrare in un’alleanza fra partiti e neppure un programma comune (allo stato delle cose impossibile, essendo per noi al primo posto la pace) ma, tenendo ferma l’assoluta autonomia politica e programmatica del PRC, propone di dare vita a una puntuale “convergenza” tattica con un solo e preciso scopo: la sconfitta elettorale della destra fascioleghista.

Per documentare la verità a proposito del documento approvato il 12 aprile dal CPN di Rifondazione, lo citiamo alla lettera:

“Non si tratta per Rifondazione Comunista di aderire al “campo largo” e al centrosinistra. Lo dimostra l’articolazione territoriale della nostra collocazione nelle elezioni amministrative, la coerenza e la radicalità del nostro impegno nei movimenti e nelle lotte spesso in aperto contrasto con le politiche del centrosinistra. Mantenendo la nostra autonomia politica e programmatica intendiamo verificare la possibilità di un accordo che consenta di convergere nel comune obiettivo di sconfiggere la destra e di determinare un cambiamento nel paese che risponda almeno su alcune questioni essenziali ai bisogni delle classi popolari. La sconfitta della destra è una priorità innanzitutto per i movimenti sociali e la sinistra di classe, anticapitalista e antimperialista dato che il governo Meloni persegue apertamente la criminalizzazione delle lotte e della solidarietà internazionalista, la delegittimazione e limitazione dell’azione sindacale e dello stesso diritto di sciopero. Lo è per i movimenti femministi e lgbtq+ di fronte al carattere apertamente reazionario, sessista e omolesbobitransfobico delle destre. L’obiettivo del nostro partito è di fare sentire in questo Fronte principalmente la domanda politica di coloro che hanno votato “No” al referendum ma che nel 2022 non avevano sostenuto nessuna delle forze di opposizione (nemmeno la nostra). È questa parte soprattutto che mette in campo una doppia esigenza: cacciare la destra dal governo e contemporaneamente avviare un percorso di costruzione dell’alternativa che porti all’affermazione di un programma di rottura nella direzione politica del Paese. Non ci illudiamo e non illudiamo sul fatto che già nel 2027 esistano le condizioni per questa alternativa, ma non c’è dubbio che questo processo sarebbe reso infinitamente più difficile dal permanere al governo per altri 5 anni di questa destra autoritaria e reazionaria, rappresentante italiana del trumpismo.”

Ma il problema cruciale che rende obbligatoria una qualche forma di convergenza tattica per cacciare Meloni dal Governo è rappresentato dalle leggi elettorali vigenti, maggioritarie, con sbarramenti e con premi di maggioranza. Se ci fosse una legge elettorale proporzionale e senza sbarramenti, il quadro politico, e dunque la proposta di Rifondazione, sarebbero diversi; ma questa circostanza decisiva, incredibilmente, è del tutto ignorata da chi critica quella proposta.

Le leggi elettorali cambiano del tutto il problema delle elezioni. Per una breve storia delle truffe

Penso che noi stessi non siamo abbastanza coscienti del fatto che le leggi elettorali oggi in vigore cambiano completamente il quadro del problema elettorale, insomma ci costringono a giocare un gioco assolutamente diverso rispetto a quello del passato; e se si sta giocando a cricket convinti invece di stare ancora giocando a calcio i risultati non possono essere che catastrofici.

Provo a spiegarmi meglio: il gioco elettorale a cui eravamo abituati a giocare era la democrazia rappresentativa disegnata dalla Costituzione, dunque parlamentare e a base proporzionale: ebbene questo sistema democratico non c’è più[5], da quando è stata abolita la legge elettorale proporzionale, sostituita successivamente da leggi elettorali sempre peggiori con sbarramenti, premi di maggioranza e crescenti torsioni presidenzalistiche.

Vale dunque la pena di soffermarci su questo problema cruciale della legge elettorale.

L’abolizione della legge elettorale proporzionale fu praticata dal fascismo per accedere al potere (la “Legge Acerbo” del 1923-24) e poi fece parte del cosiddetto Piano di Rinascita Democratica della P2 di Licio Gelli. La sinistra e i democratici si opposero sempre a quelle proposte, fino al 1992-93, quando un referendum, promosso dal democristiano di destra Mariotto Segni e sostenuto dal partito dell’astuto Occhetto[6], condusse all’abolizione della proporzionale (aprendo così la strada ai decenni di Berlusconi & Co.). Seguirono leggi elettorali sempre più confuse e meno democratiche: il “Mattarellum” nel 1993, il cosiddetto “porcellum”, definito “una porcata” dal suo stesso presentatore il leghista Calderoli, nel 2005, anche se una pronuncia della Corte definì incostituzionale quella legge e il suo “premio di maggioranza”, e poi – dopo varie traversie e leggi mai applicate (il “Consultellum”, l’”Italicum”), – l’attuale “Rosatellum” (la legge elettorale 165/2017, dal nome del suo ideatore l’on. Rosati al tempo del PD[7]).

Il cosiddetto “Rosatellum” assegna un terzo dei seggi

(il 37%, 147 deputati su 392 e 74 senatori su 196) con il sistema maggioritario-uninominale, e due terzi dei seggi (il 61%, 245 alla Camera e 122 al Senato) con un sistema grosso modo proporzionale. Queste cifre sono state ridotte a causa della riduzione di un terzo del numero dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori), votata nel 2020. Il 2% dei seggi rimane riservato agli italiani all’estero.

