Capire cosa ha reso possibile il mini-golpe Confindustria-Banche-Renzi

Capire cosa ha reso possibile il mini-golpe Confindustria-Banche-Renzi

Lanciare oggi, non domani, una grande proposta di unità della sinistra di opposizione

di Raul Mordenti

Poche volte, a mia memoria, si è verificata nel Paese una unanime collera, condita da disprezzo, come quella che ha accompagnato le recenti imprese del pinocchio di Rignano sull’Arno.

Ma se questa collera e questo disprezzo non vogliono ridursi al mormorìo impotente consentito ai sudditi occorre porsi una domanda: come ha potuto un simile personaggio, accreditato del 2,1% nei sondaggi, mandare a casa un Governo di cui faceva parte e, in obbedienza agli ordini dei suoi padroni, imporre di fatto la soluzione Draghi?

* * *

La risposta a questa domanda ha due livelli, uno istituzionale e uno direttamente politico.

Il primo livello riguarda la legge elettorale vigente: poiché i parlamentari sono nominati, cioè la loro elezione dipende dall’ordine di presentazione nelle liste da parte delle segreterie di partito, è possibile fare eleggere senatore anche il proprio cavallo, come si dice facesse l’imperatore Caligola.

Così Renzi, al tempo segretario del Pd, ha potuto far eleggere i “suoi”, decine di parlamentari fedeli, che dunque lo hanno seguito obbedendo perinde ac cadaver a lui (obbedendo a lui, non al loro elettorato).

Che dietro questa losca operazione di bassa politica ci sia stato un enorme sostegno mediatico, senza precedenti (centinaia di ore di presenza in tv e decine di interviste sui giornaloni del pinocchio di Rignano), aiuta a capire anche i più tardi chi sia il vero mandante: la Confindustria e le banche che non potevano tollerare in alcun modo che a gestire i 209 miliardi di euro fosse qualcun altro, dato che quei miliardi debbono andare tutti e solo a lorsignori.

Il secondo livello – strettamente legato al primo – riguarda i comportamenti elettorali del “popolo della sinistra”. Poiché il premio di maggioranza del “rosatellum” (anticostituzionale, ma tuttora vigente) prometteva di dare tutto il potere a chi arrivava primo, una marea di compagni/e, a tutti i livelli, hanno scelto di votare non per le proprie idealità e i propri interessi (cioè non per il proprio partito) ma per i Pd, in base al “sennò viene Salvini” o al “sennò viene Berlusconi” (e alle mille varianti dello stesso pseudo-concetto a livello regionale e comunale).

Questa grande astuzia di tanti bravi/e compagni/e ha fatto sì che ora ci ritroviamo con un Governo che comprende, tutti insieme, il Pd, Salvini e Berlusconi. Un bel risultato di quell’astuzia. E dobbiamo domandarci: quanti voti dei bravi compagni che hanno votato Pd “sennò viene Salvini” hanno in realtà eletto dei parlamentari renziani (per dire: uno Scalfarotto o un Giachetti), il cui comportamento ora disgusta quei bravi compagni (con il sistema attuale sfido chiunque a dire quale sia il parlamentare eletto col proprio voto). Quale voto è stato più disperso di quei voti?

Ma c’è di più, e di peggio: il combinato disposto di questo terribile effetto distorsivo del voto indotto dal maggioritario con l’assurdo sbarramento (non si capisce perché mai alcuni milioni di voti non debbano avere diritto alla rappresentanza parlamentare) ha escluso la sinistra di opposizione, Rifondazione Comunista, dal Parlamento.

Cosa deve ancora succedere per convincerci che una legge elettorale proporzionale (che significa semplicemente: tanti voti = tanti seggi), con una preferenza nominativa e nessuno sbarramento, è una condizione necessaria per la democrazia? Cosa aspettiamo, dopo aver vissuto la vergognosa vicenda di Renzi, a lanciare una grande campagna unitaria, estesa a tutti i democratici e ai veri liberali (se ce ne sono), per riconquistare la proporzionale?

