Il centenario della fondazione del PCI

Raul Mordenti

Il centenario della fondazione del PCI

Seminario per il PRC Friuli Venezia Giulia (16 gennaio 1921)

Care compagne, cari compagni,

esprimo i miei ringraziamenti non formali per questo invito al regionale Friuli Venezia Giulia, alla Federazione di Trieste (e al compagno Paciucci in particolare) ma, trattandosi di Friuli, permettetemi di rivolgere un pensiero a Leo Zanier. Leo è stato un compagno, un comunista, un dirigente del movimento operaio (in particolare nell’emigrazione) e – non da ultimo – un importante poeta anche in lingua friulana. Dedico questo intervento alla sua memoria.

1. Perché è così importante affrontare questo argomento del centenario del Partito?

Ci risponde l’attenzione che gli riservano gli organi di stampa della borghesia, e anche i libri pubblicati, a cominciare da quello di Ezio Mauro, ex direttore di “Repubblica”, intitolato La dannazione (la dannazione sarebbe la tendenza della sinistra alle scissioni), tutti interventi in cui si articola unanimemente, ossessivamente, una tesi e una sola, cioè che la scissione di Livorno fu un errore, anzi una colpa, anzi addirittura la causa della vittoria del fascismo nel ’22-’26.

Il re, il Vaticano, gli agrari, gli industriali e – a proposito di “Repubblica” – gli Agnelli che fornivano i camion per le spedizioni punitive dei fascisti, non hanno colpe per l’avvento del fascismo, ma la colpa fu della scissione di Livorno e dei comunisti.

2. Proverò ad argomentare nel mio intervento (che sarà breve perché tengo molto a che ci siano domande) che questa interpretazione è storicamente falsa e politicamente disonesta, ma prima di entrare nel merito vorrei cercare di sottolineare che ci troviamo di fronte – un volta di più – a un episodio di quella vera e propria lotta di classe ideologica che la borghesia italiana conduce, troppo spesso non contrastata da noi, e che ha trovato altri episodi, ad esempio nell’accanita campagna contro la Resistenza, sulla linea Violante-Pansa-Mieli, e poi nella campagna contro Togliatti (ma in verità anche contro Gramsci), il cosiddetto “rovescismo” (che è qualcosa di ben peggiore del “revisionismo”), sulla linea Lo Piparo-Orsini & Co., su cui non mi soffermo anche perché ho dedicato a questo tema altri lavori più approfonditi (cfr. De Sanctis, Gramsci e i pronipotini di padre Bresciani, Roma, Bordeaux, 2020).

Cosa accomuna queste campagne di lotta di classe delle idee che la borghesia italiana conduce? Una sola idea ma forte, e cioè che i comunisti e le comuniste non hanno diritto di esistere, nemmeno come minoranza, nemmeno come opposizione per ora sconfitta, nemmeno come un’ipotesi con cui si dissente e che si combatte; no, essi, la loro storia, debbono essere semplicemente cancellati, negati in radice.

E allora, per sostenere questa tesi, è fondamentale mettere in questione, anzi demonizzare, lo stesso atto di nascita del PCI, cioè Livorno. Le cose sarebbero andate meglio, molto meglio, – si sostiene – se la scissione di Livorno non ci fosse stata, cioè se i comunisti non fossero mai esistiti.

3. Proviamo allora a concentrare lo sguardo sul XVII Congresso del Partito Socialista Italiano si tenne al Teatro Carlo Goldoni di Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921.

Il casus belli o – se volete – il pretesto della scissione fu la richiesta di esclusione dal Partito di riformisti, una richiesta avanzata dall’Internazionale e dai comunisti e rifiutata dai massimalisti; in realtà questa stessa espulsione dei riformisti dal PSI ebbe poi luogo un anno dopo, nel 1922, ad opera degli stessi massimalisti che l’avevano rifiutata a Livorno. Ma procediamo con ordine.