Il voto col “Rosatellum” è comunque unico, come la scheda, ed è impossibile votare un candidato nel maggioritario uninominale e una lista diversa nel proporzionale (è vietato cioè il cosiddetto “voto disgiunto”), un bel pasticcio, francamente poco trasparente e anche difficile da capire[8], che comunque esclude la preferenza, così che i nomi degli eletti sono di fatto decisi dalle segreterie dei partiti poiché dipendono dall’ordine in cui i candidati vengono presentati nella lista.

Cominciamo dalla spiegazione dei termini.

Un sistema elettorale si dice “proporzionale” quando il numero dei parlamentari eletti è pari, in proporzione, al numero dei voti ricevuti.

Questa vi sembra una strana idea? Al grande pensatore liberale inglese John Stuart Mill (1806-1873) sembrava invece

“una grande idea, pratica e filosofica al tempo istesso, il più grande perfezionamento di cui il sistema di governo sia suscettibile”[9].

“Maggioritario” (anche “uninominale” nel senso che un solo nome, quello del candidato, è già stampato sulla scheda, senza preferenze) significa invece che il territorio di un Paese viene suddiviso in collegi elettorali (o circoscrizioni) corrispondenti ad altrettanti seggi, e all’interno di ciascun collegio viene eletto il candidato che prende più voti, mentre il secondo classificato e il suo partito, fosse pure battuto per un solo voto o per pochissimi voti, non prende nulla.

Così diventa decisivo il modo in cui vengono disegnati o suddivisi i collegi elettorali (e questo lo fanno i Governi, disegnando i collegi nel modo più favorevole per loro), ma soprattutto si consideri il fatto che se un partito “arriva sempre secondo” può non avere nessun seggio, o molti meno seggi di quanto siano i suoi voti, e comunque può darsi il caso di un partito che abbia meno voti ma – per dir così – “concentrati” meglio e abbia così molti più seggi di un partito con molti più voti ma distribuiti in modo non concentrato (è questo il motivo per cui la Lega è da sempre favorevole al sistema maggioritario che le consente di prendere seggi nelle sue regioni dove è più forte).

Ad esempio in Gran Bretagna (un sistema elettorale maggioritario praticamente unico in Europa, ma che ciononostante viene portato come modello) il terzo partito fra Conservatori e Laburisti, quello Liberale, ha riportato in passato anche il 30% dei voti ma ottenendo pochissimi seggi.

Come si vede nella tabella, il partito C pur avendo più voti dei partiti A e B non ha neanche un seggio, giacché arriva sempre secondo; un seggio invece è conquistato dal partito D, che ha pochi voti ma che in un caso (il Collegio 3) arriva primo; è esattamente quello che accade nel Regno Unito con il partito scozzese che con lo 0,2% dei voti conquista un seggio. Questo è il motivo per cui negli USA, mutatis mutandis (cioè considerando i singoli Stati come collegi elettorali che assegnano tutti i “grandi elettori” a chi arriva primo), è accaduto spesso che il presidente sia

stato eletto da un partito che aveva la minoranza dei voti dei cittadini mentre il candidato con la maggioranza dei voti è stato battuto.

Naturalmente il modello maggioritario anglosassone dipende dalle peculiarità storiche di quei Paesi assai diverse dalle nostre[10]. In sostanza quei sistemi presuppongono, o vogliono determinare artificialmente, un sistema bi-polare o bi-partitico, ma questo è lontanissimo dalla realtà storica e politica dell’Italia. Si pensi solo alla DC[11]: sarebbe stato meglio per la democrazia italiana spingere la DC ad allearsi con il MSI o i monarchici e sopprimere i partiti minori come il PSDI, il PRI, il PLI? Ricordiamo che il tentativo di unificare in un solo schieramento DC e MSI fu il cuore della famigerata “operazione Sturzo”, tentata alle elezioni comunali di Roma del 1952 da Pio XII e a cui si oppose De Gasperi. Ma ciò che non fece papa Pacelli fece Veltroni. Mimando in politica l’Alberto Sordi di Un americano a Roma, Veltroni affermò nel discorso del Lingotto del 2007 la “vocazione maggioritaria”[12] del suo partito, ottenendo come conseguenza politica immediata il sottrarsi delle forze politiche minori (come Mastella) dall’alleanza con l’autosufficiente PD. Ed è quando si determina un terzo polo o un quarto polo (si pensi al M5S o alle forze politiche a sinistra del PD) che il sistema forzosamente bi-polare mostra tutta la sua insopportabile e antidemocratica irrazionalità.

Ulteriori deformazioni della volontà popolare

Alla deformazione sostanziale del volere degli elettori rappresentata dalla logica maggioritaria, il sistema in vigore in Italia aggiunge altre tre deformazioni, ancora più micidiali: (I) lo sbarramento, (II) l’incremento degli astenuti, e (III) il cosiddetto “premio di maggioranza”.