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Anche in conseguenza di tutto quello che abbiamo finora sommariamente descritto, va in questi giorni di moda nella stampa lamentarsi che non c’è più la sinistra, che noi siamo tutti minoritari e tutti scissionisti, coinvolgendo nella condanna (come sbagliarsi?) la stessa fondazione del PC a Livorno, che in realtà fu una cosa senza la quale non ci sarebbe stata né l’opposizione al fascismo né la Resistenza. Viene da dire che se questi stessi giornali avessero dedicato a ciò che fa e dice Rifondazione solo un decimo dello spazio dedicato a deplorarne l’assenza, la situazione nostra, e anche quella del Paese, sarebbe assai migliore.

La verità è che l’opposizione sociale, cioè il conflitto, cioè la sinistra, resiste ed esiste, pur tra mille difficoltà, solo che tutto è disperso, non unificato e neanche in reciproco rapporto.

Per questo il grande tema che Rifondazione deve sollevare oggi è quello dell’unità, come peraltro ci chiede insistentemente la nostra gente, e Rifondazione comunista ha le carte in regola per proporlo essendo noi (un fatto storico importantissimo che valorizziamo troppo poco) il Partito che non si è mai scisso da nessuno (neanche dal Pci, a ben vedere, dato che la nostra nascita segue lo scioglimento di quel Partito).

Sarebbe utile lanciare oggi, oggi non domani, un grande manifesto per l’unità della sinistra di opposizione, raccogliendo su di esso firme e adesioni.

Unità senza prevaricazioni e forzature, unità subito e non alla vigilia di elezioni, unità vera e sincera, unità – come si diceva una volta – “dall’alto” e “dal basso”.

Naturalmente ogni unità presuppone dei confini, ma in questo momento storico, dopo l’avvento del Governo delle banche sostenuto da tutti (tutti meno noi), i confini sono chiari come non mai: da una parte si esclude da solo chi guarda ancora al Governo e al Pd, cioè al partito del neo-liberismo compassionevole, dall’altra si esclude da solo l’estremismo, più o meno inquinato.

Dentro questi confini, netti quanto ampi, ci interessa tutto, quale che sia la forma organizzativa che i compagni e le compagne scelgono (movimenti, partiti, collettivi, comitati, riviste, sindacati, giornali, mobilitazioni su obiettivi, etc.).

Più in concreto: penso ad una unità reticolare non centralistica, libera non costrittiva, orizzontale non verticale, e – per dir così – ad ampiezza variabile, come una serie di cerchi diversi ma concentrici: con alcuni (il cerchio più stretto) sarà possibile un’unità più organica, anche politica e organizzativa, che significherà intanto mettere in comune strumenti e sedi, organi di stampa e iniziative di studio e di formazione; con altri (un cerchio più ampio) sarà possibile un’unità meno stretta ma egualmente preziosa, ad esempio sui grandi temi della pace, della difesa del lavoro, della solidarietà internazionalista o dell’ambiente o della lotta al patriarcato, che significherà condurre battaglie in comune, sostenere reciprocamente ogni lotta e ogni mobilitazione che chiunque metta in campo; con altri ancora un cerchio unitario ancora più ampio e comprensivo, l’unità su temi che vanno (o dovrebbero andare) anche al di là dei comunisti e del movimento operaio, come la rivendicazione della scuola e della sanità pubblica, l’antifascismo, la difesa intransigente della Costituzione, a cominciare dalla decisiva legge elettorale proporzionale.

Questo insieme unitario mobile e vitale di unità si chiamerà sinistra di opposizione, e nessuno potrà più fare finta che essa non esista.

Coraggio, compagni e compagne: il momento è ora! Nel momento in cui la classe dominante si unisce nel Governo Draghi in tutte le sue diverse componenti, noi dobbiamo avviare un processo simmetrico e opposto: l’unità della nostra classe nell’opposizione.

Roma,10-2-2021 Raul Mordenti

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