Dopo la rivoluzione d’Ottobre, il 6 marzo 1919 era stata fondata l’Internazionale Comunista, o Comintern, che sarebbe durata fino al maggio 1943 quando fu sciolta in nome della grande alleanza antifascista. La III Internazionale prendeva il posto della II Internazionale socialdemocratica, che aveva toccato il fondo con la Prima guerra mondiale, quando i socialdemocratici tedeschi si schierarono con la propria borghesia e con la guerra, cioè con il massacro dei proletari. Aggiungerei, da italiano, all’inventario della bancarotta della socialdemocrazia il comportamento del PSI e della CGL in occasione del biennio rosso 1919-1920, culminato nell’occupazione delle fabbriche in Italia del settembre 1920, ma più ancora aggiungerei, da gramsciano, che la cultura politica del PSI, era il positivismo dei Lombroso e la cialtroneria dei Loria, fatti a pezzi dal Gramsci dei Quaderni.

La richiesta di espulsione della destra riformista proveniva dal II Congresso dell’ Internazionale Comunista svoltosi nel luglio-agosto 1920, che aveva fissato i famosi “21 punti” a cui dovevano adeguarsi i partiti che volevano aderire all’Internazionale.

Faccio notare che il PSI aveva già aderito alla Internazionale Comunista fin dal XVI Congresso di Bologna dell’ottobre 1919, lo stesso Serrati avea presieduto una seduta del II Congresso dell’Internazionale Comunista, e anzi nella Direzione del PSI, nel settembre 1920, era passato con 7 voti a 5 un OdG a firma Terracini che accettava i 21 punti compresa l’espulsione dei riformisti.

4. Si arriva così al XVII Congresso di Livorno, con tre schieramenti interni (totale voti validi degli iscritti: 172.487, non pochi):

– La “destra” riformista 14.695 voti, la corrente “Concentrazione socialista” o “Mozione di Reggio Emilia”: D’Aragona, Gino Baldesi, Turati, etc., dunque neanche il 10% del partito che controllava però il gruppo parlamentare e la CGL (io ricordo altre scissioni più recenti, come quella dei rosso-verdi da DP o quella del Pdup e poi dei cossuttiani e poi di Vendola da Rifondazione, in cui sempre una minoranza nel Partito era però largamente maggioritaria nei gruppi palameari: chissà come mai?). Faccio notare che anche la mozione della destra definiva la dittatura del proletariato “una necessità transitoria imposta da speciali situazioni e non come un obbligo programmatico” (dunque non la rifiutava affatto!).

– Il “centro” massimalista, la “Mozione di Firenze”, 98.028 voti: Serrati, Baratono, Bacci, Momigliano, etc. La mozione diceva di volere «serbar l’unità del Partito per meglio e più presto giungere alla conquista di tutto il potere politico», da perseguire con ogni mezzo compatibile con l’«assoluta intransigenza di classe», al fine della rivoluzione comunista da preparare per «via legale ed extralegale». Anche il documento massimalista ribadiva l’adesione all’Internazionale, chiedendo tuttavia la possibilità di applicare i 21 punti secondo le condizioni dei singoli Paesi e di conservare provvisoriamente il nome “socialista”.

– La “sinistra”, “Mozione di Imola”, 58.783 voti: Bordiga, Gramsci, Misiano, Terracini, ma anche Bombacci, Repossi, Fortichiari e la Federazione Giovanile Socialista diretta da Luigi Polano. La mozione proponeva  «di cambiare il nome del Partito in quello di Partito Comunista d’Italia (Sezione della III Internazionale Comunista)» e di espellere tutti gli aderenti alla frazione di Concentrazione e tutti i contrari alla completa osservanza delle 21 condizioni di ammissione al Comintern e al programma comunista del Partito. Tale programma, in dieci punti, evidenziava il ruolo del partito politico di classe come organo indispensabile della lotta rivoluzionaria, l’abbattimento violento del potere borghese e l’instaurazione della dittatura del proletariato, basata sul «sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini)» come forma di rappresentanza nello Stato proletario. L’obiettivo: la «gestione collettiva della produzione e della distribuzione» e infine l’eliminazione della «necessità dello Stato politico».