(I) Sbarramento significa che se una lista non raggiunge il 3% dei voti non elegge nessun parlamentare, se poi delle liste si coalizzano, magari per superare lo sbarramento, questo aumenta addirittura fino al 10%.

Faccio notare che essendo stati nel 2022 i votanti circa 29 milioni, il 3% corrisponde circa a 870.000 votanti: perché mai un 2,99% di votanti (ipotizziamo

869,999 elettori, il 3% meno 1) o addirittura 2,9 milioni (il 10% meno 1, nel caso di coalizioni) deve essere privo di qualsiasi rappresentanza parlamentare? Una follia, una vergognosa e antidemocratica follia, instaurata per impedire la rappresentanza parlamentare di forze non conformi e di opposizione[13].

Per giustificare questa vergogna si dice che essa serve a impedire la “frammentazione”. Intanto mi permetto di far notare sommessamente che se l’elettorato sceglie di avere un Parlamento “frammentato”, con molti partiti, non si vede chi debba impedire tale scelta, e con quale diritto possa farlo.

E francamente, nella storia della Repubblica non sono stati la cosa peggiore (anzi!) i piccoli o piccolissimi partiti (come il Partito d’Azione o il Psiup o il Pdup o DP o i radicali o il PRI di Ugo La Malfa che arrivò ad avere l’1,1%, etc.[14]).

Ma vediamo, dati alla mano, se è vero che il maggioritario impedisca (oppure, per ipotesi, provochi) la frammentazione dei partiti in Parlamento.

Con la proporzionale c’erano in Parlamento al massimo

8 o 9 partiti, votati trasparentemente dai rispettivi elettori (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, PdUP, DP, Radicali), con il maggioritario ce ne erano nella scorsa legislatura più di una ventina[15], e nell’attuale legislatura eletta nel 2022 ci sono alla Camera i seguenti gruppi parlamentari: FdI, PD-Italia democratica e progressista, Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE, Lega-Salvini Premier, M5S, AVS, Azione popolare Europeisti riformatori-Renew Europe, Italia Viva-il Centro Renew Europe, Noi moderati (Noi con l’Italia, Coraggio Italia, Italia al Centro-MAIE-Centro popolare), +Europa, Minoranze linguistiche (SVP etc.), Gruppo Misto; e al Senato si aggiungono a questi anche i due gruppi Civici d’Italia-Noi Moderati e Per le Autonomie (SVP-PATT, Campobase), oltre – naturalmente – i senatori a vita. E questi sono i gruppi parlamentari costituiti, cioè che hanno il numero minimo necessario di aderenti, ma poi ci sono quelli con un numero insufficiente di parlamentari che danno vita a diverse “componenti politiche” interne ai gruppi parlamentari. Abbiamo perso il conto.

Ciò accade proprio per colpa del maggioritario, perché i piccoli partiti, o quelli personali inventati e inesistenti, si raggruppano nel momento del voto per godere del maggioritario o del premio di maggioranza o dei rimborsi elettorali e dopo le elezioni si separano.

Dunque dire che il maggioritario serve a impedire la frammentazione è una falsità.

Inoltre, come vedremo in dettaglio più avanti, per ricevere i finanziamenti legati al “2 per mille” i partiti e partitini arrivano alla cifra totale di 32! Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.

Ma l’effetto più micidiale dello sbarramento è il dubbio che esso instaura negli elettori a proposito delle liste minori, come la nostra. Un dubbio enfatizzato dai mass media e dalla propaganda dei partiti maggiori. Chiunque abbia fatto campagna elettorale per le nostre liste può testimoniare che l’argomento principale (anzi spesso l’unico) che ci veniva opposto dai cittadini riguardava proprio il problema del quorum. Quanti ci hanno detto: “io sono d’accordo con voi e vi voterei, ma non superate il quorum…”! Si determina così il paradosso di una falsa profezia che si autoavvera: proprio il timore che la lista preferita non raggiunga il quorum impedisce alla lista preferita di raggiungere il quorum.

Le domande che si pongono (art. 42 della Costituzione[16] alla mano) sono allora le seguenti: è ancora “eguale” il mio voto se non può eleggere? è ancora eguale il voto che usufruendo di un premio di maggioritario ha una maggiore vis electiva (forza elettiva) di un altro voto? ed è ancora “libero” il mio voto se sono costretto a cambiarlo, perché ho la pistola della paura di non eleggere puntata alla tempia?

(II) L’incremento degli astenuti è storicamente legato alle leg-

gi elettorali maggioritarie.

Ricordo che nei primi decenni della nostra democrazia

i votanti erano oltre il 90% degli aventi diritto e ancora nel 1979 erano il 90,6%. Nel 2006 i votanti furono l’83,6% degli aventi diritto, nel 2008 l’80,5%, nel 2013 il 75,2%, nel 2018 il 72,9%, nel 2022 il 63,9%. Nelle amministrative vota ancora meno gente, ormai spesso sotto il 50% degli aventi diritto.

Non potendo, a causa del sistema maggioritario, votare per il proprio partito con la possibilità di eleggere qualcuno, gli elettori sono di fatto costretti solo a scegliere il meno peggio fra i propri avversari, e questo evidentemente scoraggia dal voto e ne tiene lontani molti. Gli elettori e le elettrici contano sempre meno, dunque inevitabilmente votano sempre meno. Così la democrazia agonizza.

