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Raul Mordenti: “Il decennio rosso: dal ’68 al ’77” PARTE 3

Raul Mordenti: “Il decennio rosso: dal ’68 al ’77” PARTE 2

Raul Mordenti: “Il decennio rosso: dal ’68 al ’77” PARTE 1

Intervista a Raul Mordenti: “La grande rimozione: il ’68-’77 frammenti di una storia impossibile”

A Cento anni dalla rivoluzione d’Ottobre – Raul Mordenti

A trent’anni dall’89

(Intervento al Convegno Futura Umanità- Dipartimento di Filosofia della “Sapienza”, 7-2-20)

Concentrerò il mio intervento su un problema specifico, la narrazione che è stata fatta dell’89 da parte del pensiero unico dominante, un aspetto più importante di quanto potrebbe sembrare, perché la narrazione significa uso politico, gestione dell’immaginario e del senso comune delle masse, e i nostri avversari sono stati capaci di usare la loro narrazione dell’89 contro il movimento operaio, non solo contro i comunisti. (altro…)

La geografia mentale del lungo ’68: internazionalismo, antimperialismo, antiautoritarismo

 

  1. Care compagne e cari compagni, poiché mi è toccato – del tutto casualmente – il primo intervento, credo di non poter fare a meno di affrontare un problema che aleggia su tutti noi, cioè la contraddizione che mi sembra esistere fra l’oggetto della nostra riflessione, il movimento del ’68, e lo strumento che usiamo per compiere una tale riflessione, un convegno di studi. C’è forse qualcosa di rituale, di compiaciuto, di celebrativo che è intrinseco alla stessa forma-convegno (tanto più se affidato a vecchi reduci come siamo molti di noi), ma tutto ciò è contraddittorio con l’oggetto della nostra riflessione che è il ’68, il lungo ’68, cioè un decennio di lotte.

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La scuola, ovvero il luogo della lotta di classe “dall’alto”

Relazione al Convegno nazionale “Appello per la Scuola pubblica”, organizzato dall’Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica, presso il Liceo “T.Tasso” di Roma, il 16-10-18

1. Warren Buffett il terzo, o il quarto, uomo più ricco al mondo, ha dichiarato: “La lotta di classe esiste, e la mia classe l’ha vinta.”               Scriveva, nel 2011, Domenico Mauceri (un italo-americano docente universitario in California) commentando questa affermazione:

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Presentazione Libro di Pandimiglio all’ISIME

Ringraziamento

Il mio intervento, che in verità non era contemplato nel progetto seminariale di questo incontro fra esperti medievisti, sarà solo di ringraziamento.

Ringraziamento anzitutto all’ISIME e al suo Presidente, Massimo Miglio, il quale non solo ospita questa presentazione ma l’ha voluta fin dall’inizio.

Ringraziamento a Giulia Barone e Nello Pollica, colleghi ed amici di lunga data, che hanno fornito la loro disponibilità, e anzi l’hanno reiterata generosamente una seconda volta, nonostante le circostanze che impedirono nel recente passato questa presentazione.

Ringraziamento alla casa editrice Storia e Letteratura che, nuotando controcorrente (cioè contro le note, terribili difficoltà che attanagliano l’editoria italiana, e tanto più quella di alta qualità culturale), mantiene viva la collana “La memoria familiare”, voluta tanti anni or sono da Gabriele De Rosa (ma su lui, e gli altri promotori e protettori della nostra comune ricerca tornerò fra poco). Nonostante tutte le difficoltà, la collana “La memoria familiare” dedicata ai libri di famiglia giunge ora al suo sesto volume; temo proprio che nessuno di questi libri sarà un best seller, e però oso dire che tutti fanno onore alla qualità sempre splendida della casa editrice fondata da don Giuseppe De Luca e salvata da Federico Codignola: ai due volumi di definizione del fenomeno si sono aggiunti poi quelli dedicati alla pubblicazione filologicamente ineccepibile di due libri di famiglia inediti (i Martelli e i Citone) e ora Leonida Pandimiglio affronta, in modo che credo resterà definitivo, il cuore storico della nostra questione, cioè il libro di famiglia fiorentino, la sua origine, la sua motivazione, la sua evoluzione nei secoli (altro…)