Ma come poi disse Lenin, Serrati preferì i 15.000 riformisti ai 58.000 comunisti.

5. Fu un errore la scissione? Col senno di poi è facile dire che essa fu semmai tardiva e condotta male, come scrisse nel 1923 Gramsci con una riflessione autocritica,la quale però non interessò affatto la necessità della scissione ma il modo con cuiavvenne la scissione, ovvero il fatto che la frazione comunista, nella fase precongressuale, non fosse riuscita a condurre verso l’Internazionale la maggioranza del proletariato. E anche Togliatti, nel 1961 disse che «ancora oggi, nelle polemiche correnti, e soprattutto quando noi comunisti facciamo appello alla unità delle forze democratiche e di classe, questa circostanza ci viene rinfacciata». Togliatti ricorda tuttavia che, dopo il comportamento della dirigenza del PSI e della CGL nel biennio rosso, «mantenere ancora una esteriore unità non sarebbe servito a niente. Se i dirigenti nazionali avessero cercato di farlo, dal basso si sarebbe iniziato un processo non già di rinnovamento, ma di disorganizzazione e sfacelo, che sarebbe stato impossibile arrestare». (Cfr. Togliatti pp. 37-40).

6. Ma c’è di più: il proseguire delle violenze spinse il Partito socialista e la CGL a sottoscrivere nell’agosto 1921 un patto di pacificazione con i fascisti, proposto da Mussolini. Di questo “patto” dell dirigenza del PSI con Mussolini si parla troppo poco.

Lo firmarono rappresentanti del Consiglio Nazionale dei Fasci, del Partito Socialista, della CGL e dei gruppi parlamentari socialista e fascista, con la supervisione del Presidente della Camera De Nicola. I comunisti si rifiutarono di partecipare alla trattativa, i popolari e i repubblicani formularono i migliori auguri ma non sottoscrissero quel patto con Mussolini.

Quattordici mesi dopo seguirà a questa pacificazione fra PSI e fascisti, il 28 ottobre 1922, la “marcia su Roma”, e nel ’24-’26 il consolidamento definitivo del regime fascista.

Colpa della nascita del PCdI a Livorno?

7. Proviamo, per concludere, a contestualizzare le nostre vicende italiane nella situazione internazionale, che conta sempre ma forse allora per il movimento operaio contava molto di più che oggi. Il biennio 1919-1921 non è un biennio felice per il movimento operaio internazionale.

Che era successo negli anni dopo l’Ottobre? Si era tentato di “esportare” la rivoluzione russa, ma ciò non accadde: in Germania la Rivoluzione spartachista (5 – 12 gennaio 1919, 21 marzo agosto 1919) era stata soffocata nel sangue dai socialdemocratici, non dai nazisti (anche se allora fecero la comparsa le formazioni armate che 13 anni dopo avrebbero dato vita al nazismo). Lo stesso accadde in Ungheria, con la sconfitta del tentativo di Bela Kun, che poi fu mandato in Germania a tentare un’altra insurrezione chiamata “l’azione di Marzo” nel 1921, anch’essa sconfitta.

Lo scatenarsi della reazione in Italia, insieme al fallimento del tentativo rivoluzionario in Germania noto come “azione di Marzo”, alle difficoltà di politica interna che si trovava a fronteggiare la Russia e all’arresto dell’avanzata dell’Armata Rossa nella guerra sovietico-polacca, furono, già dalla primavera del 1921, le cause del delinearsi di una rettifica in senso meno radicale della posizione del Comintern, che prendeva atto della fine di un periodo che aveva acceso grandi entusiasmi rivoluzionari.

Le situazioni in politica cambiano, specie in quegli anni di movimento e di rivoluzioni, e la tattica si deve adeguare alle situazioni cambiate: le condizioni mondiali della lotta di classe avevano subito un arretramento generale, e lo stesso Zinov’ev sottolineava il rallentamento del «tempo della rivoluzione proletaria internazionale».