D’altra parte la legge elettorale in vigore si inserisce a coronamento di una lunga serie di provvedimenti e di pratiche che hanno limitato in ogni modo la partecipazione democratica e il potere decisionale degli elettori: dalla limitazione delle preferenze (prima erano molte, poi una sola, ora nessuna) alla riduzione dei giorni delle votazioni da due ad uno; dalla diminuzione demagogico-populista del numero dei parlamentari alla mortificazione sistematica del Parlamento scavalcato e umiliato dal ricorso continuo a Decreti Legge del Governo (nel 2018-2022 solo un quinto della legislazione è stato di iniziativa parlamentare, il resto di iniziativa governativa, e per ben 107 volte il Governo ha posto la fiducia); dall’assoluto prepotere degli esecutivi nelle Regioni e nei Comuni fino alla impossibilità di accedere a finanziamenti e al “2 per mille” per le forze politiche che non sono in Parlamento.

Quest’ultima è una truffa particolarmente schifosa e

(non per caso!) pochissimo nota, su cui dunque conviene soffermarsi. Con la dichiarazione dei redditi 730 era possibile scegliere un partito o movimento a cui destinare il 2 per mille delle proprie tasse, dunque la ratio di questa legge era proprio favorire chi per fare politica non riceveva altri finanziamenti, come ad es. i compensi dei parlamentari (e Rifondazione riceveva molte firme di cittadini/e). Poi la regola è stata cambiata rovesciandone il senso, cioè limitando l’accesso al “2 per mille” solo a chi già è presente in Parlamento! Così per usufruire di questo finanziamento sono stati inventati e moltiplicati partiti e partitini non presenti nel paese ma che hanno potuto esibire qualche parlamentare. Ecco l’incredibile elenco dei 32 partiti (32!), veri o finti, che accedono al “2 per mille” (mentre Rifondazione, coi suoi 10.000 iscritti in tutta Italia non può accedervi): Azione, Campobase, Centro Democratico, Coraggio Italia, Democrazia Cristiana con Rotondi, Democrazia Solidale – Demo.S, Europa Verde – Verdi, Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, Italia dei Valori, Italia Viva, Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, Lega per Salvini Premier, L’Italia c’è, Movimento Associativo Italiani all’Estero – MAIE, Movimento 5 Stelle, Movimento politico Forza Italia, Noi Moderati, Partito Autonomista Trentino Tirolese, Partito Democratico, Partito Socialista Italiano, +Europa,

Possibile, Radicali italiani, Sinistra Italiana, Stella Alpina, Sud chiama Nord, Südtiroler Volkspartei, UDC – Unione di

Centro, Unione Sudamericana Emigrati Italiani, Union Valdôtaine,Verdi del Sudtirolo, Volt Italia.

(III) “Premio di maggioranza” significa che una minoranza di voti viene trasformata in una maggioranza di seggi grazie a un “premio”. Così 1 voto non è più eguale a 1. Il precedente ancora una volta è fascista: nella legge Acerbo di Mussolini si prevedeva che il partito che avesse superato il

25% dei voti avrebbe avuto in premio i 2/3 dei seggi. Così il Parlamento fu mortificato e la vecchia democrazia liberale distrutta.

Visti i bei risultati del premio di maggioranza fascista, nel dopoguerra ci riprovò la DC nel 1953 con la cosiddetta

“legge truffa” che assegnava un premio (il 64,4% dei seggi, 380 su un totale di 590) alla lista, o coalizione di liste, che avesse superato il 50,1% dei voti[17]. Durissima fu l’opposizione dei comunisti, dei democratici e anche di sinceri liberali, e la coalizione della DC con PSDI, PLI, PSd’A, SVP, e PRI si fermò al 49,2% dei voti, così che la legge truffa non scattò. La legge elettorale del leghista Calderoli, cosiddetta “Porcellum” (vedi sopra), prevedeva ancora il premio di maggioranza del 55% dei seggi per la lista più votata, anche se questo fu considerato incostituzionale dalla Consulta perché la legge non prevedeva neanche un limite minimo di voti per poter usufruire del premio. D’altra parte è stato calcolato che, anche senza prevedere esplicitamente un premio di maggioranza, il “Rosatellum”, a forza di sbarramenti e di maggioritario, determina di fatto un premio di maggioranza del 16% per i partiti maggiori.

La nuova legge elettorale in preparazione da parte della destra prevede, naturalmente, di reintrodurre il premio di maggioranza.

La violenza che l’elettore subisce al momento del voto

Abbiamo finora considerato alcune deformazioni sostanziali del volere degli elettori causata dalle leggi elettorali maggioritarie e non proporzionali. Ma la deformazione più grave riguarda proprio la politica, ciò che determina l’atteggiamento degli elettori di fronte al voto.