La Sepoltura di Lenin

“Anche i morti, stupefatti,
saranno scossi nei loro nascondigli.
La storia
presto
sarà tutta scritta di nuovo.”
Ma non è pensando a Fortini
che tovarich/mister Sobciak
già iscritto del PCUS
già dirigente del PCUS
già eletto dal PCUS a sindaco di
Leningrado
(cioè, volevo dire, di San Pietroburgo)
ed attualmente liberal
della più bell’acqua,
non è pensando a Fortini
che tovarich/mister Sobciak
ha proposto di rimuovere Vladimir Ilic
e di fargli un bel funerale
“secondo le nostre tradizioni antiche”
– come lui dice –
col pope ortodosso e tutto quanto.
Non è pensando a Fortini
che mister/tovarich parla,
ma alla Coca Cola ed alla FIAT
ed alla Lega delle Cooperative,
ed ai marines,
che possano sbarcare
finalmente
rassicurati
a divorare il patrimonio dei Soviet,
senza l’impaccio, e la paura,
della mummia di un comunista
(e in pieno centro storico!).
Solo in parte
possiamo concordare con la proposta:
sia rimosso il corpo imbalsamato
di chi non può essere imbalsamato;
per evitare che flash giapponesi
illuminino, senza fare luce,
il volto
che ha persuaso Gramsci,
la bocca
che ha parlato a tutti, a tutti, a tutti,
gli occhi
che hanno osato guardare
più lontano.
Sia rimosso quel corpo, soprattutto,
perché sia realizzata,
finalmente
l’espressa volontà di Vladimir Ilic
(che sua moglie trasmise invano al suo Partito)
che non vi fossero, per i comunisti, spoglie
sacre, che non vi fossero, per i comunisti,
statue, né immagini, né idolo nessuno.
Ma non merita
Lenin
il canto ipocrita del Pope
olezzante cipolla;
non ha colpe
Lenin
da lavare con segni di croce
vuoti sulla bara;
non ha commesso nefandezze
Lenin
perché lo deponga in terra
chi ha combattuto il suo popolo,
chi ha rimpianto
per settanta lunghi anni
lo zar e la sua frusta.
Piuttosto, se oltraggio
dei morti comunisti
deve esserci,
per rendervi più lieti e più sicuri,
allora lasciate,
almeno,
che siano i comunisti, almeno,
a scegliere
il tipo dell’oltraggio
per Vladimir Ilic:
un oltraggio che sia per lui
uguale
a quello che sempre è stato il nostro,
dei comunisti.
Fucilatelo,
bendato, sull’orlo di grandi fosse comuni,
come faceste a migliaia dei nostri
(anche allora: perché vi passasse paura)
dopo la Comune di Parigi.
Bruciatelo,
rinchiuso dentro una fabbrica,
come faceste alle operaie americane.
Buttatelo nel fiume
che ancora respirava dopo i colpi
come faceste,
compagni socialdemocratici di Achille,
a Rosa Luxemburg.
Impiccatelo,
con un cartello al collo,
come i nazifascisti ai partigiani
(e venti milioni di morti nostri vi sconfissero allora!).
Fatene bersaglio
di napalm e di bombe
intelligenti
come nel Vietnam e ad Hiroshima
e a Baghdad.
Gettatelo,
già morto,
dalla finestra di una questura,
o dilaniatelo
con una bomba Gladio a una stazione,
come avete già fatto (con successo)
perché chi avanzava arretrasse
e chi parlava imparasse,
di nuovo e sempre,
a tacere.
Strangolatelo,
a poco a poco,
con guerra, fame e menzogna,
come avete già fatto
e fate
a Cuba e Nicaragua
ed a quattro uomini su cinque
sotto il sole.
Trattate, anche da morto,
Vladimir Ilic
da comunista,
perché un giorno sia chiaro
che voi che seppellite siete i morti.

(R.M. 1990)