Così il III Congresso del Comintern dell’estate del 1921 lancia la tattica del “fronte unico”. Il PCdI si oppone (per bocca di Terracini che riceve una forte reprimenda da Lenin) e il PCdI non applica la linea dell’Internazionale che aveva detto “scindetevi dai socialisti, e poi alleatevi con loro”. Ma lo stesso Lenin stigmatizzò Serrati e Co. e la loro scelta di «camminare con 14 000 riformisti, contro 58 000 comunisti».

Peraltro la questione dell’espulsione dei riformisti si sarebbe infine risolta – come detto – già con il successivo XIX Congresso del PSI a Roma dell’ottobre 1922, dopo che Turati aveva partecipato alle consultazioni in occasione della crisi del Governo Facta: i massimalisti, guidata da Serrati e Maffi, decretarono l’epurazione dei “gradualisti”, i quali, insieme a una frazione dissidente che si staccò dalla maggioranza e di cui faceva parte anche Baratono, diedero vita al cosiddetto Partito Socialista Unitario.

L’esito del XIX Congresso e l’espulsione dei riformisti furono salutati sull’Avanti! del 4 ottobre 1922 da un editoriale dall’eloquente titolo Liberazione, che sottolineava come fino ad allora la vita del partito fosse stata «paralizzata, annichilita, dall’urto» fra una tendenza che rappresentava «la degenerazione democratica e parlamentare del socialismo» e una che incarnava, invece, «la continuità storica del socialismo rivoluzionario».

Dunque, ci si potrebbe chiedere, Hitler vinse nel 1933 a causa di Rosa Luxemburg e alla sua incapacità di allearsi nel 1919 coi socialdemocratici che la bastonarono a morte e la gettarono ancora viva nel fiume, oppure – al contrario, Hitler vinse perché Rosa fu sconfitta dai socialdemocratici i quali gestirono la crisi di Weimar in modo tale da aprire una prateria di consenso a Hitler? Domande che lasciano il tempo che trovano. Ma faccio notare che anche in occasione della vittoria di Trump le “anime belle” liberali dettero la colpa a… Sanders, e non alla politica del Partito Democratico americano della Clinton sdraiato sugli interessi della finanza e del grande capitale che aveva colpito a morte i ceti più deboli degli USA regalandoli alla reazione fascistoide del trumpismo. Non apro il discorso che spiega anche la fortuna di Salvini e Meloni in Italia, che ci porterebbe fuori tema.

Ma tornando alla storia del movimento operaio comunista, lo schema, chiamamolo così, di rompere la catena capitalistica nel punto più debole, la Russia, contando poi che tutti gli altri anelli della catena sarebbero seguiti, non si rivelava praticabile, e il movimento operaio non aveva, al tempo, una politica di ricambio; tale politica sarà (con tutte le conseguenze del caso) quella di costruire intanto il socialismo in un solo paese, un paese che rappresentava però – come dicevano i comunisti del tempo – un sesto del pianeta terra.

Ci vorrà l’elaborazione di una linea diversa (a cui dette un contributo decisivo Togliatti, dunque indirettamente Gramsci), una linea diversa che vide il suo punto più alto nel VII Congresso dell’Internazionale del luglio-agosto 1935, una linea che ci consentì (scusate se è poco!) di battere il nazifascismo e, in Italia, di dare vita con la “svolta di Salerno” alla Resistenza e alla Costituzione.

Faccio anche notare che il ragionamento che sottende alla critica della scissione di Livorno è del tutto anti-storico; si ipotizza la possibilità di un’alleanza antifascista, sul tipo di quella che proprio i comunisti (da soli, dopo la “svolta di Salerno” e con enormi difficoltà: i comunisti non altri!) promossero nella Resistenza, nel 1943 e fino alla Costituzione, cioè, si ipotizza, un’alleanza del PSI, non scisso con i comunisti dentro, più i cattolici del PPI, più i liberali e la borghesia antifascista, un’alleanza che avrebbe sbarrato la strada al fascismo, come se il 1921 fosse il 1943.