Nel sistema democratico della Costituzione, cioè nel proporzionale[18], il sistema che molti compagni (me compreso: confesso il mio errore) hanno ancora in testa, la cosa funzionava così: si votava liberamente per il partito che ci rappresentava, il risultato era il momento cruciale del riconoscimento della forza del Partito, e per questo le elezioni erano il momento massimo del rapporto fra Partito e masse popolari e di impegno dei militanti. Il voto dava luogo a un Parlamento, il Presidente della Repubblica, rispettando la composizione del Parlamento, sceglieva il Presidente del Consiglio dei Ministri e questi presentava il suo Governo al

Parlamento che accordava, o negava, la fiducia richiesta dal Governo. Tutto ciò era coerente con il carattere parlamentare della Repubblica sancito dalla Costituzione; ripeto: si eleggeva il Parlamento, non il Governo.

Con il sistema elettorale vigente nulla è più così, rendiamocene conto. Si vota di fatto per il Governo, anzi per il “capo del Governo”[19], e il nome del candidato Presidente del Consiglio stampato sulla scheda con quello dei partiti prefigura già questo carattere non più parlamentare (dunque anti-costituzionale) delle istituzioni. L’elezione diretta del “capo del Governo” (il cosiddetto “premierato”) a cui Meloni lavora, è dunque certamente anticostituzionale ma è già largamente attuata e, come spesso accade, con complicità e responsabilità diffuse nel campo del centro-sinistra. L’americanata (stavo per scrivere. la buffonata) della “primarie di coalizione” per designare il candidato premier, come quelle che videro prevalere Prodi del 2005, sono coerenti con questa deformazione sostanziale della democrazia italiana, ed è una colpa storica di Rifondazione aver partecipato (con Bertinotti candidato-premier) a quelle primarie, il segno che la logica del presidenzialismo anti-parlamentare aveva già vinto anche fra noi.

Naturalmente tutto ciò si incontra e si somma con la crisi della politica ormai interamente ridotta al dominio dei mass media. Distrutti i partiti, i sindacati e i corpi politici intermedi, il solo nesso fra popolo e istituzioni sono diventati i mass media, la televisione ancora oggi prima fra tutti[20] (la vicenda e il successo del proprietario di media Silvio Berlusconi non ci ha insegnato niente?). Nelle elezioni non si misurano più le idee e i programmi dei partiti bensì le immagini dei candidati premier, la forza della loro presenza nei mass media (a sua volta dipendente dal denaro) e perfino la loro telegenìa. Per capirci: Antonio Gramsci, piccolo, gobbo, con un forte accento sardo, non avrebbe oggi nessuna possibilità di spuntarla in un duello Tv contro una qualsiasi Mara Venier.

E come i mass media (e chi li possiede) hanno il potere di creare ex nihilo (dal nulla) così essi hanno anche il potere di annichilire. Nel 2010 fu sufficiente a una oscura sindacalista neo-fascista una serie di inviti in televisione per essere candidata alla presidenza della regione Lazio ed essere eletta (noi, sempre inseguendo la mediaticità, riuscimmo a contrapporle… Emma Bonino, roba da matti); mentre scrivo queste righe i mass media del potere, a forza di interviste, servizi fotografici e Tv, stanno cercando di proporre addirittura come Presidente del Consiglio, in alternativa a Schlein o Conte, la neo-sindaca di Genova, finora nota come campionessa di lancio del martello. E – di converso – negli ormai numerosi anni della sua segreteria Maurizio Acerbo non è mai stato invitato una sola volta in un talk show televisivo, né è stato mai intervistato (al contrario di quanto accade al vannacci pelato rosso-bruno). L’esclusione sistematica dalla Tv, per non dire di quella altrettanto totale dai giornali, rappresenta oggi una forma di censura ben più grave ed efficace di quella che fu durante il fascismo la proibizione della stampa di opposizione.

Ma la riduzione della politica a mediaticità ha avuto altre conseguenze micidiali per Rifondazione. Nell’imminenza delle elezioni si è pensato di poter risolvere questo problema affidandosi a personalità che portassero in dote una forte presenza mediatica (i vari Ingroia, De Magistris, Santoro, etc.). Benché ci fosse anche una forte generosità politica unitaria in questi tentativi di Rifondazione[21], questi non potevano non fallire, perché il voto dei proletari che interessa a noi va costruito e conquistato su altri terreni che non sono solo i mass media. Senza contare che le personalità mediatiche a cui ci siamo affidati di volta in volta, non essendo comunisti, non hanno dimostrato alcun senso del collettivo e all’indomani del voto sono tornati a privilegiare in modo esclusivo la propria personalità. Né il problema della mediaticità poteva nel nostro caso essere risolto dalle candidature, giacché noi offrivamo alle personalità mediatiche solo una candidatura (e la relativa quasi certa trombatura) mentre altri erano in grado di offrire loro un seggio. Non ci sono dunque scorciatoie elettorali-mediatiche rispetto al paziente e duro lavoro di massa, che è il compito del Partito.

Il terribile combinato disposto di maggioritario, sbarramento e mediaticità della politica presenta dunque agli elettori una scelta quasi obbligata che ben poco ha a che fare con la democrazia: ammesso (e non concesso) che un elettore sappia dell’esistenza di Rifondazione e che abbia avuto modo di conoscerne i programmi elettorali, egli sarà chiamato a votare per ciò che gli sembra il meno peggio ma che abbia maggiori probabilità di battere il peggio, oppure sarà indotto a non votare affatto “perché tanto sono tutti uguali” o “il mio voto non cambia niente”.

Come prendere tutto con il voto di un elettore su sei

Forniamo allora un po’ di cifre per capire come funzionano nei fatti le cose che finora abbiamo descritto in teoria.

Basiamoci dunque sui numeri e non sulle narrazioni che ci propinano quotidianamente. Nel settembre 2022 hanno votato il 60,5% degli italiani per la Camera e il 63,8% per il Senato, dunque meno di due italiani su tre, senza contare i residenti privi di cittadinanza (di solito lavoratori) che sono esclusi dal voto[22].

La coalizione di destra (FdI, Lega, FI, “Noi moderati”) ha riportato il 43,7% dei voti alla Camera e il 44,02% al Senato. Il partito della Meloni, FdI, ha avuto il 25,9% alla

Camera e il 26,2% al Senato. Dunque Meloni ha il 26% dei voti sul 60% dei votanti, che corrispondono al 15,6% del totale dei cittadini aventi diritto al voto, insomma neanche un italiano su sei l’ha votata.

Il centro-destra occupa, alla Camera 237 seggi su 400 ovvero il 59,25% (circa due seggi su tre) ma ha riportato i voti di un italiano su quattro[23].

Il problema dunque è il seguente: come mai col 26% dei voti al proprio partito e il 44% alla propria coalizione si può avere una maggioranza schiacciante in Parlamento? E la risposta è semplice: grazie all’abolizione della legge elettorale proporzionale a cui centro-destra e centro-sinistra, d’accordo fra loro, hanno provveduto, in attuazione del cosiddetto “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.

La vittoria della destra con il sistema elettorale “Porcellum” era del tutto prevedibile, anzi inevitabile. Perfino chi scrive (senza essere affatto in possesso di doti magiche) lo aveva potuto prevedere nell’aprile 2021:

“ (…) sondaggi, e ragionamenti, alla mano, è più che certo che la destra vincerebbe a man bassa nei collegi maggioritari, perché il potere di unirsi e di votarsi a vicenda della destra è insuperabile, e insomma mentre sarà assai difficile unire i voti 5S a quelli del PD (per non dire dei voti a sinistra del PD), non è in uso dalle parti della destra né il rifiuto dei nazi-fascisti né quello dei mafiosi. La vittoria elettorale, inevitabile con questo sistema elettorale, darebbe alla destra i numeri sufficienti non solo per governare ma anche per cambiare la Costituzione. L’unica speranza di battere la destra è dunque portare il confronto elettorale sul terreno della proporzionale, dividendo la destra, e dando rappresentanza parlamentare alla sinistra di opposizione, altrimenti relegata nell’astensione, con i seggi a cui avrebbe diritto regalati alla destra. La vera domanda allora è la seguente: è mai possibile che la dirigenza del PD e del centrosinistra non comprenda questi elementari ragionamenti? Non è mai una buona cosa attribuire agli altri l’idiozia. E allora c’è una sola spiegazione possibile, cioè che il centrosinistra consideri il Governo Draghi per quello che in effetti è: un Governo Costituente, che unisce tutti intorno ai veri capisaldi che interessano, cioè l’Europa delle banche, il capitale finanziario, la fedeltà atlantica, l’obbedienza ai poteri forti e ai loro media, etc. All’interno di questo nuovo perimetro c’è posto anche per la destra…” [24]

I gruppi dirigenti di PD, M5S e AVS che prima delle lezioni del 2022 avevano i numeri per farlo e non hanno cambiato la legge elettorale “Porcellum” portano dunque per intero la responsabilità storica di aver consentito la vittoria della destra e di aver regalato al Paese cinque anni di Governo Meloni.

La democrazia parlamentare voluta dai/dalle Costituenti si basava sul fatto che il Parlamento riproducesse le articolazioni e i conflitti della società, fosse cioè “specchio del Paese”, come si espresse Togliatti. Ora noi viviamo invece il dominio di ciò che Gramsci chiamava “partito unico articolato” (in sigla PUA, pronuncia “puàh”). È il partito che si estendeva da Salvini e Meloni ai “piddini per il sì” passando per i berlusconiani, Calenda-Renzi & Co. e che gode del sostegno unanime di stampa e televisioni, un sostegno già degno di un regime.

Il 23 marzo, con la vittoria del No al referendum, il PUA ha subìto un duro colpo, ma non ancora quello definitivo.

Ora con il voto alle prossime politiche occorre, come diceva Mao, “bastonare il cane che affoga”.

Un tattica elettorale giusta e necessaria

Non c’è bisogno di spendere parole per affermare che la situazione politica in Italia e nel mondo è terribilmente grave, la più grave dalla II guerra mondiale. È dispiegata la violenza dell’imperialismo in crisi che non arretra dinanzi al genocidio: si tratta ormai della III guerra mondiale “a pezzi”, che pone l’umanità sull’orlo della guerra atomica, mentre precipita la crisi ambientale del pianeta, e in Italia siamo di fronte a politiche interne di guerra, che non significano solo spese militari ma anche autoritarismo e repressione. Siamo dunque in una situazione di emergenza: un’emergenza democratica, un’emergenza sociale, un’emergenza ambientale, che si assommano tutte nella emergenza decisiva, il rischio della guerra atomica.