Ma questo è totalmente antistorico, il 1921 non era il 1943!

Nel gennaio 1921 il fascismo era davvero alle porte? Le successive elezioni del 15 maggio 1921 videro i fascisti inquadrati con tutti i partiti borghesi (tranne quello Popolare) nei Blocchi Nazionali, una formazione fortemente reazionaria e antisocialista. I mussoliniani ottennero 35 seggi, mentre il neonato PCd’I ne ottenne 15 (quasi trecentomila voti) e il PSI 122 seggi (oltre un milione e mezzo di suffragi), 100 seggi i Popolari.

Ma soprattutto per quanto riguarda le possibilità di un’alleanza antifascista esaminiamo le posizioni in campo: ancora nel 1924 la Chiesa aveva proibito formalmente qualsiasi alleanza dei cattolici con i socialisti, e peraltro i cattolici sostenevano ancora il potere temporale dei papi.

Il PSI per parte sua era ancora più ostile ai cattolici di quanto il PCI sia mai stato, e sede di un accanito anticlericalismo ottocentesco alla Podrecca.

Quanto ai liberali, basti dire che Benedetto Croce, ministro della Pubblica Istruizione dal ’20 al ’21, non solo ascoltò e applaudì il discorso di Mussolini al teatro San Carlo di Napoli del 24 ottobre 1922, durante l’adunata preparatoria per la marcia su Roma, ma votò la fiducia al primo Governo Mussolini. E ancora dopo il delitto Matteotti (10 giugno 1924) in occasione delle votazioni al Senato del 24 giugno 1924, dunque successive all’uccisione del deputato socialista, Croce fu tra i 225 senatori che rivotarono la fiducia a Mussolini. Da Mussolini Croce prese le distanze solo nel maggio del 1925 quando gli sembrò che Gentile, con il “Manifesto degli intellettuali fascisti” mettesse in questione la cultura. Bastonare gli oppositori, incendiare le Camere del Lavoro e le sedi dei giornali del movimento operaio, uccidere i dirigenti proletari e i deputati di opposizione andava bene, ma la cultura di Croce non doveva essere toccata.

Con chi allora dovevano costruire il fronte antifascista i comunisti? Se non con le masse che essi cominciarono a organizzare, già appena nati e poi – pressoché da soli e con il sostegno dell’Internazionale Comunista – nel corso del ventennio fascista, fino a creare una forza popolare che si sarebbe messa alla testa della lotta partigiana? Ma questo eroico lavoro di radicamento e di organizzazione delle masse, che per noi ha dell’incredibile, sarebbe stato possibile sotto la direzione dei dirigenti del vecchio Partito Socialista? Non scherziamo.

I dati storici parlano chiaro: i condannati del Tribunale speciale fascista furono 4.596, i confinati 12.330, più di tre quarti erano comunisti; i partigiani combattenti sono stati 232.481, oltre il 50% erano comunisti, il 20% di Giustizia e Libertà, il restante 30% diviso fra monarchici, socialisti, democristiani. Per non dire del contributo dato dai comunisti nei decenni del dopoguerra, contro il clerico-fascismo e contro i ricorrenti tentativi autoritari, facendo seempre avanzare il proletariato e la democrazia nel nostro Paese.

Signori della borghesia che avreste voluto cancellare la scissione di Livorno: davvero la storia d’Italia sarebbe migliore se in Italia i comunisti non fossero mai esistiti?

Ora la domanda è: tutto questo sarebbe stato possibile senza la fede convinta, senza l’ostinazione, senza l’entusiasmo, se volete messianico, che era legato fra le masse alla rivoluzione d’Ottobre e all’idea di rivoluzione socialista, insomma senza il comunismo?

Roma, 21 gennaio 2021 Raul Mordenti

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