Una convergenza tecnica elettorale “di scopo” per cacciare i fascisti trumpiani dal Governo dell’Italia sembrerebbe dunque una proposta talmente ragionevole da dover incontrare l’unanimità, almeno fra i/le comunisti/e, anche perché essa certamente è condivisa dalla gran parte del nostro popolo di sinistra, con il quale i comunisti debbono sempre essere in “connessione sentimentale”.

L’alternativa a questa proposta consisterebbe solamente nel riproporre un ennesimo “polo alternativo” poco credibile e incapace di tenere conto delle vere logiche elettorali del maggioritario, come quelli già tentati con risultati più o meno catastrofici sempre ben lontani dal quorum richiesto (ricordiamo i tentativi con Ingroia nel 2013: 2,25% alla

Camera-1,79% al Senato; con Potere al popolo! nel 2018:

1,13%-1,06%; con De Magistris nel 2022: 1,43%-1,36%; con Santoro e La Valle nel 2024: 2,2%[25]). E, come dice una frase attribuita ad Einstein, non c’è cosa più stupida che rifare le stesse cose sperando di ottenere risultati diversi.

In realtà, considerando la difficoltà della situazione politica e l’attuale debolezza del PRC, è più probabile che la vera prospettiva di chi si oppone alla linea del XII Congresso di Rifondazione e al Documento votato dal CPN il 14 aprile sia (ne siano o no coscienti i compagni della corrente di minoranza) lo scioglimento del Partito per confluire in una “nuova soggettività politica”[26]. D’altronde solo questa prospettiva di distruzione del PRC (cioè di fine della presenza politica organizzata dei/lle comunisti/e in Italia) può spiegare la scelta di rendere permanente la divisione congressuale, addirittura di non riconoscere la validità dei risultati del Congresso[27] e del CPN, di prospettare un ulteriore Congresso in forma plebiscitaria non consentito dallo Statuto, di dotarsi di strumenti correntizi separati, etc.

L’adozione di tattiche adeguate alla situazione politica concreta è una lezione che ci viene da Lenin e da Gramsci, dalla Resistenza, anzi direi da tutta la storia politica del movimento operaio, di cui (nonostante tutti i nostri enormi limiti) aspiriamo a far parte.

Fine

  1. Hanno dato vita perfino a un intergruppo parlamentare per il Sì con parlamentari della destra, cfr. M. Rizzi, L’Intergruppo per il Sì, “riformisti trasversali” dal Pd a FdI, in “Il Foglio”, 16 marzo 2026. Cfr. anche: La meravigliosa sinistra per il “sì” al referendum sulla giustizia, in “Il Foglio”, 14 gennaio 2026.
  2. Non potevano mancare ex-craxiani come Bobo Craxi, Claudio Martelli, e, naturalmente, il piduista Fabrizio Cicchitto. Fra i renzicalendisti (o calenrenzisti) Carlo Calenda, Ivan Scalfarotto, Raffaella Paita (capogruppo al Senato di IV), Roberto Giachetti, Ettore Rosato (l’autore della legge elettorale che ha garantito la vittoria alla destra), mentre per Matteo Renzi anche dichiarare apertamente il suo Sì è apparsa cosa troppo onesta perché lui potesse farla (ma ha dichiarato: “La separazione delle carriere è un principio che condividiamo da sempre”); si aggiungano i radicali e i giornalisti “indipendenti” come Claudio Velardi (già uno dei “Lothar” di D’Alema) e, naturalmente, il più “super partes” e “indipendente” di tutti

    Paolo Mieli. Non poteva mancare, ultimo in tutti sensi, il vannacci calvo e rossobruno, diventato (chissà perché?) beniamino degli inviti televisivi (forse perché il suo orrore corrisponde all’orrenda immagine dei comunisti, o ex-comunisti, che i mass media del capitale vogliono proporre?).

    Tutti questi erano per il Sì.

  3. Cfr. per una lettura integrale del documento approvato: https://www. rifondazione.app/cpn/260412/260412doc_approvato.html
  4. Ma purtroppo anche molti interventi della corrente di minoranza di Rifondazione sui social, spesso ai limiti della falsificazione e della calunnia.
  5. R. Mordenti, Proporzionale: è la legge elettorale che impedisce alla destra di vincere, in “Il manifesto”, 16 aprile 2021, pp. 1, 15.
  6. In assoluto contrasto con la storia del PCI di difesa della proporzionale.
  7. La legge fu approvata da PD, Forza Italia, Lega Nord, etc. (tutti insieme!) e il Governo Gentiloni pose addirittura la fiducia per la sua approvazione. Solo Rifondazione Comunista si oppose con decisione.
  8. La mancata trasparenza e l’impossibilità di capire il meccanismo elettorale da parte dei cittadini è già – di per sé – un grave indizio di non democrazia. La proporzionale la capiscono tutti: tanti voti, tanti seggi.
  9. Cfr. F. Ruffini, Le origini, in “La Rivoluzione Liberale”, a.IV, n.5, 1 febbraio 1925. Si vedano le prese di posizioni in difesa della proporzionale di Gobetti, Sturzo, Dorso, Stuart Mill, Gramsci, Terracini, in: No al referendum peggioritario…, Roma, Rifondazione Comunista, Tipografia Ammendola, 1999, pp.28-56.
  10. Peraltro da sempre la sinistra britannica invoca il superamento del maggioritario e un sistema elettorale proporzionale.
  11. A smentire la demagogica e ricorrente accusa al proporzionale di determinare la “ingovernabilità”, basterà ricordare che con la proporzionale la DC, e poi Craxi, governarono anche troppo stabilmente per decenni.
  12. Qualche anno dopo Veltroni dichiarò che Matteo Renzi aveva finalmente realizzato la “vocazione maggioritaria” del PD da lui auspicata.
  13. Si noti che la soglia percentuale di sbarramento è fissata di volta in volta dalla maggioranza del tutto a caso, senza alcun criterio oggettivo, solo in base alle esigenze dei propri partiti di impedire agli altri l’accesso al Parlamento; ancora più alto lo sbarramento in alcune Regioni, e, ad esempio, per le elezioni europee la soglia dello sbarramento è stata innalzata al 4%, senza neppure la solita scusa della “governabilità” perché il parlamento europeo non elegge nessun Governo.
  14. Alle elezioni in cui fu eletto, Gramsci riportò il 3,8% col suo PCdI. Se ci fosse stato allora lo sbarramento neanche lui sarebbe stato eletto.
  15. Oltre ai maggiori e più noti, c’erano in Parlamento roba come Cambiamo!-Popolo protagonista, Noi con l’Italia-USEI-Rinascimento-ADC, Minoranze linguistiche, Europeisti-MAIE-PSI, Azione-+Europa-Radicali italiani, Centro Democratico, L’alternativa c’è, Idea e cambiamo, Facciamo Eco-Federazione dei Verdi, Liberi e Uguali, etc.
  16. “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto…”(Art. 42, comma 2).
  17. Dunque la legge-truffa era assai migliore (o meno peggio) dei premi di maggioranza che si propongono oggi!
  18. La proporzionale non fu introdotta esplicitamente in Costituzione perché (come risulta dal dibattito alla Costituente) la cosa fu ritenuta superflua tanto era ovvia. Peraltro tutto l’impianto delle assemblee rappresentative della Costituzione è proporzionale, si pensi alle maggioranze qualificate richieste per alcune elezioni o per cambiare la Costituzione; sono norme che non avrebbero alcun senso in un Parlamento maggioritario, in cui insomma una sola forza politica, forte dei premi di maggioranza, avrebbe il potere per eleggersi da sola il Presidente della Repubblica o i giudici della Corte costituzionale o del CSM, o anche per cambiare da sola la Costituzione senza passare per il referendum, e così via.
  19. Questo sintagma fascistoide, fu adottato già da Craxi, ed è ora invalso come l’altro sinonimo “premier”, o il termine “Governatore” per designare il Presidente della Giunta Regionale: tutta roba estranea alla Costituzione eppure accettata anche a sinistra.
  20. La forza dei social è spesso sopravalutata: essi sono più dipendenti dai poteri forti e dal denaro di quanto si pensi e rappresentano tutt’al più delle crepe, non certo un’alternativa rispetto alla forza pervasiva delle Tv.
  21. Giungendo fino alla rinuncia del nostro simbolo e fino a lasciare alla sola componente napoletana il nome “Potere al popolo!” che apparteneva in realtà all’intera coalizione, in cui Rifondazione era maggioranza.
  22. Inoltre non si considerano mai (e credo che sia un errore) le 513.388 schede bianche e le 967.002 schede annullate; eppure questi cittadini, a modo loro, hanno partecipato al voto.
  23. I cittadini elettori erano nel settembre 2022 50.765.936, i votanti sono stati 30.664.138, il centrodestra ha ottenuto 12.205.014 voti pari al 24,24% (uno su quattro) del corpo elettorale.
  24. Cfr. R, Mordenti, Proporzionale…, cit.
  25. In quell’occasione, non lo dimentichiamo, Pap ha votato e fatto votare per AVS, anche in quelle circoscrizioni in cui non valeva la scusa di eleggere Lucano e Salis. Con quei voti lo sbarramento per la lista Pace Terra e Dignità sarebbe stato probabilmente superato (e di certo gli eletti di quella lista non avrebbero votato la fiducia a Von der Leyen come altri hanno fatto).
  26. Un solo esempio, fra i tanti possibili: un Circolo della corrente di minoranza del PRC (quello della Vallecamonica, Bs) ha proposto: “di prendere in considerazione l’apertura ad una discussione e dibattito con tutte le forze della sinistra alternativa al fine di costruire e sciogliersi in un nuo-

    vo soggetto politico vincolante, con un nuovo nome (…).”

  27. Si sostiene che i 70 voti in più riportati al Congresso dal documento Acerbo siano troppo pochi (!), ma un autorevole intervento del compagno

    Ferrero prima del Congresso aveva ricordato che il documento che avesse riportato anche solo un voto di maggioranza avrebbe dovuto impegnare tutto il Partito. D’altronde, nella loro storia, i comunisti si sono sempre attenuti a questa regola democratica, e anche in Rifondazione ci sono precedenti di Segretari eletti da una maggioranza solo relativa, senza che questo mettesse in discussione il risultato del voto e la disciplina di Partito.

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